Gara 71 - Bando e racconti

Questa è la sezione dove sia i nuovi arrivati che i veterani possono partecipare alle nostre Gare letterarie periodiche. La partecipazione è libera e gratuita, l'importante è avere voglia di mettersi alla prova, conoscere gli altri autori e migliorarsi a vicenda. Ogni Gara sarà pubblicata in E-Book gratuiti e liberamente scaricabili.
Mettiti alla prova!

Moderatori: Alessandro Napolitano, Massimo Baglione, Lodovico

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Gabriele Ludovici
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Gara 71 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Gabriele Ludovici » 01/06/2018, 16:59

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FIGLI DEL PIANETA

Dietro questa immagine e questo titolo si cela un tema apparentemente semplice: il rapporto tra esseri umani e animali. Un legame ancestrale che nel tempo ha assunto nuove forme ma non si è mai interrotto. Date pure sfogo alla vostra fantasia creando un racconto che abbia, come unico vincolo, la presenza di almeno un umano e di un animale: potete scriverlo da qualsiasi punto di vista, ovviamente, cavalcando (è il caso di dirlo) l'onda del genere che preferite. Volete calarvi nei panni di un pastore, di un capriolo, di un incantatore di serpenti, di uno squalo? Oppure affrontare discorsi etici, rievocare episodi storici legati a questa tematica? Ecco la gara per voi :)

Regole:
Valgono tutte le regole ufficiali, che trovate qui:
viewtopic.php?f=80&t=2308

Riassumendo:
- lunghezza massima del testo: 1000 parole o 6000 caratteri (spazi inclusi) con una tolleranza del 10%;
- chi partecipa dovrà votare e commentare tutti i racconti eccetto il proprio; in caso contrario verrà escluso dalla Gara e non riceverà alcun premio né pubblicazione;
- ogni racconto dovrà essere corredato di un’immagine, da inserire preferibilmente in apertura del brano;
- voti da 1 a 5, consentiti anche i tagli a mezzo (1,5 e così via fino al 5);
- i racconti postati non potranno più essere modificati se non a gara conclusa; al termine dei giochi, si potranno apportare eventuali modifiche per la pubblicazione sull’e-book.

I racconti potranno essere postati come risposta a questo messaggio fino alla mezzanotte del 15 Luglio 2018.
I commenti e i voti dovranno invece essere postati dal 16 Luglio fino alla mezzanotte del 29 Luglio 2018 a questo link: viewtopic.php?f=80&t=5226

Chi vincerà avrà l’onore e l’onere di organizzare la gara successiva.
I premi saranno:
1. Pubblicazione dei racconti in digitale, con il consueto e-book.
2. Il vincitore otterrà un abbonamento di 10 euro grazie al quale saranno scaricabili gli ebook integrali (pdf o epub) delle nostre pubblicazioni cartacee (vedi post "I premi delle gare" qui: viewtopic.php?f=80&t=2472
3. L'attestato stampabile che attesta la vittoria.
4. Nel caso in cui si abbia una buona partecipazione di concorrenti, con tutti i racconti sarà creato un libro acquistabile (per un periodo di tempo limitato) il cui ricavato andrà devoluto a BraviAutori.

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Lodovico
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Re: Gara 71 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Lodovico » 04/06/2018, 22:01

Felinità
Wanda Wultz io+gatto.jpg
Wanda Wulz - io+gatto

IERI.
Aurora arrivò al bivio. Rimase per dieci minuti lì ferma, massaggiandosi il mento con la mano e l’espressione indecisa che le confondeva il volto. Guardò a destra, poi si morse leggermente le labbra. S’immaginò dietro l’angolo un’immensa gelateria con le pareti di cioccolato bianco e meringa. Si leccò le piccole labbra rosate, sorrise e quasi si decise a svoltare. Ma poi ci ripensò. Spiò sulla sinistra e sognò un’altalena. Sentì il cigolio della catena ripetersi nei timpani deliziati, il fruscio delle scarpe che scorrevano sulla terra bruna e pensò alla meraviglia di danzare sul seggiolino spinta dal vento. Desiderava un gelato alla fragola, enorme, con il goloso cono di cialda e una vorticosa spirale rossa al centro. D’altra parte la attirava anche l’idea di un eccitante giro in giostra. Si sedette imbronciata al centro del viale con le ginocchia incrociate, poi si alzò di scatto e iniziò a camminare freneticamente avanti e indietro a dimostrare tutta la sua indecisione e il timore di compiere un imperdonabile errore. Aggrottò la fronte e si fermò. Sbuffò, si gettò sconfitta sulle foglie secche e guardò i brandelli di nubi che nascondevano il sole cocente. E le strade la chiamavano, la interrogavano e la tentavano. La gelateria a destra e l’altalena a sinistra. La gola e il brivido. Il gusto e l’emozione. E se una delle due strade avesse nascosto insidie? Se nel suo peregrinare avesse incontrato un drago o uno stregone malvagio? Del resto, nella sua mente di bambina, tutto sarebbe stato possibile.
Il gatto, grigio come l’asfalto, la osservava da tempo. Con quello sguardo indifferente come solo i gatti sanno essere. Aurora vide il movimento. Una zampa cenerina passava davanti alla lingua e poi dietro le orecchie dell’animale. La mamma le diceva sempre che, quando i gatti si lavavano così, a breve la pioggia sarebbe arrivata. Maledetta bestiaccia. Niente giostra, niente gelato se avesse iniziato a piovere. Il movimento di Aurora fu lento, lentissimo. Sarebbe scappato, altrimenti. Gli occhi verdi dell’animale la fissavano, attenti. La bestia estese le zampe posteriori per alzarsi e allontanarsi da quella bambina dagli occhi fiammeggianti. Fu troppo tardi. Il sibilo del bastone sembrò rompere il silenzio perfetto della campagna. Un fiotto di sangue sorprendentemente rosso uscì dalle narici del gatto per finire a terra a creare un piccolo lago. La testa del felino penzolava di lato, in una posizione innaturale. Tutto il suo corpo grigio si rattrappì con un movimento isterico. Aurora, il bastone insanguinato saldamente in mano, il respiro affannoso, il sorriso trionfante, lo sovrastava. Con un calcio lanciò il corpo dell’animale morente tra l’erba alta a fianco della strada.

OGGI.
La donna si sveglia in un mare di sudore. La notte la avvolge nella sua coltre nera come la morte. È successo di nuovo. Prega di non vedere ciò che si aspetta. E invece è lì. Le dita appiccicose le si avvolgono sul viso. Sente sulle guance il tiepido sentore del sangue e quell’odore dolciastro che ha già provato tante volte. L’ombra vicino a lei è immobile, praticamente invisibile nel buio della stanza. Non è necessario vedere, sa benissimo cosa si trova sotto quelle lenzuola macchiate. E sa cosa dovrà fare, come le altre volte, come sempre.
È difficile trovare un luogo adatto. Il bosco è fitto, in quel punto. Un luogo nuovo, ogni volta. Porta, faticosamente i sacchetti fino al bordo dello strapiombo e poi giù, lontano dal lei, lontano dalla sua mente, ma fino a quando? Dieci sacchi, circa sette chili l’uno. Dividere il corpo dell’uomo in modo quasi uniforme è, per lei, ormai diventata quasi un’arte. Pochi tagli nella carne ben distribuiti le permettono, ogni volta, di ottimizzare i pesi.
L’automobile la sta aspettando al bordo del bosco. Osserva il sedile posteriore. Niente sangue. Meglio delle altre volte. E ora deve semplicemente dimenticare. Come sempre.

IERI.
Aurora lasciò che, a decidere, fosse la sorte. L’unica moneta che aveva in tasca brillò mentre saltava verso il cielo e poi si faceva guidare dalla forza di gravità di nuovo sulla terra. Testa. Il gelato la aspettava dietro la curva della strada di destra, dove i rami delle piante, illuminati dal sole, disegnavano ghirigori incomprensibili. La bambina era convinta che fosse una scrittura, a lei sconosciuta, con cui il sole le voleva comunicare i suoi segreti. Calpestò le ombre con passo svelto mentre si dirigeva verso il gelato alla fragola, che la attendeva impaziente di essere leccato da quella lingua bambina.

OGGI.
L’entrata del bar è sovrastata da un neon invadente che sporca di rosso il marciapiede davanti a lei. Le gambe, finalmente libere dalle coprenti calze d’inverno, brillano sotto la minigonna. Incerta sugli alti tacchi apre la porta e si sente osservata. Si sente sempre così, sempre.

IERI.
Aurora non comprò il gelato. Semplicemente perché, alla gelateria, sempre che esistesse davvero, Aurora non vi arrivò mai. Era pigra, Aurora, tanto. L’automobile si fermò al suo fianco. La carrozza da principessa che l’avrebbe portata alla dolce tentazione. L’uomo era pacioccone, gentile, la tipica persona di cui non ci si dovrebbe fidare. Ma il dolce era lontano e i piedi della bambina in fiamme. Salì, se ne pentì, o forse no. Le mani dell’uomo erano forti e indiscrete, i riflessi dei bambini sono veloci. Non ne bastò una. La testa di un uomo, scoprì Aurora, era molto più dura di quella di un gatto. Due, tre, dieci bastonate, ma, alla fine il corpo pacioccone non respirò più. Il viso dell’uomo si confuse con quello del gatto, che si confuse con quello dell’uomo in un’umana felinità e in una felina umanità. Le era passata la voglia di gelato. Aurora sarebbe andata a casa, in fondo l’ora di cena non era così lontana.

OGGI.
Il profumo dozzinale le violenta le narici. Un fremito che conosce bene, troppo bene le attraversa il corpo morbido e desiderabile coperto solo di una canottiera di seta e di una minigonna. Sente salire l’eccitazione dalle gambe, il cuore le scaraventa fiotti di sangue fino al cervello. Si volta verso l’uomo che le sta parlando. Lo vede. Né gatto né uomo. Peloso. Le lunghe vibrisse incorniciano un naso rosa perso nel grigio come un’isola nell’oceano. Né uomo né gatto. Sfiora il rigido e pesante manganello celato nella borsa di corda. La voce maschile si trasforma, nella mente della donna in un suono felino.
— Ciao, bella, che fai stasera?
— Ho capito, bella, vuoi che ti accompagni a casa? Magari prima beviamo qualcosa.
— A proposito, come ti chiami? Io Marco.
— Aurora, che bel nome!
— Miao, Miao, Miaooooooo…
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carlocelenza
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Re: Gara 71 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da carlocelenza » 09/07/2018, 13:27

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Animali
Vi racconto una storia, purtroppo vera, che appresi quando ancora facevo il liceo, epoca Guerre Puniche per intenderci.
Ricordo bene il fatto perché mi fece riflettere allora e lo fa ancora.
Durante una primavera insolitamente mite una delle elefantesse dello zoo di londra rifiutò il cibo.
Corsero veterinari e dirigenti, mantenere in buona salute un animale africano abituato al caldo, nel cupo clima londinese non è cosa da poco e con la consueta loro puntigliosità non fu tralasciata nessuna ipotesi ma non si arrivò a nulla di conclusivo.
All'epoca non esistevano ecografie, tac o metodi innovativi di diagnosi ma per quei tempi si fece di tutto e in fretta per arrivare al più presto a una diagnosi.
Lo zoo di londra ha sempre avuto elefanti da mostrare al pubblico, famoso quello che nei primi del novecento era talmente grande che sotto il suo ventre passava una carrozza, le antiche foto sono reperibili su internet se volete vederle e quel gigantesco elefante era così socievole che portava in giro per lo zoo anche venti bambini alla volta.
Con una tradizione tanto radicata la malattia dell'elefantessa divenne un fatto importante e tutti si chiedevano cosa gli fosse successo.
Mentre i giorni passavano le condizioni del povero animale continuarono a peggiorare e la cosa più strana e pericolosa era che neanche beveva.
Ogni tentativo di farla mangiare la faceva infuriare e rendeva le cose ancora più incomprensibili e angoscianti.
Anche quando ormai non riusciva più a reggersi sulle zampe rifiutava cibo e veterinari agitando violentemente la proboscide e nessuno più riusciva a avvicinarsi a lei.
Quando ormai a stento riusciva a muoversi qualcuno si ricordò che l'uomo che solitamente la accudiva era andato in viaggio di nozze e la lampadina si accese nella testa di qualcuno dei dirigenti che fece di tutto per richiamare a Londra l'inserviente.
Non c'erano i telefonini a quei tempi ma alla fine dopo qualche giorno l'uomo giunse trafelato allo zoo e in massa lo accompagnarono dall'elefantessa.
Quando lui si avvicinò lei respirava appena ma lo riconobbe subito e lo sfiorò debolmente con la proboscide.
Pochi minuti dopo morì.
Animali, continuiamo a chiamarli così, ma se sono capaci di suicidarsi se perdono una persona cara forse non saranno intelligenti come noi ma sentimenti e sensibilità ne hanno e da vendere.
La loro vita non è poi tanto bella quando sono in libertà, non hanno avuto la nostra fortuna ma noi umani con loro siamo veramente disumani.
Quando coccoliamo il gatto di casa o il cane o vezzeggiamo il canarino in gabbia pensiamo per una volta di andare in una stalla dove vivono vacche e vitelli, di carezzarne uno e di guardarlo bene negli occhi.
Se qualcuno di voi è capace di dirgli sorridendo " Che tesoro che sei, così calmo, rilassato e simpatico, sai che domani un tizio con un grembiule di gomma ti sparerà in testa una punta d'acciaio e tu diventerai una bella bistecca o un bel mucchio di Hamburger. Sei felice? " .
Una volta non potevamo fare alrimenti, ma oggi possiamo clonare un singolo muscolo da una singola cellula,senza il bisogno di spezzare una vita, una coscienza e forse un amore in un ANIMALE.
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Ida Dainese
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Re: Gara 71 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Ida Dainese » 09/07/2018, 19:38

Incontri

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image.jpg (32.73 KiB) Visto 156 volte
L’uomo scendeva lungo il sentiero fermandosi ogni tanto a osservare le montagne oltre la valle.
Il sole splendeva tranquillo in un cielo pulito, ma intorno alle vette già facevano capolino nuvole bianche, pronte a sciogliersi in piccoli acquazzoni pomeridiani. Le fronde dei pini si muovevano docili, lasciando che il vento sussurrasse tra i loro aghi.
Era quasi mezzogiorno e l’uomo si fermò per assaporare meglio il suo momento preferito, quando le campane dei paesi cominciavano a rintoccare l’ora e il suono si spandeva nella vallata, portato dall’aria, riecheggiando tra le rocce. Gli piaceva quel dissolversi del suono nel silenzio solenne.
A volte, se stava fermo abbastanza a lungo, riusciva a scorgere qualche scoiattolo arrampicarsi velocissimo o un uccellino che spiccava il volo. Al rintoccare della valle rispose un breve grido acuto. L’uomo alzò la testa e individuò la poiana che girava in cerchio altissima sui pascoli, forse disturbata nella sua caccia. Ogni volta gli faceva sempre lo stesso effetto, richiamando ricordi di guerra che gli avevano raccontato, quando gli aerei solcavano il cielo e non si sapeva mai se erano in ricognizione o se sganciavano bombe.
La valle tornò silenziosa, turbata qua e là da borbottii di motori che si udivano appena. Rumori destinati ad aumentare a breve, con l’inizio della stagione turistica.
Il paese sarebbe diventato troppo stretto, troppo chiassoso, troppo colorato.
“E poi dicono delle marmotte” pensò sorridendo. Nei pascoli più alti, le aveva sentite tante volte fischiare e schioccare, con i suoni amplificati dalle pareti rocciose. Spesso aveva scorto qualche camoscio pascolare abbarbicato lassù in posizioni assurde.
Il ricordo dei camosci gli fece tornare in mente il capriolo ferito che aveva trovato l’anno prima, mentre tornava dal fare legna. La bestiola era incappata in un cespuglio di rovi e agitandosi si era procurata delle ferite sul muso e alle gambe. Non era un cucciolo ma neanche un adulto e accortasi della presenza umana si era immobilizzata guardandolo fisso con occhi spalancati.
L’uomo si era avvicinato strisciando lento, con le mani coperte dai guanti che sapevano di legno e di bosco, l’aveva raggiunta e le aveva coperto il muso con delicatezza cercando di estrarla dai rami.
A casa le aveva medicato le ferite e steccato una delle zampe. La teneva in un angolo riparato del fienile, lontana dalla curiosità di Dodo che con il suo abbaiare avrebbe potuto spaventarla, lontana dagli sguardi e dalle carezze dei bambini. Non le aveva dato un nome, né si era fatto illusioni. Non era Bambi, era un animale selvatico che doveva tornare al suo mondo il prima possibile.
Una volta guarita la portò con sé nel luogo dove l’aveva trovata. All’alba, quando il sole ancora non si era arrampicato sulla montagna, l’uomo si tolse lo zaino, svolse la coperta e lasciò libera la cerbiatta. Lei prima restò immobile, annusando l’aria col musetto rovinato dalla cicatrice, poi sparì nel bosco.
Chissà se ce l’aveva fatta. Sospirò, perché per quanto avesse mantenuto il distacco, un po’ ci si era affezionato lo stesso.
Riprese il cammino battendosi sulla coscia: — Qui, Dodo… — ricordando subito dopo che il cane non era con lui, lo aveva perso un mese prima. Non aveva mai capito perché un animale destinato a essere un amico così fedele dovesse vivere così poco. Dodo gli mancava ancora molto e a volte gli sembrava di averlo ancora dietro di sé o si aspettava di vederlo spuntare al suo fianco. Quando era più giovane correva su e giù per il sentiero percorrendo alla fine cento volte la lunghezza del tragitto. Spaventava le lepri che si avventuravano sul percorso, i passeri che rubavano le briciole, abbaiava alla poiana in alto e ai ranocchi tra l’erba. Senza di lui le giornate erano troppo tranquille.
Dopo qualche passo urtò col bastone un sasso sul lato del sentiero e si chinò a osservarlo. Da piccolo raccoglieva e collezionava i pezzi di roccia più strani, lucidi, ruvidi, screziati di colori, scintillanti al sole. Ora si fermava a guardarli, rigirandoli ammirato tra le dita e poi li lasciava al loro posto.
Sedette sul lato erboso del sentiero, assaporando il fatto di non avere fretta.
Invecchiando si sorprendeva spesso assorto in riflessioni. Gli piaceva stare in silenzio e lasciar correre i pensieri, anche se a volte non erano dei più felici. Il cielo, la terra, le montagne, esseri umani e animali che vivevano più o meno insieme, rapporti che si intrecciavano a volte per diventare straordinari. Dopotutto la vita, con i suoi momenti belli e brutti, era degna di valore e gli sarebbe dispiaciuto andarsene.
Piegò le braccia sulle ginocchia, posò la fronte e chiuse gli occhi. Se Dodo fosse stato ancora con lui, quello sarebbe stato il momento in cui gli avrebbe spinto la testa col naso, alitandogli nell’orecchio. Ma non c’era e quello era diventato un momento triste.
Un lieve fruscio nel sottobosco alle sue spalle richiamò la sua attenzione. Alzò la testa proprio nell’istante in cui un cucciolo di capriolo piombò saltellando sul sentiero e impietrì davanti al suo sguardo. L’uomo guardava la creatura trattenendo il respiro. Prima di bloccarsi a quel modo, i suoi saltelli erano un po’ tremolanti, doveva essere nato da poco, che ci faceva lì?
Senza fare rumore, con il muoversi aggraziato di una ballerina o di una farfalla, sua madre apparve tra i fili d’erba, lo raggiunse e poi voltò la testa verso l’uomo. Aveva una sottile riga bianca che le attraversava il muso.
— Sei tu! — mormorò l’uomo sorpreso, mentre la bestiola si lasciava guardare.
Si fissarono così per lunghi istanti senza che nessuno si muovesse, poi la cerbiatta si chinò sul piccolo e lo spinse sul fianco. Il cucciolo ripartì col suo buffo caracollare e lei lo seguì, altera come una regina. Sparirono nel giro di qualche secondo.
L’uomo sorrise, si alzò e riprese il suo cammino con l’animo lieve.
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Re: Gara 71 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Gabriele Ludovici » 13/07/2018, 17:24

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Street Cats

È morto.
Anzi no.
Uno dei primissimi insegnamenti che ha ricevuto all’inizio della sua affiliazione alla Manopla Roja è quello di scacciare il più possibile dalla propria mente il pensiero della morte. In qualsiasi circostanza, guai a lasciare che quel timore possa insinuarsi.
“La paura di crepare ti fotte. Ignorala”.
Chi glielo ha detto?
Boh.
Guillermo ha solo una priorità da risolvere, adesso, poiché si ritrova con un lungo solco sul torace magro, dal quale cola copioso del sangue che imbratta la replica della canotta dei Miami Heat. Una coltellata. Ha tentato di fare il furbo con uno della Manopla, che di gerarchia gli stava poco sopra. Uno che reputava incapace persino di saper contare. Guillermo ha fatto la cresta sui proventi della giornata di spaccio, e Pavo se n’è accorto. Il ragazzino si è intascato un pugno di banconote, ovvero pane e latte a casa per una settimana in più. Non ha l’età per immaginare vizi e lussi più importanti. Una sana e onesta cazzata punita da una lama amica, destino beffardo. El Pavo poi, il tacchino, il coglione col taglio di capelli più cretino di tutta la gang, uno che quel pugno di banconote lo spendeva ogni giorno dal barbiere.

Si è trascinato in un vicolo dove l’aria puzza di urina, carogne e spazzatura. Non è lontano da casa sua, Guillermo sa che non deve allontanarsi troppo dal cerchio protettivo della Manopla. Lì, nell’angolo più sfigato della città più malfamata del Paese, le luci del tramonto non si degnano di fare la loro figura. Sente quasi freddo, anche se ci sono circa trenta gradi. Sentire freddo è un brutto segnale.
Nella semioscurità, il ragazzino tenta di raccogliere tutto ciò che gli rimane di lucido in mente pur di non perdere i sensi. Ritrovarsi svenuto in quel vicolo equivale a morire.
Un gatto.
Guillermo lo intravede, è dietro un cassonetto. Un gatto come tanti: grigio, forse tigrato, tutt’occhi e coda. Una micia, ha uno sguardo curioso e dolce, non saprebbe dire altro per avvalorare la propria tesi. Sa solo che i gatti della città sono diffidenti, non danno confidenza. Sono fantasmi di pelo, mucchietti d’ossa che si accontentano di ciò che scartano perfino gli umani più disperati. Nessuno si prende cura di loro, la loro lotta per la sopravvivenza è muta. Doña Pilar, l’ultima gattara certificata del quartiere, è morta da tempo.
La gatta si avvicina. Fiuta l’aria, abbassa la testa. Guillermo ne studia le movenze. Vorrebbe gridarle di stargli accanto, farle capire la necessità di un qualcosa su cui concentrarsi.
Un sussulto al cuore gli annebbia la vista.
Il felino è titubante. L’istinto è quello di sfruttare l’assenza di “rivali” per ispezionare con calma la mercanzia avariata ammucchiata nelle buste della calle. Quattro cassonetti, tre pieni fino all’orlo. Eppure la gatta indugia. Percepisce qualcosa nello sguardo di quel colosso di carne morente. Colosso dal suo punto di vista, ovviamente: quel ragazzino pesa sì e no cinquanta chili.
Guillermo non è mai stato attratto dagli animali, sebbene abbia sempre annuito di fronte ai compagni che lodavano le doti intellettive dei loro pitbull o altri cani da guardia/assalto. Grame bestie, pensava. Figuriamoci poi i gatti: piccoli, selvatici, essenzialmente inutili.
Fino a quel momento, chiaro.
Vincendo ogni esitazione, la gatta si avvicina al ragazzo. Annusa, indaga. È ferito a morte, è evidente, così lancia un blando miagolio di disgusto misto a impotenza. Capisce che la sua presenza può attirare l’attenzione di altri cosi. Quei cosi enormi e invincibili, dai lunghi arti, estensioni prensili da cui rifuggire. Quelle figure perennemente di corsa, alle quali è inutile affezionarsi poiché trasudano anch’essi fame e disperazione.
Il ragazzo, dal canto suo, è disperatamente concentrato sulla figura di quell’animale. Sente che la vita sta scivolando via, è sull’orlo di perdere i sensi. Si accorge di un morbido strofinio nei pressi della sua bocca, poi di un piccolo morso. Dolore, attivazione delle sinapsi. La bestiolina gli cammina sopra, in qualche modo il suo fisico cessa di intorpidirsi così repentinamente.
È vivo.
Fissa il cielo attraverso i fili dei panni stesi. Quanta gente si è affacciata in quei minuti, facendosi i cazzi suoi di fronte allo scenario di un ragazzino morente? Almeno una ventina, sono grossi palazzi. Ma perché non interviene nessuno?
Il ritmo dei suoi pensieri è scandito dai passi della gatta che lo attraversano da capo a piedi. I mici non è che abbiano una soglia dell’attenzione così alta, pensa Guillermo, e dà per scontato che a breve l’animale si allontanerà.

-

El Pavo è di ritorno da una serata delle sue. Una ronda d’affari, il “recupero crediti”, poi una cena a base di burritos, birra e cocaina nel garage di Jaime. Ha deciso di andare a casa presto, il giorno dopo deve spostarsi in un’altra regione assieme al capo. Serve un gorilla che svolga l’ordinaria amministrazione in tema di sicurezza, carne da macello che non può rifiutarsi. Il profilo di Pavo.
Passeggiando per la via principale del barrio, gonfio d’alcol e droga, a Pavo torna in mente Guillermo. È proprio lì che quattro ore prima lo ha “graffiato” con la lama, a quel furbetto del cazzo. Guardandosi intorno con circospezione, cerca segni che lascino intendere cosa ne sia stato del ragazzino. Nessuna donna in lacrime? Nessuna attività sbirresca?
Grande è la sorpresa quando, imboccando il vicolo delle pisciate per svuotarsi la vescica, trova il corpo di Guillermo circondato da una ventina di gatti. I loro occhi scintillano nel buio, per uno strano gioco di luci con la scarsa illuminazione che passa in quel corridoio di spazzatura. El Pavo non sa se Guillermo sia morto o meno ma, trovandosi al cospetto di quell’orda di code dritte e sguardi glaciali, ottenebrato dall’alterazione, con mano tremante compone il numero dell’assistenza sanitaria prima di gettare il cellulare in un cassonetto e scappare via con i pantaloni mezzi abbassati.

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