Il vino del presidente

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Gabriele Ludovici
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Il vino del presidente

Messaggio da leggere da Gabriele Ludovici » 12/07/2019, 15:34

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Il surrogato di caffè inizia a borbottare nel bollitore. Questo suono è una sveglia non ufficiale che segue quella delle sei. Ma tanto sono sempre in piedi già da un’ora, nei dintorni il traffico umano comincia presto.
Verso il liquido marrone nella mia tazza di latta e mi trascino fuori dalla baracca. Kirp è già attivo, guaisce di fame. Mentre gli riempio la ciotola con gli avanzi della cena, getto il solito sguardo alla dom del professor Sirel. È avvolta da un tale silenzio…
Jahimann Sirel aveva ricevuto la sua dom quarant’anni fa, quando il governo si prodigava a elargire piccoli eremi contadini a tutti i miei connazionali che si erano distinti in qualche ramo della scienza. Il professore Sirel era un celebre chimico, “celebre” almeno per chi poteva permettersi di leggere giornali o possedere un televisore.
Quel luminare mai si sarebbe immaginato di dover trascorrere gli ultimi anni di vita a pochi metri da una specie di baraccopoli. Ma tant’è: il Paese è fallito da un pezzo, in campagna c’è spazio e le lamiere non mancano.

Sorseggio il mio surrogato, ripenso al mio primo incontro con Sirel, avvenuto pochi giorni dopo aver costruito la mia “dimora” a fianco della sua. Il professore non incuteva rispetto: piccolo di statura, infagottato in un cappotto antidiluviano, un volto talmente rugoso che pareva un ritratto accartocciato. Non so perché avessi attirato la sua attenzione, ma una sera, gracchiando qualcosa di appena comprensibile mi invitò nella sua dom. La spoglia verandina che si affacciava sui campi incolti era buia, Sirel soffriva il razionamento energetico.
«La tua è una vita di merda, vero?» esordì.
Mi venne da ridere al pensiero che lui si preoccupasse della mia situazione. Gli parlai del licenziamento dalla fabbrica; della mia ex moglie impazzita dopo aver trovato il nostro piccolo morto di freddo nella culla; dello sfratto e dei continui arresti per vagabondaggio. Annuì stancamente, poi comprese che era giunto il suo turno di vuotare il sacco. Prima di rispondermi, notò il mio interesse verso il suo calice di vino; percepivo il lieve moto ondoso rossastro al suo interno, causato dalle sue mani tremanti, oltre al buonissimo profumo.
«Frena, questa roba non è per te».
Sirel si alzò dalla sedia di paglia, entrò nella dom e tornò con una bottiglia di acquavite.
«Fattela bastare perché ne ho di cose da raccontarti…».
Non mentiva, parlò a lungo. Da giovane aveva vinto dei premi internazionali, ma la sua carriera si era assestata sugli alti e bassi dei governi che si erano succeduti. Dalle interviste in tv ai peggiori licei di provincia, per intenderci, fino al declino della ricerca scientifica del Paese. Una moglie morta di parto, due figli – Roman e Aleksa – che di professione lo spogliavano di ogni bene per addolcire le loro nottate in città.
«Sei stato fortunato a veder morire tuo figlio, e… credimi, l’avidità sarà la disgrazia dei miei» sibilò, con gli occhi annacquati dall’alcol. «Non c’è più rispetto per i padri, non credi?».
Ero indeciso se strangolarlo o dargli ragione, nel dubbio mi congedai con il proposito di rivederci nei giorni successivi.
Non potei che onorare la promessa: il vecchio professore, poco dopo ogni tramonto, cominciava a chiamarmi; mi faceva trovare una scodella di zuppa e l’acquavite schianta-fegato. Era un povero cristo come me, in fondo. Sorseggiava il suo prezioso vino rosso bestemmiando come un orso rabbioso, lamentandosi degli acciacchi e della solitudine. Alternava serate di pura ira a brevi periodi di paciosa rassegnazione, in cui trovava persino il modo di raccontarmi i fasti di un’esistenza vissuta, nonostante tutto, da privilegiato.

Col tempo, Sirel si ridusse sempre più a un mucchio di stracci raglianti. L’estate sembrava corroderlo e una sera mi accolse con due eleganti casse contenenti delle bottiglie di vino dall’etichetta blu e oro. I colori del vecchio governo.
«Adesso sono tue».
«Scherzate?».
«No. È tutto ciò che mi rimane, mi furono regalate dal presidente in persona. Mi raccomando: non aprirle».
«Perché?».
«Io…».

Diavolo d’un Sirel. Sulle prime non è che credetti troppo alle sue parole, ma quando lo vidi uscire dalla dom in una bara, portato in spalla da alcuni funzionari del Comune, capii che non mi aveva preso per i fondelli. Decisi così di sotterrare le casse di vino, dal momento che non avrei potuto trarne nulla.
Passò una settimana dalla morte del professore; un mattino, all’alba, sfondarono la mia porta. Nel giro di pochi secondi mi ritrovai spalle al muro, tempestato di bastonate da due energumeni.
«Dal notaio risultano certe bottiglie… parla o da qui non esci vivo».
Capii.
Indicai loro dove le avevo sotterrate. Mentre mi costringevano a disseppellirle, cercai di ricordare come si chiamasse quella sostanza chimica con la quale Sirel, mediante una lunga siringa che trapassava il sughero del tappo, aveva contaminato il vino, trovando il modo di avvelenarsi con dolcezza e morire con calma. Mi strapparono le casse dalle mani prima che potessi riferirglielo.
Adesso nella dom non abita più nessuno e intorno a quelle mura aleggia un silenzio che, a ripensarci ora, mi rimette in pace col mondo.
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Gabriele Ludovici
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Re: Il vino del presidente

Messaggio da leggere da Gabriele Ludovici » 12/07/2019, 16:03

Dimenticavo: foto di Tommy Mason (Unsplash) :)
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Messaggio da leggere da Selene Barblan » 13/07/2019, 13:02

Trovo questa storia bellissima; a partire dall’immagine che ha una luce e un movimento speciale (quindi ben scelta) al ritmo, alla delicatezza con la quale viene trattato il tema, la capacità di far scoprire al lettore solo alla fine cosa sia accaduto. È stato molto piacevole leggerlo e trovo sia scritto ottimamente.

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Messaggio da leggere da Laura Traverso » 14/07/2019, 15:19

Anche questa volta il tuo racconto è bellissimo. Hai la capacità di dar vita ai personaggi in maniera eccelsa, e i tuoi scritti sono sempre impregnati di grande umanità (e questo è per me l'aspetto, forse, di maggior valore). Purtroppo, la tua narrata, riporta alla triste realtà di simili, povere vite di chi, per svariate ragioni e per ingiustizie sociali subite, vive ai margini della società. La foto, che sempre alleghi, anche questa volta è perfetta per la storia narrata. Voto 5

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Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti » 14/07/2019, 23:56

La vendetta postuma di Sirel rende un po’ di giustizia, per proprietà transitiva, anche alla vita di stenti del protagonista.
La tua scrittura, in questo racconto più convenzionale e lineare rispetto al tuo solito, rimane di ottimo livello.
Bravo Gabriele, i miei complimenti.

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Messaggio da leggere da Namio Intile » 15/07/2019, 11:46

Buona la prosa, ma il contenuto mi pare fumoso. Non si capisce il dove e il quando, seppure possa essere voluto, non mi attira questa nebbia. Neanche le vicissitudini del professore sono accennate, per cui non ho compreso se causa sua o del destino. Neanche lo stato di povertà è ben definito, dato che i figli pare vivano alle sue spalle. E il ruolo di quello che dovrebbe essere il protagonista, di cui non si sa nulla, neanche il nome, è puramente funzionale.

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Isabella Galeotti
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Messaggio da leggere da Isabella Galeotti » 15/07/2019, 23:31

Gran bel racconto. Foto fantastica. Già dalle prime righe si entra subito nella storia. Grazie allo scatto si ha un quadro ancora più chiaro del racconto. Grazie alla tua caparictà di dar vita ai personaggi in maniera, molto umana, ci porti alla fine svelado un retroscena inimmaginabile. Se mi consenti mi spiace che tu non abbia dato un nome all'altro protagonista. Il mendicante. Anche lui ha partecipato in maniera energica a quasto brano, eppure non hai ritenuto importante dargli un mome. Io gli avrei dato Pappel che tradotto (estone) significa pioppo. Il pioppo è il simbolo del confine tra la terra e gli inferi, e lui ci stava per andare. Votato 5
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Re: Il vino del presidente

Messaggio da leggere da Gabriele Ludovici » 16/07/2019, 17:24

Grazie a tutti!

@Isabella: Ci avevo pensato al nome – un nome estone, hai colto che ci troviamo da quelle parti :) – ma alla fine ho deciso di non inserirlo, il protagonista è praticamente un invisibile che alla fine si ritrova, suo malgrado, in un enorme dramma familiare.

@Namio Purtroppo, nei limiti delle battute del racconto breve, non è stato facile condensare le vite dei due personaggi principali...
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Ida Dainese
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Messaggio da leggere da Ida Dainese » 30/07/2019, 15:49

Racconto ben scritto, con sfumature di amaro, di malinconia e di vendetta che si mescolano con equilibrio. Ho apprezzato l'uso dei nomi per alcuni e non per altri. Secondo me è stato giusto dare il nome al protagonista della storia, Sirel, perché ci aiuta a immaginarlo ancora meglio; il narratore invece, che è presente con la sua voce e il suo sguardo, rimane senza nome così che per il lettore sia facile identificarsi in lui, vedere quello che succede con i suoi occhi come fossero propri. Allo stesso modo trovo giusto che sia dato il nome al cane, che lo fa diventare più vivo e unico. Il nome dato ai due figli degeneri risalta invece per la maniera secca e anonima, come se non meritassero altra connotazione. L'atmosfera triste e vaga, connotata da molti dettagli (surrogato, beni perduti, colori vecchio governo) aiuta a immaginare la condizione di povertà e di caduta. Il finale regala un sorriso nero di vendetta senza riscatto.
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Messaggio da leggere da Angelo Ciola » 08/08/2019, 16:32

Il racconto si legge senza fatica (e questo a volte è un vero complimento), ben scritto e coinvolgente, anche se non ho ben capito verso chi voleva vendicarsi e per quale motivo abbia affidato le bottiglie al barbone. Ma in ogni caso un buon racconto.

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