La strada

Spazio dedicato alla Gara stagionale di primavera 2019.

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Fausto Scatoli
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La strada

Messaggio da leggere da Fausto Scatoli » 02/04/2019, 20:18

La nebbia, leggera ma ininterrotta, copriva la strada e la campagna intorno. Era lievemente sollevata da terra e il nostro alito, che si condensava a ogni respiro, ne pareva un’estensione.
Sembravamo due fuggiaschi, sebbene non ci fosse niente da cui scappare.
Camminavamo da una mezz’ora, forse, e ancora non avevamo capito cosa stesse succedendo.
All’inizio Franz e io ci eravamo guardati ridendo, poi perplessi, poi spaventati. Ma ormai non ci guardavamo più. Tenevamo gli occhi fissi sulla strada, senza parlare, sperando in una deviazione, un punto d’arrivo, l’incontro con un’anima qualsiasi.
Niente. Non c’era niente. Non una persona, niente case, niente luci, né vicine né lontane. Solo campagna, ovunque.
Terra smossa alternata a coltivazioni, con qualche albero isolato che esaltava la monotonia del paesaggio anziché spezzarla.
E la nebbia.
La strada non aveva svincoli, solo qualche ansa leggera che assecondava la natura del terreno. Sembrava non finisse mai. A un certo punto ho pensato che neanche avesse un inizio, che servisse solo a spaccare in due nebbia e campi.
C’era qualcosa di stonato, fuori luogo, che mi disturbava, ma non riuscivo a capire cosa.
Tirava una fredda brezza autunnale, c’era aria di pioggia.
Oltre a ciò, i nostri orologi si erano fermati.
Tutti e due.
Segnavano entrambi un’ora di metà mattina, per quello che può valere ciò che ti dice un orologio fermo. Il cielo non aiutava a capire; in quella zuppa di nebbia e nubi era impossibile distinguere dove finisse l’una e cominciassero le altre.
Eppure quel giorno eravamo partiti da casa nostra, in paese, con un sole smagliante.
E la voglia di una giornata in motocicletta. Liberi e soli, ognuno con la propria fedele compagna a due ruote, amavamo quel modo di perdere tempo, di non avere meta, obbedendo solo all’impulso di fermarci quando volevamo, di andare se volevamo andare.
Meno di un’ora dopo, in aperta campagna, l’improvviso banco di nebbia ci aveva costretto a rallentare. Cinque minuti ad andatura da bicicletta, poi le moto si erano spente.
Insieme.
Non c’era stato verso di farle ripartire.
Ci grattavamo la testa e ci chiedevamo quante possibilità ci fossero che succedesse una cosa del genere. Alla fine ci eravamo rassegnati a lasciarle lì, sul bordo della strada, e a cercare un meccanico. O un telefono, visto che i cellulari non avevano campo. È stato quando abbiamo controllato gli orologi per vedere se avremmo trovato officine aperte che ci siamo accorti che erano fermi anche quelli.
Ci fu un attimo di smarrimento. Andammo avanti in silenzio.
Conoscevamo la zona. Sapevamo che doveva esserci un borgo industriale – capannoni, poche case e i servizi essenziali – ma a questo punto avremmo dovuto incontrarlo.
«L’abbiamo passato» aveva detto Franz.
«No, è più avanti, subito dopo una curva» avevo risposto.
«Quale curva?»
Già, quale curva? La strada che ricordavamo ne era un susseguirsi continuo, questa tirava dritto al nulla. Ecco cosa stonava.
È stato allora che è arrivato il panico. Un panico tranquillo, comunque. Un byker non si mette a frignare come un ragazzino. Però torna indietro alla svelta, dalla sua moto che non tradisce.
Neanche l’ombra, delle moto.
Questo sì che ci aveva steso.

Seduti sul ciglio della strada, immobili come tutto il resto intorno a noi, come gli orologi, come i cellulari. Ecco come ci eravamo trovati. C’era solo il freddo, la nebbia e quel silenzio che premeva sui timpani.
Non saprò mai dire quanto tempo trascorremmo così. Ogni tanto uno di noi si alzava, solo per rendersi conto che nessun passo aveva senso, in nessuna direzione.
Poi, finalmente, qualcosa cambiò.
Una luce. Davanti a noi apparve prima un bagliore fioco, stemperato dalla nebbia. Poi una macchia più grande che divorava la foschia, fino a diventare luce profonda.
Sì, profonda.
A ripensarci adesso, di sicuro Franz e io non dovevamo avere un’espressione intelligente. A bocca aperta non riuscivamo a parlare, e quanto a muoverci… beh, s’era capito che era inutile. Scappare? E dove?
La luce avanzava e cancellava tutto: strada, alberi, campagna. Forse era lei che si era mangiata le moto, e adesso avrebbe inghiottito anche noi.
“Va bene, basta che ritrovo la mia due ruote” ricordo che pensai prima di venire invaso dal chiarore.
Già. Invaso.
Che strana sensazione, come essere violato nell’intimo e, al contempo, violare qualcosa di superiore. Prima di perdere conoscenza.

Mi svegliai per il fastidio agli occhi. Franz era accanto a me. Anche lui si premeva le dita sulle palpebre.
Il sole. C’era di nuovo il sole.
E la nostra strada di campagna piena di curve con le moto a un centinaio di metri da noi.
Controllammo le tute, ci toccammo la faccia, ci esaminammo a vicenda. Sembrava tutto a posto.
Le nostre amiche partirono al primo colpo, gli orologi segnavano mezzogiorno e le lancette dei secondi si muovevano come di norma. I cellulari erano sempre senza campo.
Percorremmo un tratto di strada respirando un’aria normale, registrando con sollievo il consueto squallore dei depositi industriali del borgo che avevamo cercato inutilmente. Respirando e basta.
Ci fermammo in un’osteria, più per parlare che per mangiare, ma mangiammo di gusto e parlammo poco.
«Che cazzo è successo, Franz?»
«Abbiamo visto la luce» rise.
La cosa buffa era che non riuscivamo a dire più di tanto. Non come avremmo dovuto o come avremmo voluto. Provavamo entrambi uno strano ritegno, e la sensazione di vivere più lenti, a venti centimetri da terra come quella nebbia del cavolo.
«Non andare a dirlo in giro.»
«Non ci penso nemmeno.»
A dire cosa, poi? Che avevamo trovato nebbia? E allora? Che ci eravamo persi? A mezzora da casa? Non siamo tipi che si mettono a spiegare l’inspiegabile, a fare la figura dei toccati.

Eppure, sulla via del ritorno ci prese una strana malinconia. Avremmo trovato ancora quella strada, quella nebbia, quella luce?
No. Nessuno di noi due lo credeva. Qualcosa, fra il naso e la gola, somigliava alla nostalgia, a un’occasione persa.
Ci rendemmo conto, col tempo, che il mistero ci aveva cambiati. In maniera indefinibile, ma lo aveva fatto. Qualcosa era entrato in noi e qualcosa di noi era stato preso, risucchiato.
Questo, sentivamo.
Perché eravamo due che avevano camminato in quella nebbia, che avevano visto quella luce.
Gli altri non lo sapevano, ma noi sì.
Noi e le nostre moto.
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Messaggio da leggere da Isabella Galeotti » 04/04/2019, 9:00

Titolo semplice. L'ho letto in un baleno, sono abitutata alla nebbia, sono nata nella nebbia. Quindi mi ci sono trovata bene in questo racconto. Sono motociclista, per cui capisco cosa vuol dire abbandonare la creatura, e dover proseguire a piedi, lasciando la tua moto abbandonata sul ciglio della strada, che per giunta viene avvolta immediatamente dalla nebbia. :shock: Proseguire a piedi, con l'abbigliamento tecnico ed il casco...impresa impossibile, infatti quì entriamo nella terza dimensione. Il non essere il non esistere. Per fortuna il protagonista, che è un peccato non abbia un nome, non è solo. Non continuo sarebbe un delitto per chi deve ancora leggere questa storiella. Già i motociclisti, che si salutano con due dita, che alzano il piede, oramai rari. Credo che questi due amici non si lasceranno mai. Dopo tutta questa premessa, esprimo il mio giudizio verso questo brano. Non è avvincente come i tuoi soliti racconti, ma è scorrevole e piacevole. Mi piacerebbe ci fosse un seguito.
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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli » 04/04/2019, 16:54

Isabella Galeotti ha scritto:
04/04/2019, 9:00
Titolo semplice. L'ho letto in un baleno, sono abitutata alla nebbia, sono nata nella nebbia. Quindi mi ci sono trovata bene in questo racconto. Sono motociclista, per cui capisco cosa vuol dire abbandonare la creatura, e dover proseguire a piedi, lasciando la tua moto abbandonata sul ciglio della strada, che per giunta viene avvolta immediatamente dalla nebbia. :shock: Proseguire a piedi, con l'abbigliamento tecnico ed il casco...impresa impossibile, infatti quì entriamo nella terza dimensione. Il non essere il non esistere. Per fortuna il protagonista, che è un peccato non abbia un nome, non è solo. Non continuo sarebbe un delitto per chi deve ancora leggere questa storiella. Già i motociclisti, che si salutano con due dita, che alzano il piede, oramai rari. Credo che questi due amici non si lasceranno mai. Dopo tutta questa premessa, esprimo il mio giudizio verso questo brano. Non è avvincente come i tuoi soliti racconti, ma è scorrevole e piacevole. Mi piacerebbe ci fosse un seguito.
grazie, Isabella
è una vecchia storia di anni fa, riveduta e corretta per l'occasione
ho sempre avuto la moto, e il saluto con le dita era una specie di obbligo, ma noto con dispiacere che ormai è abbandonato.
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Messaggio da leggere da Laura Traverso » 04/04/2019, 18:53

Tra "il sogno e son desto" Franz e le moto (mi sono venuti in mente i nazisti, avrei scelto un altro nome...), il racconto scorre ordinato e senza refusi. Il contenuto però, non mi ha coinvolto, pur essendo narrato bene, come ho già detto.

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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli » 04/04/2019, 20:42

Laura Traverso ha scritto:
04/04/2019, 18:53
Tra "il sogno e son desto" Franz e le moto (mi sono venuti in mente i nazisti, avrei scelto un altro nome...), il racconto scorre ordinato e senza refusi. Il contenuto però, non mi ha coinvolto, pur essendo narrato bene, come ho già detto.
ciao, Laura
Franz è il nomignolo di un mio amico (Franzini, in realtà), non pensavo potesse portare ai nazisti :shock:

peccato non averti coinvolto, magari ci riuscirò la prossima volta :)
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Messaggio da leggere da Marco Daniele » 04/04/2019, 22:34

L'etichetta che mi viene istintivamente da affibbiare a questo racconto è "realismo magico", perché sei capace di far irrompere in maniera egregia una dimensione che potremmo definire sovrannaturale (o comunque non-normale, rimane il mistero su cosa sia effettivamente successo e questo mi piace molto) nella realtà dei due motociclisti: la nebbia, il tempo che sembra fermarsi, la sparizione delle moto (che per un motociclista dev'essere un sacrilegio immagino), la luce... e alla fine c'è quella nota di malinconia, di tristezza che trasmette l'idea di aver solo sfiorato e mai raggiunto effettivamente il mistero.

Unico appunto formale: è biker e non byker.

PS. A me Franz fa venire in mente il marito della principessa Sissi :lol:
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Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti » 05/04/2019, 20:08

Il racconto mi piace, le descrizioni sono buone e adatte all'atmosfera della storia, il mistero è ben congegnato e poi ci sono le moto (sono motociclista anch’io e vedo che sono in buona compagnia).
A mio parere, però, ci sarebbe qualcosa da rivedere nella forma, mi sembra che i tempi verbali di alcune frasi non concordino con quelli di altre.
Una considerazione sul finale: i due protagonisti escono cambiati da questa strana esperienza, ma i “segni” di questo cambiamento sono poco evidenti. Ovviamente capisco l’esigenza di lasciare le sensazioni in sospeso, senza dover razionalizzare tutta la vicenda, ma mi manca qualcosa che spieghi meglio in che modo vengono mutati da questa storia.
Comunque, ribadisco, non male.
Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è la fatica. (Gesualdo Bufalino)
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Messaggio da leggere da AACiola » 11/04/2019, 19:05

Racconto che descrive molto bene l'angoscia e l'atmosfera in cui sono avvolti i due protagonisti del racconto. La nebbia fitta che si frappone tra i tuoi occhi e il resto del mondo a volte può effettivamente dare spiacevoli impressioni. Mi sembra forse un po' debole la parte finale ma il resto del racconto è piacevole.
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Messaggio da leggere da Alessandro Mazzi » 16/04/2019, 13:42

Racconto che si lascia leggere in maniera molto scorrevole. Sulla forma nulla da dire: il racconto è scritto in maniera perfetta. La narrazione è molto fluida e scorre senza problemi. L'unica pecca a mio avviso è il contenuto, che non è riuscito a coinvolgermi pienamente. Ma questa è una semplice considerazione soggettiva. La valutazione resta comunque positiva.

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Messaggio da leggere da Namio Intile » 17/04/2019, 16:12

Beh, non è niente male. Quindi bravo. Però ritengo che il tempo passato che hai usato non funziona molto. Diminuisce la tensione, allenta la suspense. Io avrei adoperato il presente. Con il presente la chiusura finale, la parte meno riuscita del racconto, avresti potuto costruirla in modo più scorrevole e convincente.

A presto.

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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli » 25/04/2019, 18:11

Marco Daniele ha scritto:
04/04/2019, 22:34
L'etichetta che mi viene istintivamente da affibbiare a questo racconto è "realismo magico", perché sei capace di far irrompere in maniera egregia una dimensione che potremmo definire sovrannaturale (o comunque non-normale, rimane il mistero su cosa sia effettivamente successo e questo mi piace molto) nella realtà dei due motociclisti: la nebbia, il tempo che sembra fermarsi, la sparizione delle moto (che per un motociclista dev'essere un sacrilegio immagino), la luce... e alla fine c'è quella nota di malinconia, di tristezza che trasmette l'idea di aver solo sfiorato e mai raggiunto effettivamente il mistero.

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PS. A me Franz fa venire in mente il marito della principessa Sissi :lol:
hai ragione, è biker
la storia vuole essere il resoconto di una sensazione sfiorata e non vissuta del tutto, della quale, forse proprio perché non completa, il protagonista sente nostalgia.
grazie del commento
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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli » 25/04/2019, 18:16

Roberto Bonfanti ha scritto:
05/04/2019, 20:08
Il racconto mi piace, le descrizioni sono buone e adatte all'atmosfera della storia, il mistero è ben congegnato e poi ci sono le moto (sono motociclista anch’io e vedo che sono in buona compagnia).
A mio parere, però, ci sarebbe qualcosa da rivedere nella forma, mi sembra che i tempi verbali di alcune frasi non concordino con quelli di altre.
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Comunque, ribadisco, non male.
grazie del commento.
se devo essere sincero, non ho proprio pensato a dire qualcosa che spieghi meglio il cambiamento avvenuto.
può essere uno spunto per il futuro, grazie.
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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli » 25/04/2019, 18:18

AACiola ha scritto:
11/04/2019, 19:05
Racconto che descrive molto bene l'angoscia e l'atmosfera in cui sono avvolti i due protagonisti del racconto. La nebbia fitta che si frappone tra i tuoi occhi e il resto del mondo a volte può effettivamente dare spiacevoli impressioni. Mi sembra forse un po' debole la parte finale ma il resto del racconto è piacevole.
grazie del commento.
in effetti, la nebbia è protagonista, proprio perché può dare sensazioni strane, anche di smarrimento.
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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli » 25/04/2019, 18:26

Namio Intile ha scritto:
17/04/2019, 16:12
Beh, non è niente male. Quindi bravo. Però ritengo che il tempo passato che hai usato non funziona molto. Diminuisce la tensione, allenta la suspense. Io avrei adoperato il presente. Con il presente la chiusura finale, la parte meno riuscita del racconto, avresti potuto costruirla in modo più scorrevole e convincente.

A presto.
probabilmente hai ragione, il presente avrebbe creato più atmosfera
magari provo a sistemarlo.
grazie del commento
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Messaggio da leggere da Selene Barblan » 30/04/2019, 21:31

Ciao, ho apprezzato l'atmosfera che hai voluto dare al tuo racconto; nella descrizione iniziale e circa a metà del racconto trovo che hai saputo trasformare le parole in immagini. Trovo anche interessante il tema e lo svolgimento, anche se mi sembra che nel finale hai accelerato un pò.
Mi ha convinto meno la parte subito dopo l'introduzione, dove si spiega cos'è successo prima dell'arrivo della nebbia. Mi sembra meno spontaneo, più costruito, rende meno scorrevole la lettura.

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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli » 15/05/2019, 15:32

Selene Barblan ha scritto:
30/04/2019, 21:31
Ciao, ho apprezzato l'atmosfera che hai voluto dare al tuo racconto; nella descrizione iniziale e circa a metà del racconto trovo che hai saputo trasformare le parole in immagini. Trovo anche interessante il tema e lo svolgimento, anche se mi sembra che nel finale hai accelerato un pò.
Mi ha convinto meno la parte subito dopo l'introduzione, dove si spiega cos'è successo prima dell'arrivo della nebbia. Mi sembra meno spontaneo, più costruito, rende meno scorrevole la lettura.
grazie per il commento.
non sei la prima che lo fa notare, quindi mi sa che avete davvero ragione :)
proverò a modificare qualcosa.
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Messaggio da leggere da Draper » 15/05/2019, 17:17

A parte quanto già segnalato dagli altri, soprattutto da Roberto (mi riferisco ad alcune disparità di concordanza dei tempi verbali), non mi sembra ci sia molto da aggiungere. Il racconto si è lasciato leggere molto bene, ha dei bei ritmi e sinceramente non ho trovato parti che funzionassero peggio o meglio di altre. Tutto è molto coeso. L'unico problema - ma forse è una mia percezione - è che ho percepito il racconto come "stemperato". Mi spiego meglio. La situazione che i protagonisti vivono è senz'altro anomala, ma proprio perché così carica di mistero, in alcuni punti del testo ho notato l'ingresso di una certa ironia del narratore che forse non ha dato una grande mano all'umore generale dell'opera, perché ha introdotto un elemento che ha "raffreddato" la tensione. Sulla battuta de "i biker non frignano", per esempio, la sensazione è scattata subito. Spero di essermi spiegato, in qualche modo, altrimenti cercherò di essere più chiaro. Se la cosa è voluta, allora non c'è alcun problema, però al tuo posto rivedrei in generale il clima narrativo più che la sostanza della storia, che a me non è dispiaciuta per niente :D Per quel che riguarda invece l'arco narrativo dei personaggi - o le spiegazioni ad esso relative - non ho appunti da fare, a me sembrano costruiti nel modo giusto. Quel po' di vaghezza sul come e sul perché fanno sicuramente il gioco della storia :D A rileggerti
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La Gara 66 - Onirica

(settembre/ottobre 2017, 30 pagine, 1,04 MB)

Autori partecipanti: Massimo Tivoli, Angela Catalini, Enrico Gallerati, Mastronxo, Roberta Michelini, Lodovico, Daniele Missiroli, Ilaria Rucco, Patrizia Chini, Nunzio Campanelli, Fabrizio Bonati, Ida Dainese, Michele,
a cura di Ser Stefano.
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La Gara 33

La Gara 33 - Dica 33!

(settembre/ottobre 2012, 55 pagine, 711,52 KB)

Autori partecipanti: Lodovico, , Ser Stefano, Monica Porta may bee, Nathan, Skyla74, Licetti, Roberta Michelini, Cordelia, Tuarag, Mastronxo, Paride Bastuello, Isabella Galeotti, Angela Di Salvo, Lorella15, Recenso,
A cura di Ser Stefano.
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La Gara 54

La Gara 54 - Sotto il cielo d'agosto

(agosto/settembre 2015, 24 pagine, 1,66 MB)

Autori partecipanti: Laura Chi, Annamaria Vernuccio, Alberto Tivoli, Angelo Manarola, Ida Dainese, Skyla74, Patrizia Chini, Eliseo Palumbo,
a cura di Giorgio Leone.
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Alcuni esempi di nostri libri autoprodotti:


Dieci

Dieci

antologia di opere ispirate dal numero dieci, in omaggio al decimo compleanno dell'associazione culturale BraviAutori.it

Non amiamo l'auto-celebrazione, tuttavia ci è piaciuto festeggiare il nostro decimo compleanno invitando gli autori a partecipare alla composizione di un'antologia di opere di genere libero che avessero come traccia il numero 10. Ventidue autori hanno accettato l'invito e ciò che ci hanno regalato è stato confezionato in queste pagine.
Con la presente antologia abbiamo voluto ringraziare tutti i collaboratori, gli autori e i visitatori che hanno contribuito a rendere BraviAutori.it ciò che è oggi, e che continuerà a essere finché potrà.
A cura di Massimo Baglione.
Copertina di Giuseppe Gallato.

Contiene opere di: Ferruccio Frontini, Giuseppe Gallato, Mirta D, Salvatore Stefanelli, Gabriella Pison, Alberto Tivoli, Massimo Tivoli, Francesca Gabriel, Francesca Santucci, Enrico Teodorani, Gabriele Ludovici, Martina Del Negro, Alessandro Borghesi, Cristina Giuntini, Umberto Pasqui, Marezia Ori, Fausto Scatoli, Arcangelo Galante, Giorgio Leone, Fabio Maltese, Selene Barblan, Marco Bertoli.
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Intellinfinito (un passo avanti)

Intellinfinito (un passo avanti)

Nota: questo libro non è derivato dai nostri concorsi ma ne abbiamo curato l'editing e la diffusione per conto dell'autore che ha ceduto le royalty all'Associazione culturale.
Questo libro è il seguito di "Un passo indietro". Come il primo, è autoconclusivo.
"Esistevano davvero, gli dèi. Ma non erano dèi. Non lo erano stati per un'oscura volontà divina, ma lo erano semplicemente diventati mediante un'accanita volontà terrena di sopravvivenza".
L'Evoluzione umana (e non) come non l'avete mai immaginata.
Un romanzo postumano e transumano che vi mostrerà un futuro che forse non tarderà a divenire.
Di Massimo Baglione.
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Déjà vu - il rivissuto mancato

Déjà vu - il rivissuto mancato

antologia poetica di AA.VV.

Talvolta, a causa di dinamiche non sempre esplicabili, uno strano meccanismo nella nostra mente ci illude di aver già assistito a una scena che, in realtà, la si sta vivendo solo ora. Il dèjà vu diventa così una fotocopia mentale di quell'attimo, un incontro del pensiero con se stesso.
Chi non ha mai pensato (o realmente vissuto) un'istantanea della propria vita, gli stessi gesti e le stesse parole senza rimanerne perplesso e affascinato? Chi non lo ha mai rievocato come un sogno o, perché no, come un incubo a occhi aperti?
Ventitrè autori si sono cimentati nel descrivere le loro idee di déjà vu in chiave poetica.
A cura di Francesco Zanni Bertelli.

Contiene opere di: Alberto Barina, Angela Catalini, Enrico Arlandini, Enrico Teodorani, Fausto Scatoli, Federico Caruso, Francesca Rosaria Riso, Francesca Gabriel, Francesca Paolucci, Gabriella Pison, Gianluigi Redaelli, Giovanni Teresi, Giuseppe Patti, Ida Dainese, Laura Usai, Massimo Baglione, Massimo Tivoli, Pasquale Aversano, Patrizia Benetti, Pietro Antonio Sanzeri, Silvia Ovis, Umberto Pasqui, Francesco Zanni Bertelli.
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