Street cats

Spazio dedicato alla Gara stagionale d'estate 2018.

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Gabriele Ludovici
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Messaggio da leggere da Gabriele Ludovici » 13/07/2018, 17:24

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Street Cats

È morto.
Anzi no.
Uno dei primissimi insegnamenti che ha ricevuto all’inizio della sua affiliazione alla Manopla Roja è quello di scacciare il più possibile dalla propria mente il pensiero della morte. In qualsiasi circostanza, guai a lasciare che quel timore possa insinuarsi.
“La paura di crepare ti fotte. Ignorala”.
Chi glielo ha detto?
Boh.
Guillermo ha solo una priorità da risolvere, adesso, poiché si ritrova con un lungo solco sul torace magro, dal quale cola copioso del sangue che imbratta la replica della canotta dei Miami Heat. Una coltellata. Ha tentato di fare il furbo con uno della Manopla, che di gerarchia gli stava poco sopra. Uno che reputava incapace persino di saper contare. Guillermo ha fatto la cresta sui proventi della giornata di spaccio, e Pavo se n’è accorto. Il ragazzino si è intascato un pugno di banconote, ovvero pane e latte a casa per una settimana in più. Non ha l’età per immaginare vizi e lussi più importanti. Una sana e onesta cazzata punita da una lama amica, destino beffardo. El Pavo poi, il tacchino, il coglione col taglio di capelli più cretino di tutta la gang, uno che quel pugno di banconote lo spendeva ogni giorno dal barbiere.

Si è trascinato in un vicolo dove l’aria puzza di urina, carogne e spazzatura. Non è lontano da casa sua, Guillermo sa che non deve allontanarsi troppo dal cerchio protettivo della Manopla. Lì, nell’angolo più sfigato della città più malfamata del Paese, le luci del tramonto non si degnano di fare la loro figura. Sente quasi freddo, anche se ci sono circa trenta gradi. Sentire freddo è un brutto segnale.
Nella semioscurità, il ragazzino tenta di raccogliere tutto ciò che gli rimane di lucido in mente pur di non perdere i sensi. Ritrovarsi svenuto in quel vicolo equivale a morire.
Un gatto.
Guillermo lo intravede, è dietro un cassonetto. Un gatto come tanti: grigio, forse tigrato, tutt’occhi e coda. Una micia, ha uno sguardo curioso e dolce, non saprebbe dire altro per avvalorare la propria tesi. Sa solo che i gatti della città sono diffidenti, non danno confidenza. Sono fantasmi di pelo, mucchietti d’ossa che si accontentano di ciò che scartano perfino gli umani più disperati. Nessuno si prende cura di loro, la loro lotta per la sopravvivenza è muta. Doña Pilar, l’ultima gattara certificata del quartiere, è morta da tempo.
La gatta si avvicina. Fiuta l’aria, abbassa la testa. Guillermo ne studia le movenze. Vorrebbe gridarle di stargli accanto, farle capire la necessità di un qualcosa su cui concentrarsi.
Un sussulto al cuore gli annebbia la vista.
Il felino è titubante. L’istinto è quello di sfruttare l’assenza di “rivali” per ispezionare con calma la mercanzia avariata ammucchiata nelle buste della calle. Quattro cassonetti, tre pieni fino all’orlo. Eppure la gatta indugia. Percepisce qualcosa nello sguardo di quel colosso di carne morente. Colosso dal suo punto di vista, ovviamente: quel ragazzino pesa sì e no cinquanta chili.
Guillermo non è mai stato attratto dagli animali, sebbene abbia sempre annuito di fronte ai compagni che lodavano le doti intellettive dei loro pitbull o altri cani da guardia/assalto. Grame bestie, pensava. Figuriamoci poi i gatti: piccoli, selvatici, essenzialmente inutili.
Fino a quel momento, chiaro.
Vincendo ogni esitazione, la gatta si avvicina al ragazzo. Annusa, indaga. È ferito a morte, è evidente, così lancia un blando miagolio di disgusto misto a impotenza. Capisce che la sua presenza può attirare l’attenzione di altri cosi. Quei cosi enormi e invincibili, dai lunghi arti, estensioni prensili da cui rifuggire. Quelle figure perennemente di corsa, alle quali è inutile affezionarsi poiché trasudano anch’essi fame e disperazione.
Il ragazzo, dal canto suo, è disperatamente concentrato sulla figura di quell’animale. Sente che la vita sta scivolando via, è sull’orlo di perdere i sensi. Si accorge di un morbido strofinio nei pressi della sua bocca, poi di un piccolo morso. Dolore, attivazione delle sinapsi. La bestiolina gli cammina sopra, in qualche modo il suo fisico cessa di intorpidirsi così repentinamente.
È vivo.
Fissa il cielo attraverso i fili dei panni stesi. Quanta gente si è affacciata in quei minuti, facendosi i cazzi suoi di fronte allo scenario di un ragazzino morente? Almeno una ventina, sono grossi palazzi. Ma perché non interviene nessuno?
Il ritmo dei suoi pensieri è scandito dai passi della gatta che lo attraversano da capo a piedi. I mici non è che abbiano una soglia dell’attenzione così alta, pensa Guillermo, e dà per scontato che a breve l’animale si allontanerà.

-

El Pavo è di ritorno da una serata delle sue. Una ronda d’affari, il “recupero crediti”, poi una cena a base di burritos, birra e cocaina nel garage di Jaime. Ha deciso di andare a casa presto, il giorno dopo deve spostarsi in un’altra regione assieme al capo. Serve un gorilla che svolga l’ordinaria amministrazione in tema di sicurezza, carne da macello che non può rifiutarsi. Il profilo di Pavo.
Passeggiando per la via principale del barrio, gonfio d’alcol e droga, a Pavo torna in mente Guillermo. È proprio lì che quattro ore prima lo ha “graffiato” con la lama, a quel furbetto del cazzo. Guardandosi intorno con circospezione, cerca segni che lascino intendere cosa ne sia stato del ragazzino. Nessuna donna in lacrime? Nessuna attività sbirresca?
Grande è la sorpresa quando, imboccando il vicolo delle pisciate per svuotarsi la vescica, trova il corpo di Guillermo circondato da una ventina di gatti. I loro occhi scintillano nel buio, per uno strano gioco di luci con la scarsa illuminazione che passa in quel corridoio di spazzatura. El Pavo non sa se Guillermo sia morto o meno ma, trovandosi al cospetto di quell’orda di code dritte e sguardi glaciali, ottenebrato dall’alterazione, con mano tremante compone il numero dell’assistenza sanitaria prima di gettare il cellulare in un cassonetto e scappare via con i pantaloni mezzi abbassati.

Ida Dainese
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Messaggio da leggere da Ida Dainese » 01/08/2018, 1:55

Un racconto scritto bene, con uno stile fatto di frasi brevi, essenziali e secche che ben si adattano alla narrazione della triste fine (forse) di un ragazzo, ai suoi pensieri concitati, all'ambientazione di un vicolo "invisibile" della grande città. Morire in solitudine, ingiustamente, in un luogo così brutto e solitario non è un morire da umano e forse è questa circostanza a creare quella fusione di pensiero ragazzo di strada-gatti di strada, un modo di comprendersi e di aiutarsi, di non aspettare in solitudine la salvezza o la morte.
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commento

Messaggio da leggere da carlocelenza » 05/08/2018, 16:04

Pezzo fin troppo intriso di immagini sanguinolente, ma la paura di morire?
L’ansia, l’angoscia e l’introspezione mancano rendendolo un racconto senza anima ne pathos.
Per aver partecipato anche non essendo obbligato a farlo 5, per la frase “ottenebrato dall’alterazione “ 0 (Zero) , per la mancanza di emozioni 2.
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Draper
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Re: Street cats

Messaggio da leggere da Draper » 09/08/2018, 18:31

Questo racconto è molto grezzo, ma percepisco del potenziale, tanto potenziale, non nella storia in sé ma in chi c'è dietro. Ci sono delle belle intuizioni, il ritmo poi penso sia uno dei punti di forza della storia. Il problema è che sembra davvero troppo generica. Con un po' di colore, un po' di carattere in più sarebbe stata diversa. Suppongo che nelle intenzioni dell'autore ci fosse l'idea di rendere la città del tutto anonima (ma potrei sbagliarmi), fatto sta che l'aver dato una connotazione ben precisa al sostrato geo-culturale (questi criminali hanno nomi e soprannomi in spagnolo) credo abbia creato un cortocircuito con quella stessa volontà di rendere invece il luogo privo di dimensioni specifiche. Ci troviamo in Messico, a Caracas, a East Los Angeles? Non ci è dato saperlo, ma il punto è che così emerge una mancanza di coerenza. A che pro utilizzare il mondo ispanofono, quindi? No, mantenerlo in vita deve presupporre uno sforzo deciso a crearvi intorno una solidità maggiore. Il lettore deve sapere che il luogo dove si svolgono i fatti è Juarez piuttosto che, non so, Managua. Ogni elemento della storia deve avere un suo perché, dalla località di svolgimento fino al più infame dei personaggi secondari, e nessuna di quelle parti deve entrare vicendevolmente in contrasto con una qualsiasi altra. Per concludere dico: ottima grinta, bello l'uso dei tempi verbali e degli errori voluti (tipo "a quel furbetto") e pollice in su per il ritmo, perché innanzitutto è importante che un lettore arrivi sempre alla fine di una storia. Meno bene alcune espressioni che hanno già segnalato prima di questo commento, e male per il senso di genericità troppo evidente. Attenzione poi a determinate espressioni, "grame" ad esempio. Un gangster così giovane non userebbe mai un termine tanto desueto, e siccome si trova in un discorso indiretto libero (che fa riferimento a un pensiero diretto del protagonista, che quella parola l'ha pensata) è meglio cambiarla con povere, ad esempio.

Spero di aver dato consigli costruttivi, così che le prossime storie siano anche migliori. Continua così e buon lavoro!
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