Gara 50 - Bando, racconti e immagini

Qui ci sono tutte le vecchie Gare letterarie, dal 2008 all'estate 2018.
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Cladinoro
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Gara 50 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Cladinoro » 19/01/2015, 19:32

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“Non uscire da te, ritorna in te stesso: nell'intimo dell'uomo risiede la verità.” S.Agostino
verit.jpg (22.47 KiB) Visto 1923 volte
Per il traguardo storico raggiunto con questa cinquantesima edizione delle Gare letterarie, non poteva che esserci un tema particolare.
Celata, rivelata, accettata, contestata, distorta, ritrovata, conquistata, sofferta… ognuno ha la sua, eppure è una sola…
la VERITA’.


Investigate, illuminate chi la cerca, scavate nei meandri nascosti delle vostre anime, nella saggezza popolare, nei dogmi religiosi o percorrete l’universo intero, ma mi raccomando, dite solo e nient’altro che la VERITA’.

Allora liberate le vostre penne o sciogliete i vostri tasti, scatenate la fantasia nel vostro genere letterario preferito e postate i vostri racconti allegando un’immagine per l’e-book, ma ricordate, niente trucchi o bugie, solo la verità!

Regole:
Valgono tutte le regole ufficiali, che trovate qui:
viewtopic.php?f=80&t=2308

Riassumendo:
- lunghezza massima del testo: 1000 parole o 6000 caratteri (spazi inclusi) con una tolleranza del 10%;
- chi partecipa dovrà votare e commentare tutti i racconti eccetto il proprio; in caso contrario
verrà escluso dalla Gara e non riceverà alcun premio né pubblicazione;
- ogni racconto dovrà essere corredato di un’immagine, da inserire preferibilmente in
apertura del vostro brano;
- voti da 1 a 5, consentiti anche i tagli a mezzo (1,5 e così via fino al 5);
- i racconti postati non potranno più essere modificati se non a gara conclusa; al termine dei
giochi, si potranno apportare eventuali modifiche per la pubblicazione sull’e-book.

I racconti potranno essere postati su questa pagina fino alla 23.59 del 18 febbraio 2015.
I commenti dovranno essere postati a questo link:
viewtopic.php?f=80&t=4750
dalle 00.00 del 19 febbraio 2015 fino alle 23.59 del 28 febbraio 2015

Premiazione:
Chi vincerà avrà l’onore e l’onere di organizzare la gara successiva.
I premi saranno:
1. Pubblicazione dei racconti in digitale, con il consueto e-book.
2. Il vincitore riceverà da Ser Stefano diploma, accompagnatoria e banner pensato su misura
per il proprio racconto.
Buona scrittura!
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"le albe non sono che l'illusione della bellezza del mondo"
Casino totale Jean-Claude IZZO

Kite97
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Re: Gara 50 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Kite97 » 21/01/2015, 1:11

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Falsa verità

-amore, dimmi la verità- dissi tenendo la mano alla mia fidanzata.
-cosa vuoi sapere? Lo sai che io non ho segreti per te-rispose lei sorridendomi.
-mi hai mai tradito?-
-ma cosa dici? Lo sai che ti amo più della mia vita.
Sorrisi, i miei occhi si fissarono nei suoi, mi feci più vicino e la baciai sussurrando un -ti amo.
La sua risposta fu-anche io.
Non potevo ormai stare lontano da lei, vivevamo insieme ed era essenziale per me.
Purtroppo dalle volte avevo vuoti di memoria, non ho mai capito da cosa dipendesse.
Più volte avevo parlato con il dottore,che minimizzava la cosa a del semplice stress dandomi dei medicinali.
Le accarezzai i capelli neri e lisci, mi scivolarono come una cascata sulle mani.
Il suo profumo mi inebriava, passai la bocca sul suo collo, per risposta un piccolo sussulto.
Prima che mi spingessi più lontano, il cellulare squillò.
Mi staccai da lei quasi imprecando, era la centrale.
-pronto-dissi seccato.
-Fabio vieni in centrale, abbiamo una brutta notizia.
Quelle parole mi misero in allarme- arrivo- dissi dirigendomi alla porta e indossando il cappotto.
-perché sempre nei momenti più belli ti devono chiamare?-
-purtroppo sono queste le conseguenze dell'essere poliziotti.
-uffa non possono chiamare qualcun altro?
-dai, adesso tu te ne vai sotto le coperte, e dormi, ti giuro che domani mi riscatterò- dissi sorridendo.
Lei ricambiò e mi mandò un bacio dal palmo della sua mano.
Feci finta di prenderlo e gli e lo restituii, chiusi la porta, scesi le scale e mi diressi all'auto.
La sera era fresca, e abbandonare così il calore di casa, ma soprattutto il calore di Monica mi fece quasi male.
Salii sull'auto, le mani che prima stringevano quelle di lei, adesso tremavano sul volante.
Fui scosso da capo a piede, avevo un brutto presentimento.
Quando fui in centrale mi diressi verso Mario e gli dissi diretto- cos'è successo?
-Fabio, non so proprio come dirlo... - prese una pausa grattandosi la testa – perché proprio io devo dirtelo?- continuò lui.
-cos'è successo? Mi stai facendo preoccupare!- dissi abbastanza irritato
-ecco, hanno trovato il cadavere di una donna- rispose lui titubante.
-un altra vittima del famigerato assassino di donne?- chiesi non capendo tutta quell'incertezza nella sua voce.
-Mario, il cadavere è di tua moglie.
Ebbi un momento di incertezza, la mia testa incappò su quelle parole, poi capii e le lacrime mi affiorarono dal profondo
-non ci credo, lei è scomparsa nel nulla, com'è possibile che sia morta?
Tutta la fiducia che avevo recuperato in quegli anni scomparì tutto d'un colpo.
Ricordai lei tra le braccia di un altro, io che estraggo la pistola e li minaccio.
Le mani di lei che mi afferrano e mi pregano di perdonarla, che mi amava, che era solo stata la pazzia di una notte.
Io che codardamente lascio andare il suo amante e la perdono.
Facevo finta che non fosse successo nulla, cercando di riacquistare la vecchia quotidianità.
Poi una sera torno da lavoro e lei è scomparsa nel nulla.
Tutto quello mi passa come un flashback, credevo che fosse scappata con il suo amante, e mi avesse abbandonato per sempre ma così non era.
Le emozioni erano molte e contrastanti tra loro, disperazione, rabbia, malinconia e dolore.
Mi asciugai le lacrime e con gli occhi ancora rossi dissi:- raccontami tutto.
Lui mi fissò per qualche secondo, poi annuì e iniziò:
-ieri mattina un uomo trasferitosi in una nuova casa, stava scavando in giardino per impiantare un albero.
Nello scavare è emerso uno scheletro, l'uomo sconvolto ha chiamato la polizia.
La scientifica ha esaminato i tessuti e sono risaliti a tua moglie.
Il riassunto fu breve, ma mi bastò
Tra un singhiozzo e l'altro chiesi:- di chi era la casa in precedenza?
Mario mi mostrò una foto con scritto Lorenzo di Michele, lo riconobbi subito era il suo amante.
Strinsi i pugni e digrignai i denti, - è lui! So per certo che è lui l'assassino! Mi ci gioco le palle!-
-calmati Fabio, le indagini sono ancora in corso, non siamo ancora riusciti a rintracciarlo.
- proprio ora che l'avevo quasi dimenticata, se lo trovo gli spacco la testa come lui ha fatto con lei!
-lo troveremo, te lo giuro- mi disse lui stringendomi la spalla.
-lo spero- risposi io.
Mi fermai qualche altra mezz'ora a parlare con il capo, poi fui mandato a casa.
Non sapevo nemmeno come dirlo a Monica, da qualche mese non ne parlavo più con lei, non sapevo come l'avrebbe presa.
Scesi dall'auto, entrai e dissi-amore sono a casa.
Non ricordo cosa successe dopo, ebbi un vuoto di memoria, e la mattina mi svegliai in una sala interrogatoria.
Avevo le mani ammanettate, il panico mi prese da capo a piede, iniziai a dimenarmi come un pazzo.
All'improvviso vidi la porta aprirsi, entrò un uomo di qualche anno più grande di me.
Si sedette davanti me e fece finta di non vedermi, mi dispose davanti una ventina di fotografie ritraenti donne, tra cui quella di mia moglie.
-e così è uno dei nostri chi ha ucciso queste donne- disse l'uomo.
-io non sono un assassino, non ho ucciso nessuno- risposi stupito da quelle affermazioni
-è inutile mentire! Dimmi la verità! le prove parlano chiaro.
Il cadavere di sua moglie, la dichiarazione che hai fatto all'agente Bennardi...
interruppi le sue parole dicendo:- quale dichiarazione?
L'uomo si irritò e mi urlò in faccia:- lei dopo che il collega le aveva detto della sua perdita, ha detto che avrebbe spaccato la testa dell'assassino come lui aveva fatto con sua moglie.
Peccato che non era un'informazione in suo possesso, di come era morta sua moglie.
Inoltre dopo che lei è andato a casa, è arrivato l'esito di un altro scheletro, confermando che era l'amante di sua moglie.
-non so cosa dice, le giuro che non ho ucciso nessuno.
Per questo è stato trovato nella sua cantina del narcotizzante e ciocche di capelli appartenenti alle vittime?
Per questo quando è arrivato a casa ha tentato di uccidere la sua compagna?
Per fortuna che l'agente Bennardi ha ripensato alle sue parole appena andato via.
Ero da solo contro il mondo, ma io sapevo per certo che non ero stato io che c'era un errore.
-le sto dicendo la verità non sono un assassino- dissi con le lacrime agli occhi.
L'uomo si alzò e mi afferrò per la collottola e mi urlò:- devi dire la verità bastardo! non solo hai ucciso tua moglie e altre diciotto donne, ma vuoi ancora prendermi in giro?!
Non ebbi tempo di rispondere, che un agente entrò e disse:- lascialo, non confesserà mai.
Il suo dottore ha detto che soffre di schizofrenia, per lui la verità è che lui è innocente.
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Giorgio Leone
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Re: Gara 50 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Giorgio Leone » 22/01/2015, 19:06

SIMULACRO SENZ'ANIMA

Da tempo immemorabile nella mia famiglia la ricerca della verità è una vera e propria religione. Mio padre era un magistrato penale e, prima di lui, lo è stato mio nonno, mio bisnonno e così via nei saecula saeculorum sino all'Inquisizione e oltre. Ovviamente è previsto che lo debba diventare anch'io e nessun'altra ipotesi è mai stata presa in considerazione. Per questo ho studiato giurisprudenza, mi sono laureato con il massimo dei voti e ora dovrei affrontare il concorso.
«Thomas» mi diceva papà, seduto nella sua poltrona preferita, quando ancora andavo a scuola «ricordati che per essere un buon giudice e applicare la legge bisogna prima conoscere la verità in tutte le sue sfaccettature. E non basta sapere come si sono svolti i fatti, ma occorre comprendere in dettaglio i motivi che li hanno scatenati. Vanno quindi indagati gli ambienti sociali e familiari nei quali sono maturati i crimini, come pure le personalità dei soggetti che li hanno commessi e delle loro vittime perché anch'esse, con comportamenti non sempre innocenti, potrebbero aver contribuito in qualche modo alle proprie disgrazie o alla propria mattanza. Per cui occorre "strizzare" le anime delle persone coinvolte sino a raggiungere le radici delle loro pulsioni. Dovrai quindi imparare a essere cacciatore e preda, carnefice e vittima, ma sappi che tanta applicazione ti corroderà la psiche e ti toglierà ogni energia facendoti persino dubitare della tua salute mentale. Solo così, però, quando avrai appurato tutte le verità in gioco, potrai applicare la legge serenamente e quasi "automaticamente". Solo allora potrai emettere la sentenza, o meglio sarà lei a scaturire dalla tua mente che avrà elaborato ogni fatto rilevante, nonché le eventuali circostanze esimenti, le attenuanti e le aggravanti generiche e specifiche. In altre parole, un verdetto è assimilabile alla soluzione di un'equazione che avviene solo nel momento in cui si sostituiscono le incognite iniziali con valori certi, i quali in un processo sono rappresentati appunto dalle verità acquisite durante le indagini e nel corso del dibattimento. Del resto, i termini "equazione" ed "equità" - che è sia sinonimo di giustizia che un criterio riconosciuto di giudizio - hanno la stessa radice perché derivano dal latino "aequo".»
Mia madre, invece, era magistrato nelle cause civili. I suoi sforzi erano volti a conoscere a fondo le ragioni, sempre e solo economiche anche se mascherate dietro nobili motivazioni, delle parti coinvolte alla quali consigliava caldamente di addivenire a un accordo prima della sentenza. Quasi sempre ci riusciva, facendo così risparmiare tempo e denaro allo Stato, poiché la transazione che caldeggiava era così equilibrata da incontrare il gradimento dei litiganti e dei loro avvocati. D'altra parte era bravissima nel minacciare in alternativa una sentenza draconiana che avrebbe visto una parte vincere senza mezzi termini e l'altra soccombere, senza tuttavia far trasparire i propri convincimenti, anzi facendo sì che ognuna delle due parti temesse di essere quella che avrebbe pagato pegno. Naturalmente esistevano tante più possibilità di successo, quanto più riusciva a scoprire tutte le carte nelle mani dei giocatori e i loro punti di forza e di debolezza. Anche lei, quindi, ricercava le verità dissimulate in ogni momento della sua lunga giornata lavorativa.
Ma, arrivati a questo punto, mi preme farvi comprendere perché all'inizio ho parlato di religione della verità. Nella storia della mia famiglia, infatti, da sempre la ricerca della verità ha rappresentato la filosofia e l'essenza stessa della vita dei suoi componenti nonché, nel quotidiano, una pratica continua che non ha mai ammesso eccezioni o deroghe. Tutto ciò che non si poteva identificare con essa, era "a contrariis" falso o inutile, e quindi da evitarsi accuratamente. Nella nostra esistenza non c'era spazio per attività "estranee" come sport, divertimenti, gite, vacanze e quant'altro, per cui i discorsi a casa erano sempre di argomento lavorativo o istituzionale e avvenivano durante pranzi formali degni di una puntata di Downton Abbey.
I miei genitori non avevano neppure amici. Provate infatti a dire a una persona cosa pensate veramente di lei, del suo lavoro, di sua moglie e dei suoi figli, ditele insomma tutta la verità e avrete ottime probabilità di non vederla mai più. Così frequentavamo solo la famiglia dello zio Charles, il fratello di mia madre. Lui è un notaio e la sua personale ricerca della verità è evidente in ogni singola riga di ogni suo atto. Tutto perfetto e assolutamente ineccepibile, senza frasi che possano ingenerare dubbi e senza postille dell'ultimo minuto. Se credete di avere a che fare con notai pignoli, meticolosi e pedanti è perché non avete mai conosciuto lui.
Non vi ho però ancora detto di Simona, la ragazza che ho incontrato un paio di mesi fa. Spumeggiante, mezza matta, imprevedibile, spesso bugiarda e contradditoria, ma assolutamente fresca, spontanea e affascinante. Mi sono innamorato di lei anche se, o forse proprio perché, rappresenta il contrario di tutto quello che mi hanno fatto credere sino ad ora. E infatti nella mia testa molte cose stanno cambiando, tanto è vero che probabilmente farò l'avvocato d'affari.
Insomma, la verità sarà anche importante, ma non può essere tutto e ho bisogno ancora di qualche dato per risolvere definitivamente l'equazione. In realtà i primi dubbi mi avevano già assalito sei mesi fa quando avevo trovato mio padre morto in biblioteca. Si era sparato, e così ero corso da mia madre, ma lei si era tagliata le vene nella vasca da bagno. Così sono andato a vivere con lo zio Charles, tanto sua moglie Cora era scappata con un trapezista del circo.
Ora sto finendo di digitare un Sms a Simona dopo avere stracciato la lettera assolutamente veritiera, ma maledettamente seria e formale, che in un primo tempo le avevo scritto a mano ricordando quanto sosteneva mio padre, e cioè che solo la scrittura personale può far trasparire la verità. Ma ora basta, come ho già detto è tempo di cambiare perché non voglio perdere la mia occasione.
"... devi sapere che ti amo da morire e la verità è che non vedo l'ora di andare a letto con te per scop", e qui l'Sms si è autoinviato troncato perché avevo superato i 160 caratteri, ma il concetto mi è sembrato abbastanza chiaro.
E finalmente so di aver risolto l'equazione. La verità da sola non basta, la verità senza passione e senza amore non è niente, è solo una pietanza senza sale, una fredda statua di ghiaccio, un simulacro senz'anima. La verità da sola può uccidere.
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Autore presente nei seguenti ebook di BraviAutori.it:
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Ser Stefano
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Re: Gara 50 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Ser Stefano » 23/01/2015, 17:53

FA MALE

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Un milione di facce stanche fissarono Giorgio. La parete di ghiaccio che bloccava il passo non lasciava spazio a dubbi: non c’era alcuna via d’uscita.
Avvicinò il viso al lucido specchio. Era pallido, gli occhi gonfi e arrossati. Aveva tanto sonno. Principio di assideramento, pensò preoccupato.
Ritornò indietro. Bagliori verdi rimbalzarono tutto intorno a lui mentre si avvicinava al campo improvvisato, proprio sul punto dove erano caduti. Lisa si sporse subito verso di lui: - Trovata un’uscita? – poi emise un gemito perché aveva inavvertitamente mosso il piede rotto. Glielo aveva steccato come meglio poteva, come meglio sapeva.
Giorgio scosse la testa e osservò il baratro a pochi metri di distanza. Quando la valanga li aveva sorpresi durante la scalata erano precipitati in quel crepaccio. Tre metri di volo in cui lui era uscito indenne, mentre sua moglie ci aveva rimesso il piede. Se fossero caduti un po’ più in là sarebbero precipitati per oltre duecento metri, tanto doveva essere profondo quell’abisso nero.
- Ho freddo – piagnucolò Lisa.
Giorgio si sporse a guardare la nera fenditura, c’erano altri spuntoni, altre gallerie. Forse qualcuna conduceva fuori, ma sua moglie non ce l’avrebbe mai fatta.
Si avvicinò a lei e s’infilò sotto la coperta termica.
...
Erano passate altre ventiquattro ore. Non sarebbero resistiti ancora a lungo. La faccia di Lisa era esangue. Non si vedevano neanche più le labbra. Dubitava che la sua fosse migliore.
- Ti amo – sussurrò lei stringendolo.
- Anch’io – rispose Giorgio trattenendo un colpo di tosse. Aveva fame. – C’è rimasto qualcosa da mangiare?
Lisa gli offrì una barretta energetica dalle dimensioni minuscole.
- È l’ultima – disse piano.
Giorgio si sforzò per spezzarla a metà. – No – lo fermò Lisa. – Mangiala tu.
- Neanche per sogno – le rispose.
- Per Dio Giorgio, per una volta ascoltami. Mangiala e basta.
Giorgio s’indispettì. – Dammi una buona ragione.
Il viso di Lisa parve riprendere colore nonostante la spossatezza. – Mai una volta che mi ascolti. Mai!
- Ma perché? – insistette Giorgio.
- Perché io ne ho già mangiate due di nascosto – urlò Lisa per poi pentirsi di averlo confessato. Giorgio fu sul punto di andare su tutte le furie. Poi si calmò. – Va bene – disse azzannando la barretta.

- Non usciremo vivi da qui – sussurrò Lisa a metà tra una domanda e un’affermazione.
Giorgio non rispose. La realtà era evidente per entrambi. Stavano abbracciati, tremavano e tossivano.
- Sei arrabbiato per le barrette?
- No – disse lui in uno sbuffo di alito bianco. – Niente ha senso ora, in questo posto.
I due rimasero per un momento assorti ognuno nei proprio pensieri.
- Prima – sussurrò Giorgio abbassando la testa. – Avevo pensato di calarmi giù con la corda e lasciarti qui.
Lisa si portò le mani sul capo: - Stronzo!
- Sarei tornato a prenderti. E poi non l’ho mica fatto. Era solo un’opzione.
- Sei sempre il solito. Prima tu e poi tutti gli altri, e poi me!
Giorgio guardò esasperato il soffitto del crepaccio su cui si erano depositati chissà quanti metri cubi di neve. Il silenzio ricadde sui due.
Fu Lisa questa volta a parlare. La voce bassa, ma sicura, di chi ha trattenuto la rabbia a lungo e finalmente la lascia defluire: - Confessione per confessione, io non ci volevo neanche venire a fare questa arrampicata. Mi fa schifo scalare montagne, lo detesto.
Giorgio sgranò gli occhi: - E perché ci sei venuta? Perché in tutte le arrampicate non hai mai detto niente?
Lisa si morse le labbra poi proseguì decisa: - Meglio fare un’arrampicata che stare a casa. Quando facciamo montagna sei sempre stanco, invece, se restiamo a casa, vuoi sempre salirmi sopra.
A Giorgio si bloccò il respiro: - Preferisci fare una cosa che detesti al posto di fare l’amore con me?
- Quello non è amore. Non è neanche sesso. Ti svuoti e vai a guardare la televisione.
- Ma, ma… - Giorgio, ferito nell’orgoglio, decise di rispondere a tono: - Ti ricordi quella notte che sono tornato ubriaco dall’addio al celibato di Enrico?
Lisa assentì senza guardarlo.
- Ero così ubriaco che sono andato con la spogliarellista.
Lisa non sembrava per nulla turbata così rincarò la dose: - A lei non ha fatto così schifo.
- Oh, ma vaffanculo – strepitò Lisa alzandosi faticosamente in piedi. Gli faceva un male tremendo, ma la rabbia e la voglia di allontanarsi dal marito superava il dolore. - Pensi che non lo sapessi? Pensi che non so cosa fai a lavoro con quella troietta della tua segretaria?
- Marisa ha un dottorato ed è un’ottima segretaria – Giorgio si finse indignato e si alzò in piedi per fronteggiare la moglie.
- Come no! Così efficiente che non porta neanche le mutandine. Credi sia cieca? È sempre pronta all’uso vero?
Non arrivò alcuna risposta da parte di Giorgio.
- Perché non hai mai detto niente?
Lisa sbuffò e alzò le braccia in aria. Parlò come se fosse stata la cosa più banale al mondo: - Perché di te non me ne frega niente. Forse nei primi mesi, ma è sparito tutto da tempo.
- Ma mi hai sposato?
- I miei volevano che ti sposassi, perché sei impaccato di soldi, perché mi sarei sistemata a vita.
- E vale la pena vivere una vita infelice? Dici di non essere neanche soddisfatta col sesso!
Lisa rise e sbottò: – Io non l’ho mai detto! Pensi davvero che vada dal parrucchiere due volte alla settimana? Pensi che quando sono a casa sia sempre sola?
A Giorgio venne in mente un particolare, poi un altro. Decine di cose, indizi, odori, uscite, sorrisi. E tutto gli fu chiaro.
- Puttana – grugnì. – Hai un amante.
Lisa rise sguaiata. – Un amante? Sì, ne ho uno fisso, che vedo da anni. E poi mi vedo con gli altri. Se qualcuno mi interessa, me lo prendo. Chiedilo al tuo amico Enrico. Almeno lui sa scopare decentem...
Non finì la frase. Giorgio le prese il collo e strinse.
Lei urlò e gli graffiò il viso. Un’unghia scalfì l’occhio destro di Giorgio e fu il suo turno di urlare. Lisa fece un passo indietro, ma il piede rotto non la sorresse. Scivolò in una piccola buca di neve fresca e perse l’equilibrio. Istintivamente si aggrappò a qualcosa. Trovò il gomito di Giorgio che si teneva entrambe le mani sugli occhi. Non era pronto al contrappeso e scivolarono entrambi sulla lastra di ghiaccio, sull’orlo e poi oltre, nell’abisso.

Poco più di tre metri sopra, il capitano del Soccorso Alpino dirigeva le operazioni e, contemporaneamente, parlava alla radio: - Non si preoccupi signorina Marisa, tra neanche un’ora tireremo fuori il suo capo.

Patrizia Chini
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Re: Gara 50 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Patrizia Chini » 27/01/2015, 0:04

L’IMPIEGATA
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l'impiegata.jpg (11.38 KiB) Visto 1691 volte
A Luisa, trentanni non ancora compiuti, capitava di diventare oggetto di desiderio per gli uomini che l’avvicinavano… insomma quando la distanza diminuiva al di sotto dei venti centimetri, tra lei e un rappresentante dell’altro sesso normalmente diretto, il più delle volte questi cominciava a provarci.
Non che fosse talmente bella da eccitare qualunque uomo le si avvicinasse ma con qualcuno succedeva. Per lei era un evento normale tra persone di sesso diverso.
─ Oddio è normale anche tra persone dello stesso sesso… ─ rifletteva ─ un’attrazione innescata dalla vicinanza simile a quella che c’è tra il ferro e la calamita.
─ D’altra parte che un uomo sia attratto da una donna è contemplato dalla creazione; se lo vediamo dal punto di vista degli istinti è l’ovvia attivazione dell’istinto della sopravvivenza della specie. Guai se non ci fosse! Eh sì, sarebbe proprio un guaio… ─ continuava a ripetersi cercando delle spiegazioni o meglio delle attenuanti alle avances di un collega, al quale era stata affiancata dal “capo” con l’incarico di “dargli una mano” e, per questo motivo, occupò l’altra scrivania del suo ufficio. Nonostante tutto reputava quel collega simpatico di cui tutti parlavano bene e ne stimavano le competenze; di lui gradiva la compagnia per l’eloquio colto e raffinato che sapeva ben utilizzare in ogni occasione.
─ Siamo entrambi giovani, entrambi sposati con prole e alle prese con lo stesso problema visto da angolazioni diverse oppure da “scopi” diversi.─ Aveva sentenziato l’uomo.
─ Certo, ci sei tu che vuoi soddisfare la tua voglia ed io che vorrei fartela passare con la dialettica e l’ironia.─ pensava Luisa.
Sì, aveva ipotizzato di parlargli apertamenrw perché fosse chiara la sua non disponibilità ma il suo “stop” non era mai così incisivo da scoraggiare il “provolone”... preferiva prenderla un po’ sullo scherzo, in modo goliardico e superficiale…
─ Guarda che qui non c’è trippa per gatti! ─ e lo diceva con un sorriso appena accennato ma visibilissimo.
Aveva sempre pensato, senza mai sperimentarlo, che avrebbe tradito solo per amore e quello che le veniva proposto era un rapporto squallido, di breve durata, senza alcun coinvolgimento sentimentale.
─ Ci fosse l’amore...─ gli diceva piegando la testa in modo un po’ civettuolo e guardandolo da sotto in su e, visto che non otteneva risposta, continuava…
─A tutte le donne credo faccia piacere l’interesse da parte di un uomo, se non ha altri legami, ma lo vuole romantico, educato e senza “pretese”.
─ Insomma cretino o perditempo ─ traduceva lui.
Cercava una giustificazione al fatto che, lungi dall’accettarle, quelle avances le facevano piacere, la lusingavano fino a quando divennero troppo frequenti e fastidiose, allora pensò di rivolgersi al “capo”, ma questi non era presente. Al rientro del capo, trovò scuse per non parlargliene… non se la sentiva di sottoporsi alle eventuali domande sul collega da tutti stimato e considerato “una bella persona”. Le sembrava poco ciò che denunciava e non così grave. Temeva di sembrare una che immagina o addirittura spera… una mitomane.
Di fatto il collega all’inizio si limitava a lasciargli bigliettini con una poesia o una frase carina o un complimento o, a volte, dei cioccolatini ma poi cominciò con le frasi esplicite a cui Luisa non rispondeva:
─ Mi piaci da morire… mi fai impazzire.
─ Stanotte non ho dormito per colpa tua!
L’accerchiamento durava da tempo e l’uomo non cercava nemmeno più di camuffare l’origine del suo interesse:
─ Guarda che ci guadagni… Io ci so fare.
Era diventato esplicito, così sfacciatamente petulante che Luisa, dopo simili battute, non gli rivolgeva più la parola per giorni ma appena riprendevano a parlarsi, lui ricominciava a infastidirla:
─ Guarda che tanto prima o poi tradisci… ti conviene farlo con me.
Era convinta che scherzasse che non avrebbe mai potuto metterle le mani addosso e si cullò in quell’idea finchè un giorno...
Era in piedi, di spalle, a ordinar pratiche sulla sua scrivania. Lo sentì avvicinarsi e arrivarle vicino, troppo vicino. Il corpo dell’uomo appoggiato al suo, mentre velocemente portava le braccia avanti, le incrociava e serrava i suoi seni tra le mani stringendoli tanto da farle male…
Luisa cercò di divincolarsi ma era blocccata dalla forza di quell’uomo che, al suo palese rifiuto, invece di indietreggiare sembrava traesse animo e voglia.
Sentì il fiato del collega sul collo, cercò di sferrargli dei calci… poi finalmente urlò “Aiuto”.
Tanto bastò a farlo desistere, lui lasciò la presa e lei scappò nel corridoio affollato di gente che entrava o usciva dagli uffici e dove impiegati e altre persone conversavano ad alta voce per cui nessuno aveva sentito l’urlo.
Il suo aspetto denunciava uno stato di disagio.
─ Che hai? Stai male?─ le domandò qualcuno che la conosceva.
Fece di no con la testa e, cercando di assumere una postura eretta e sicura, si avviò al bar…
Stava male. Quel gesto violento, anche se solo abbozzato, l’aveva ferita in profondità e, vanificata la libertà personale, si era dimostrato per quel che era: un abuso di superbia e una falsa dimostrazione di potere su un essere più debole. Ciò che le faceva più male, poi, era quel filo di dubbio che, minando la stima di sé, trasformava i termini dello scontro e rappresentava come accondiscendenza quello che per lei era solo un comportamento “educato”.
Ancora una volta non denunciò… chiese solo di essere spostata in un altro ufficio.
A fronte della condanna senza appello di qualsiasi atto violento Luisa cercava un’altra verità. Aveva veramente rifiutato i complimenti del violento? Era stata sempre sufficientemente ferma nel dimostrarsi infastidita o aveva mandato messaggi d’incoraggiamento tra le righe? Con il suo l’abbigliamento lo aveva in qualche modo provocato?
Domande da cui i si liberò presto ma non confessò mai, né pubblicamente né nella profondità del suo animo, quale fosse la sua verità tra quella che l’assolveva o quella che le addebitava una parte di colpa.
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Nunzio Campanelli
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Messaggio da leggere da Nunzio Campanelli » 27/01/2015, 12:20

La pioggia Img.jpg
La pioggia

Fu risvegliato dal cigolio della porta, faticando a riconnettersi con la realtà. Si era addormentato con la testa appoggiata sul tavolo, un bicchiere di vodka ben stretto nella mano.
Poco più avanti, qualcuno stava palpando il nudo deretano di una prostituta, mentre intorno un’umanità dimenticata tentava di sopravvivere. Risate si alternavano a gemiti soffocati e versi gutturali, tremori a sobbalzi e ammiccamenti, nel vano tentativo di esorcizzare i propri fallimenti esistenziali. Volti disfatti dall’alcol e dalle droghe, corpi seminudi, effluvi di umori che lasciavano nell’aria l’odore acre e pungente del sesso rubato.
La scena, offuscata dal denso fumo che galleggiava nell’aria in aggiunta a quello prodotto nella sua mente dalla vodka, gli ricordò in maniera inquietante un’incisione dell’Inferno di Dante che aveva a casa.
Svuotò il bicchiere emettendo un verso di disgusto, poi si recò al banco dove il barista era affaccendato con due clienti alle prese con una sbornia.
- L’ultimo, Mario.
- Meglio di no, Giorgio. Per questa sera basta così, sennò ti riduci come loro.
Il barista accennò in direzione dei due ubriachi che stavano dando in escandescenze a poca distanza, insultando lui e la sua famiglia in tutti i modi possibili. Giorgio diede uno sguardo.
- Magari riuscissi a ubriacarmi in quel modo, almeno potrei dirti quello che penso della tua schifosa vodka e di questo bordello!
- Vai a casa, Giorgio!
Come se fosse facile andare a casa. Erano tre giorni che arrivava fino alla porta, rimanendo immobile lì davanti qualche minuto, per poi tornare indietro.
Gettò due banconote sul bancone e si avviò lentamente verso l’uscita. Tirò su il bavero della giacca e s’incamminò, calpestando larghe chiazze d’acqua prodotte da una pioggia che ormai cadeva ininterrotta da una settimana. Fatti pochi passi, notò dietro delle auto una ragazza giovanissima inginocchiata davanti ad un uomo. Si avvicinò.
- Ti va male stasera!
L’uomo in evidente stato confusionale, congestionato e ansimante, riuscì a malapena a rendersi conto che qualcuno gli stava parlando.
- Accidenti, sono capitato proprio adesso che quasi riuscivi a farcela. Quanto mi
dispiace! –
La ragazza, sorpresa dalla voce di Giorgio, si ritrasse impaurita, guardandolo in faccia. Era poco più che una bambina, a stento avrà raggiunto i tredici anni. L’uomo, privato del suo sollazzo, ebbe una reazione violenta, afferrandola per i capelli nell’intenzione di obbligarla a continuare.
Stava piovendo forte. Giorgio prese per un braccio la ragazzina, le mise in mano cinquanta euro dicendole che per quella sera bastava, che poteva ritornare a casa. Sapeva che non sarebbe andata così, che entro poco sarebbe divenuta preda di un altro orco. Guardò in faccia quello che aveva davanti, che forse cercava di capire se aveva a che fare con un pazzo.
- Che c’è, volevi dirmi qualcosa? Ah, ma tu forse sei di quelli che se non vanno con una ragazzina non gli diventa duro! Dì la verità, è così, eh?
L’uomo continuava a rimanere in silenzio. La sua faccia tradiva un evidente timore.
- Potrei lasciarti andare, ma c’è un problema. Piove.
L’altro lo guardava sempre più confuso.
- Quando piove un bel po’ della merda che insozza le strade viene lavata via e finisce nelle fogne.
L’uomo cominciò a tremare.
- Io amo la pioggia, tu no? Ti posso capire.
Il tremore dell’uomo divenne evidente. Si era rannicchiato in un angolo, lo sguardo basso, incapace di qualsiasi azione.
- Vattene!
Dopo un’esitazione iniziale l’uomo non se lo fece ripetere una seconda volta, e rapidamente si allontanò.
Giorgio si accese una sigaretta, poi, mentre un fiammifero finiva la sua corsa a terra spegnendosi nell’acqua, vide quell’uomo ormai lontano come preda di un sussulto, di un infinitesimale attimo di sospensione del tempo durante il quale tutto si era fermato. La faccia di questi si contorse in uno spasimo di breve durata, il tempo che la pallottola impiegò per attraversargli il cranio. Giorgio sbloccò l’otturatore del revolver, rimasto aperto dopo aver sparato l’ultimo colpo, e rimise la pistola nella fondina. Era ora di andare. Oltrepassò il cadavere dirigendosi verso casa. Arrivato davanti alla porta entrò senza esitare. Si spogliò, buttando i vestiti bagnati dentro la vasca da bagno. Pensò all’uomo che aveva appena ucciso.
- Non è vero che amo la pioggia, stronzo. Quando piove i vermi escono dai loro
rifugi. Ed io sono stanco di vedere vermi da tutte le parti.
Restò fermo davanti allo specchio del bagno ancora un po’, poi si recò in cucina. Appoggiò la pistola sul tavolo ed estrasse una scatola di munizioni dal cassetto.
Pensò quanto fosse diverso il significato della parola “verità” a seconda del contesto. In tribunale, per esempio, l’unico che conosce la verità, cioè l’esatto svolgimento delle azioni sottoposte a giudizio, è colui che ha commesso il fatto. Che non sempre corrisponde all’imputato. Tutta una macchina complessa come la giustizia impegnata a dimostrare una verità processuale che poi non è vera. E non c’è niente di più assurdo di una falsa verità. Forse solo un falso innocente. Raggiunse la camera e si sdraiò sul letto. La pistola in mano. Ripensò agli ultimi tre giorni. Poi a quindici anni prima, al processo in cui un innocente era stato giudicato colpevole. Poi a se stesso. L’unico a conoscere la verità. Ma era stato zitto, e aveva permesso che un innocente finisse in prigione. Fino a tre giorni prima, quando l’aveva incontrato per strada. Per quindici anni aveva fatto finta di cancellare il ricordo dalla memoria. Ora però sapeva che per lui sarebbe iniziato l’inferno a cui era sfuggito finora. Sapeva anche cosa doveva fare.
Guardò la pistola che aveva appena ricaricato.
Una falsa verità per un falso innocente.
Estrasse il caricatore, guardandolo come se lo vedesse per la prima volta. Conteneva quindici colpi. Quindici colpi per quindici corpi. Tanti ne aveva uccisi negli ultimi tre giorni. Tutti della stessa razza di quello che aveva ammazzato per ultimo. Tutti della sua stessa razza.
Sfilò un proiettile dal caricatore e l’infilò in canna.
Era giunta l’ora anche per il sedicesimo.
Ripensò alla verità.
La verità aveva le sembianze di una bambina che aveva avuto la disgrazia di incontrarlo.
La verità aveva le fattezze di un ragazzo che, innocente, era stato incolpato al suo posto per la violenza.
La verità aveva le sembianze di un disperato sdraiato sul letto, in mano un revolver puntato alla tempia.
Non pioveva più. L’umidità si condensava in strati sottili.
I vermi cominciavano a rientrare nelle loro squallide tane.
Tutti meno uno.
Lo sparo echeggiò nel silenzio della notte.
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Re: Gara 50 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Eliseo Palumbo » 27/01/2015, 16:47

Mary


Mary ha ventotto anni. E' una fisioterapista.
Domani è il giorno del suo matrimonio. Si sposerà con Mario, il suo, ormai, fidanzato storico.
Mary lo ha conosciuto otto anni fa, durante una festa universitaria. E' stato in grado di colmare il grande vuoto lasciatole dal suo primo ragazzo: Ezio.
Ezio è un militare, sempre in giro per il mondo, a portare la pace, come decantano i grandi politici internazionali. Fa parte dei Caschi Blu.
Ha sempre amato viaggiare. La sua vita è un continuo bivio, un continuo intercalare di novità, di adrenalina, di sfide e voglia di superare i limiti.
Mary è molto basata, con la testa sulle spalle, timida, introversa e insicura.
Gli opposti si attraggono.
Una sera d'estate, durante un congedo, Ezio notò Mary al bar della piazza del loro piccolo paese e nonostante ci si conosca tutti i due non si erano mai salutati. Forse per la differenza di età, ben sei anni, forse perché frequentavano posti diversi o forse semplicemente perché lui era troppo distratto dalle donne mature per accorgersi di un fiore che stava sbocciando a poche traverse da casa dei suoi genitori.
Quella sera si alzò dal tavolo e facendo finta di nulla si avvicinò a Mary colpendola delicatamente, con il gomito, sulla nuca. Lei si girò ma Ezio continuò a camminare facendo finta di salutare un vecchio amico seduto qualche tavolo più in là.
Tornato al suo tavolo continuò a osservarla aspettando l'occasione buona per attaccare bottone. Dopo alcuni minuti, Mary, insieme a un'amica, si recò verso il bagno e lì Ezio si alzò e si incodò alle due ragazze.
Mary restò fuori dalla porta.
- E' occupato?
- Si – timido e silenzioso.
- Non ho capito
- Ti ho detto di si!
- Ehi mocciosa, non ti scaldare! Non è mica colpa mia se ti mangi le parole.
- Mocciosa? Ma come ti permetti cafone!
- Ehi bamboccia. Non c'è bisogno di agitarsi. Dovresti mostrare rispetto per quelli più grandi di te. Avrai al massimo quattordici anni.
- Ne ho diciassette veramente.
- Quando sei nata io sapevo già leggere e scrivere.
- Ma cosa vuoi? Lasciami in pace
- Voglio pisciare, se solo la tua amica oca si spicciasse.
- Madonna quanto sei scurrile. E la mia amica non è oca !
Nel frattempo si aprì la porta ed Ezio si intrufolò rapidamente, non rispettando il turno.
Uscito dal bagno cercò con lo sguardo Mary. Non la trovò. Salì in auto e iniziò a girare il paese fin quando la vide seduta su una panchina. Si accostò con la testa chinata e con in bocca una sigaretta, si voltò – Scusate avete d'accendere – si stoppò, guardò Mary – non ci posso credere, ancora tu
- Ma cosa vuoi?
- Voglio soltanto accendere la sigaretta, hai un accendino da prestare?
Mary gli porse l'accendino. Ezio tirò forte. Ringraziò e invitò Mary a farsi una risata ogni tanto, piuttosto che avere sempre quell'espressione triste.
- Magari sto aspettando qualcuno che mi faccia sorridere.
- Eccolo! A tua disposizione, vuoi provare?
Ezio scese dall'auto e iniziò a parlare di sé e a raccontare le sue avventure.
Mary sta pensando proprio al primo incontro con Ezio. Domani sposerà Mario ma adesso la sua mente viaggia verso Ezio.
Vorrebbe parlargli. Ma chissà dove si trova quella canaglia.
Suona il telefono.
E' Michela, la migliore amica di Mary.
Soliti stupidi sms del giorno prima.
Mary inerisce la vibrazione.
Continua a pensare al primo bacio con Ezio. La prima volta che hanno fatto l'amore su un prato verde sotto le stelle. Le emozioni che gli trasmetteva.
Vibra il cellulare.
Mary non vuole annoiarsi a leggere quegli sms.
Ma non è un sms.
Il telefono vibra costantemente.
E' una chiamata. Un numero non memorizzato in rubrica.
- Pronto? - titubante come al solito
- Quindi la mia ex domani si sposa e io non sono stato invitato?
Quella voce calda e profonda. Inconfondibile. Una lacrima le scende da un occhio.
- Sei uno stronzo ! Non ti ho ancora perdonato dopo nove anni. Sappilo!
- Lo so Mary. Volevo solo farti il mio personale in bocca al lupo e avvisarti che sono a casa. Sono arrivato poche ore fa. Non volevo che mi vedessi in giro domani e ti venisse un infarto – scoppiando nella sua grassa e ridicola risata.
- Vaffanculo stronzo ! Perché sei venuto proprio adesso? Da quanto lo sai?
- L'ho saputo poco fa. Ho chiesto di te e mi hanno detto che stai per sposarti. Se ho sbagliato a chiamarti basta dirlo e se ti ho scombussolato ti chiedo scusa, non volevo.
- Perché dovresti? Ormai è finita da un sacco di tempo. Io amo Mario ormai.
- Nessuno sta dicendo il contrario. Rilassati.
- Sono rilassata.
-Non direi. Ci fumiamo una sigaretta?
- Ma sei pazzo?
- Sono già sotto casa tua.
Mary guarda fuori dalla finestra e vede Ezio. Un po' stempiato e con il ciuffo ormai bianco. Il resto dei capelli sono sale e pepe.
Porta una mano alla bocca come a trattenere lo stupore. Stacca la chiamata e scende velocemente le scale. Esce dal portone.
- Che cazzo ci fai qui?
Ezio la stringe forte a sé.
- Volevo solo abbracciarti e sentire il tuo profumo per l'ultima volta. Da domani non sarai più mia.
- Io non lo sono da nove anni. Te l'ho già detto.
- Guardami dritto negli occhi e dimmi la verità, Mary.
- La verità è che – gli occhi sono pieni di lacrime, la voce singhiozza – la verità è che sei uno stronzo di merda e che ti amo più della mia vita, nonostante tutto sei tu l'unico vero amore della mia vita ma...
Ezio posò le sue labbra su quelle di Mary. I due si abbandonarono a un lungo, passionale e umido bacio.
- Ti chiedo scusa per averti delusa e tradita. Ti giuro sulla mia testa che sono pentito e dispiaciuto. Non volevo farti soffrire e non voglio nemmeno adesso, però dovevi saperlo.
- Cosa?
- Che anche tu sei l'unico vero amore della mia vita e che ti amo infinitamente. Ormai è troppo tardi, lo so, e forse è anche meglio così. Io non posso darti la stabilità che meriti ma sappi che i nostri cuori saranno legati per l'eternità.
- Adesso vattene. Non farti mai più vedere né sentire se è vero che mi ami.
Ezio la guarda. Si volta con gli occhi lucidi e con andatura lenta si allontana per sempre da lei. Porta le dita al naso e assapora, per l'ultima volta, il suo odore.
Mostrare ad altri le proprie debolezze lo sconvolgeva assai più della morte

POSARE LA MIA PENNA E' TROPPO PERICOLOSO IO VIVO IO SCRIVO E QUANDO MUOIO MI RIPOSO


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Re: Gara 50 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Lodovico » 31/01/2015, 11:43

Di cibo e di morte
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-Minestrina in brodo-
La ricordo fumante, fragrante, nel piatto candido, sulla tovaglia a quadri bianchi e blu. Ha accompagnato la mia infanzia, mia madre preparava il giorno prima il lesso, poi in frigo per sgrassarlo bene, e infine i quadrucci di pasta all’uovo. Era come una coccola della mamma, calda e rassicurante. Tutti in cucina, la sera, la mangiavamo con gioia intingendo poi il pane nel brodo rimasto fino ad asciugare il piatto.

-Caffelatte con il pane-
La scuola andava abbastanza bene, non ero un secchione ma i voti mi permettevano di arrivare a giugno con tranquillità ad aspettare le vacanze estive. Il liceo scientifico non era facile, la matematica mi piaceva ma stentavo con l’italiano. La mattina presto a volte ero costretto a ripassare la biografia di qualche noioso scrittore. Per fortuna la colazione era accompagnata dal pane di quella piccola bottega del centro. Passando fuori dalla porta del negozio, nonostante l’insegna fosse praticamente invisibile, non si poteva avere dubbi. Era un forno. Un aroma di pane ancora caldo invadeva la strada. Non avrei più sentito quel profumo negli anni successivi.

-Trofie al pesto-
Quelle con le patate e i fagiolini. Le classiche. Ovviamente. Quando si porta la ragazza di cui si è innamorati per la prima volta in vacanza bisogna farsi vedere preparati, anche dal punto di vista culinario. Erano ottime, condite dai suoi baci. Quei sapori rimangono fissati come rocce nella mia mente. Marta era il dessert più dolce che avessi mai assaggiato.

-Il risotto ai pistilli di zafferano e funghi-
A quel punto stentavo già a deglutire. Gli antipasti del nostro menù di nozze erano stati tanti e tanto abbondanti da fare gridare “basta” al mio stomaco già contratto per l’emozione del “si”. Marta lo mangiò invece con avidità. Una forchettata birichina si gettò sulla gonna del suo vestito bianco. La macchia gialla non fu mai ripulita.

-Crema di mais e tapioca-
Ma come possono i bambini mangiare volentieri queste porcherie? Anche solo introdurne un cucchiaino in bocca per evitare che mia figlia Daniela si bruciasse era un peso insopportabile. Dolciastra, molliccia, rovente. Solo per i figli si riescono a sopportare certe cose. Marta ne voleva un altro. E anch’io. Sarebbe stato bello avere la coppia, maschio e femmina.

-Panino con formaggio-
Dopo due giorni qualcosa entrava dolorosamente nel mio stomaco. Dolorosamente come avevano accolto le mie orecchie le parole di Marta “Ti lascio, mi sono innamorata di un altro”. Quel panino lo avrei accompagnato con una birra, poi un’altra e un’altra, fino all’oblio. Per dimenticare il vuoto di quella casa spoglia senza quelle che chiamavo “le mie donne”.

-Pasta al pomodoro e basilico-
La vomitai completamente. Non avrei dovuto mangiare. Avevo ancora negli occhi la macchia di sangue sul pavimento e al centro, come appoggiato su di un piatto rosso, il corpo di Marta massacrato dalle coltellate. Ci misi parecchio a lavarmi le mani, non riuscii mai a pulirmi la coscienza.

-Minestrone con pasta-
Introduco con attenzione il cucchiaio tra le labbra. E’ buono. Come piace a me, poche verdure. Pomodoro, patate fagioli e sedano. Me lo godo. Anche perché è l’ultimo. “Assolto per non avere commesso il fatto”. Così aveva detto il giudice la mattina. Nessuna prova, un finto alibi. Lui non conosceva la verità, ma io sì. Le patate si frangono in bocca, i fagioli, cotti al punto giusto, hanno la pelle morbida. Qualche foglia di basilico fragrante e uno spicchio d’aglio profuma il tutto. Un aroma in più si fa sentire, ma è piacevole. Curioso che il sapore di mandorle amare del cianuro si sposi così bene con la verdura.
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Re: Gara 50 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Annamaria Vernuccio » 11/02/2015, 15:19

Violenza domestica


Angela si aggirava in casa facendo le pulizie, con le immancabili cuffiette alle orecchie ascoltando musica. Quella musica che da sola, le permetteva di sopportare quella vita schifosa, fatta di violenze da parte di un marito per il quale ogni occasione era buona per attaccare briga. Per anni aveva sperato che cambiasse ma la verità era che il suo matrimonio si reggeva in piedi solo perchè lei aveva paura di lasciarlo. Se lo trovò davanti all'improvviso: - Possibile che non senti nemmeno il campanello del portone? Sempre con quella maledetta musica nelle orecchie! A queste parole seguì un manrovescio che le fece perdere l'equilibrio e sentì il cervello come esploderle nella testa. Percepiva che il marito continuava ad urlare, ma le parole le arrivavano ovattate, come provenissero da lontano.
Si portò le mani alle orecchie e si accorse che da una di esse, usciva del sangue e avvertì un dolore lancinante. - Portami all'ospedale, ti prego Saro. Angela fece appena in tempo a dire, che perse i sensi. Si risvegliò al Pronto Soccorso col marito che le teneva la mano in modo tutt'altro che tenero, a beneficio di chi guardando l'avrebbe preso come un gesto di conforto. Lui le parlava ma lei non riusciva a sentirlo, ma capì dal gesto del dito sulle labbra che il messaggio era: -Stai zitta! Ai medici Saro disse, sottolineando quanto la moglie fosse maldestra, che l'aveva trovata ai piedi della scala di casa, dalla quale era evidentemente caduta. - Sono giorni che le dico che deve fare più attenzione a quelle scale sgangherate. Vero è che devo proprio decidermi ad aggiustarle. Angela naturalmente confermò questa versione e così rientrarono a casa con la diagnosi della perdita, forse permanente, dell'udito. Giorno dopo giorno dentro di lei cresceva la rabbia per la violenza subita e l'impotenza per quell'ingiustizia la divorava. Si confidò con la mamma... ma che poteva aspettarsi da una donna che viveva una situazione tanto simile alla sua e a tante donne del Sud, dove si passava da un padre-padrone a un marito violento!
- Figlia mia, ci vuole pazienza, devi cercare di non farlo arrabbiare. Te la sei cercata, stai sempre con quella radiolina nelle orecchie!
I giorni passarono senza che Saro accennasse un seppur minimo segno di rimorso per quanto le aveva fatto, e il suo comportamento era sempre aggressivo e violento, maggiormente poi quando rientrava a casa dal lavoro dopo essersi fermato a bere al bar con gli amici. Quelle volte era meglio per lei far finta di essere già addormentata per evitare di dargli l'occasione di picchiarla.
Proprio la sera prima era rientrato in condizioni pietose: si reggeva a stento in piedi e gli amici avevano dovuto accompagnarlo fin sulla soglia di casa.
Questo fatto le fece baluginare il pensiero: - Volesse il cielo, che ubriaco com'è cadesse dalle scale e si rompesse il collo! Giorno dopo giorno quell'idea incominciò a prendere forma nella sua testa e non riusciva a pensare ad altro. Le condizioni del suo udito incominciarono a migliorare, ma lei tenne per se la cosa fingendo di non essere ancora in grado di sentire, e intanto elaborò un piano che potesse permetterle di liberarsi finalmente di suo marito.
Arrivò il sabato sera e Saro uscì come al solito sbattendosi dietro l'uscio di casa. Angela era sicura al cento per cento che sarebbe stata l'ennesima serata di sbornia, perciò si apprestò a mettere in atto il suo piano: tese una corda di traverso alle scale della cantina, chiuse la porta dietro di se, non prima di aver staccato la corrente elettrica. Di sicuro al suo rientro Saro sarebbe sceso di sotto per controllare il contatore e sarebbe inciampato nella corda. A lei sarebbe bastato solo provvedere a tirarla via prima dell'arrivo della polizia. Tornò a letto, tesa, aspettando passasse la notte.
Erano le tre, quando le arrivarono le imprecazioni di Saro: - Ma che cazzo è successo alla luce? Quella stronza non se n'è nemmeno accorta che è scattato il contatore!
Angela tratteneva il respiro; solo ora si rendeva conto che se si fosse accorto della corda, perché magari meno sbronzo del solito, lei se la sarebbe vista veramente brutta.
Un urlo ruppe il silenzio, seguito prima da imprecazioni irripetibili e poi dal suo nome invocato per un numero infinito di volte, fino ad un continuo lamento che lei si costrinse a non ascoltare. Poi anch'esso finì.
Con attenzione lasciò il letto e si avvicinò alla porta della cantina, che, spalancata, lasciava intravedere nel buio la corda tesa. Angela la scavalcò e arrivata in cantina ripristinò la luce che mostrò il corpo di Saro che, come una marionetta a cui avessero staccato i fili, giaceva in fondo alla scala. Ora finalmente quell'uomo non le faceva più paura, era pronta a portare avanti il piano, quel piano che lui stesso le aveva inconsapevolmente suggerito quando aveva raccontato che lei era caduta dalle scale.
Tirò via la corda che rimise sullo scaffale tra gli attrezzi e tolse nuovamente la corrente facendo scattare il salvavita e ritornò in camera da letto. Si girò un'ultima volta a guardare la porta spalancata della cantina dove lei una volta per tutte si liberava del suo passato.
Il mattino seguente, come un'attrice consumata, chiamò la mamma alla quale disse di aver trovato Saro morto e di chiamare i Carabinieri. Chi avrebbe mai potuto sospettare che quello che avrebbe raccontato non fosse la Verità, visto che per un pelo non si era ritrovata lei al posto di Saro?
Il Brigadiere la trovò accovacciata accanto al cadavere del marito come una qualunque moglie affranta per la disgrazia e quando provò a chiederle come si erano svolti i fatti si sentì rispondere: -Parli forte Brigadiere, non ci sento. Ho perso l'udito cadendo anche io da quella maledetta scala, ma il mio Saro è stato meno fortunato di me. Glielo avevo detto io che dovevamo farla aggiustare.
Giorni dopo, solo un piccolo trafiletto sul giornale locale parlava dell'ennesimo episodio di morte dovuto al degrado in cui versavano gli abitanti delle case popolari ormai fatiscenti.
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Re: Gara 50 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da nembo13 » 17/02/2015, 21:08

Ciao mio amico lettore che cerchi la Verità.
Leggi ogni rigo e poi chiudi i tuoi occhi, vivi la frase dentro te stesso non aver fretta di arrivare alla fine. Quando arriverai in fondo i tuoi occhi e la tua anima saranno più ricche, perché avrai percorso un pezzo piccolo e infinitesimale d’umanità.
---
Verità è rendersi conto che ci sono mille verità.
Verità è sapere che bisogna andare verso il proprio destino.
Verità è che noi siamo ciò che abbiamo fatto e saremo ciò che facciamo anche in questo momento.
Verità è essere consapevoli che la nostra felicità o infelicità attuale non è né più né meno che il risultato di azioni passate.
Verità è conoscere i propri limiti.
Verità è sapere che alla fine della nostra vita non saremo più nulla. Ma sicuramente saremo così infinitamente piccoli, da poter creare ancora vita, unendoci con le particelle più infinitesimali della materia universale.
Verità è sapere che siamo soli in questa parte degli Universi.
Verità è essere consci che esistono vicino ad ognuno di noi universi paralleli.
Verità è rendersi conto che mentre veniamo al mondo stiamo già morendo.
Verità è rendersi conto che ogni secondo che è passato, non sarà più possibile riviverlo.
Verità sono le fatiche di chi un lavoro non ce la.
Verità è rendersi conto che non siamo nulla.
Verità è sapere che l’uomo è un piccolissimo caso di naturale evoluzione.
Verità e sapere che non ci sono religioni.
Verità è odiare.
Verità è far finta di amare per non ferire.
Verità è essere soli assieme a milioni di persone.
Verità è piangere di nascosto.
Verità e sapere che facciamo finta di essere forti.
Verità è la perdita di un amico.
Verità è il vuoto dentro te stesso che non riempi mai.
Verità è il nulla attorno a noi.
Verità è trascinare la vita con un tumore e sapere che non hai più tempo.
Verità è sapere che siamo dei deboli.
Verità è sapere… perché cerchiamo la gente? La cerchiamo solo per creare un contenitore al silenzio di noi stessi mentre ci osserviamo allo specchio.
Verità è quando si rompe il nostro specchio.
Verità è che ogni persona è un artista dentro se stesso.
Verità è lasciarsi andare con i tuoi pensieri.
Verità è convincersi di esistere.
Verità sono i rumori che ti colpiscono nel silenzio.
Verità è il suono del silenzio.
Verità sono le vecchie case di campagna abbandonate, dove famiglie crescevano i loro figli, dove i giochi dei bimbi e la loro allegria si sono persi. Ma basta chiudere gli occhi e si sentono ancora le loro grida gioiose.
Verità sono i colori che vediamo.
Verità è vedere la natura che ci circonda.
Verità è onorare il Mondo.
Verità è attendere.
Verità è non sapere… che cos’è la verità
Verità è un viaggio per arrivare a conoscere se stessi.
Verità è piantare una piccola quercia quando si ha 80 anni
Verità è stupirsi ancora di un fiore quando si è anziani.
Verità è vedere un sorriso dentro di te del tuo papà che non c’è più.
Verità è guardare la mamma, sorriderle e sapere che fra poco non ci sarà più.
Verità è sperare che forse il Mondo sia migliore per i nostri figli.
Verità è la terribile disperazione di chi perde un figlio.


La verità è una sola… non esiste la verità


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Mastronxo
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Re: Gara 50 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Mastronxo » 18/02/2015, 23:28

Brucia

Un bambino che si è scottato ama il fuoco.
Oscar Wilde



Bimbo, nove anni.
“Certo, mamma.”
Non appena ebbe pronunciato quell’ultima parola, le mani di Bimbo presero fuoco. L’aria esplose all’apparire improvviso delle fiamme e Bimbo rideva mentre i suoi tessuti ne venivano mangiati.
Non che si divertisse veramente, il piccolo Bimbo, al presentarsi di simili spettacoli grotteschi; tuttavia, quel suono secco e improvviso e quella luce abbacinante, che da una parte lo facevano saltare su come una molla, dall’altra significavano per lui lo scaricarsi estemporaneo di tutta una serie di tensioni accumulate nel trattenere la sua vera personalità da ragazzetto.
“La verità finisce là dove inizia l’umanità”, questa era tra le frasi preferite del nonno. Bimbo ne aveva recepito immediatamente il significato, un significato vivido proprio come le ustioni che gli martoriavano le carni.
Il nonno voleva dire che tutti gli uomini sono dei bugiardi. Tutti, dal neonato che piange attaccato al petto della mamma, alla commessa alta e gentile che gli porge una caramella e gli sorride; dal vecchiaccio malandato che barcolla alla stazione, all’elegante cameriere del ristorante lì di fronte; bugiarda la mamma, bugiardo il papà, pure il nonno ne sparava tanto grosse che doveva venir giù tutta la terra.
Eppure, il collo martoriato dalle piaghe era il suo, sue le braccia gonfie di vesciche, sempre suoi i capelli che sapevano costantemente di pollo bruciato.
Il piccolo Bimbo non provava altro che schifo per se stesso, mentre rideva e urlava da sputare fuori le tonsille.

Bimbo, cinque anni.
“No! No, no, no! Non voglio… Ti odio, ti odio mamma!”
Una scintilla violentissima, odore di zolfo.
La pelle di Bimbo s’increspò come carta umida, i suoi muscoli si ritrassero istintivamente per difendersi dall’improvviso mutamento delle condizioni microclimatiche, i tendini scattarono in un istinto autoconservativo inutile ed energeticamente dispendioso.
Bimbo urlò.
Era già capitato altre volte. Sulle prime, mamma e papà credettero fosse dovuto a un cortocircuito o a un qualche strano processo rapportabile all’elettricità statica. Loro ci avevano messo decisamente più tempo di Bimbo a recepirne la causa effettiva.
Ma un bambino non può, non può dire sempre la verità.
Nessuno lo può fare.
Nessuno.

Bimbo, nove anni.
Bimbo se ne stava sdraiato nel suo letto in attesa che gli venisse portato il pranzo in camera.
In cucina l’olio sfrigolava, invitante, e il profumo dell’arrosto si era già diffuso in tutta la stanza, acre e succoso e buonissimo.
Bimbo era pallido, e solo, e silenzioso.
Non parlava mai, non ne aveva più il coraggio. Il papà e il nonno avevano capito, per il suo bene lo lasciavano stare. Parlare era rischioso, per Bimbo. Poteva capitare che dicesse una bugia.
Dire la verità è un processo di convincimento personale e di autocontrollo che può mettere alla prova la volontà del più saggio fra gli uomini. Bimbo di anni ne aveva solo nove, la sua saggezza era pure più piccola del suo corpicino purulento.
La maniglia della porta prese ad abbassarsi, piano. Bimbo la guardava simulando un disinteresse tutt’altro che tale. Mangiare era un evento che gli spezzava la giornata, gli calmava i nervi. Mangiare significava la mamma con in mano un bel vassoio di pietanze calde e odorose, significava la mamma che gli raccontava delle cose. Per non farlo parlare lei cercava di non chiedergli mai niente; d’altronde, lui non avrebbe avuto niente da riferirle che lei non conoscesse già.
“Bimbo, Bimbo bello, va’ che entro”. Entrò.
La mamma non era proprio bella, ma Bimbo l’amava. Non devi essere bella per essere una mamma.
“Oggi arrosto con patate al forno, poi torta con la panna” gli mise il vassoio sopra le ginocchia e gli porse le posate. La torta non è che gli andasse proprio tanto, a Bimbo, la mamma non era brava a fare dolci; tuttavia l’avrebbe mangiata comunque.
Non ascoltava i discorsi che lei faceva, ora di sera si sarebbe dimenticato ogni parola. Quel che adorava era la sua voce, e le espressioni che mutavano in assonanza col variare delle sue argomentazioni. E le dita, le dita di lei che gli passavano e ripassavano fra i capelli, quei capelli orrendi che sapevano di fumo. E la bocca, la bocca di lei che, sottile e rosea, si distendeva in lievi sorrisi, tutti per lui. E il collo, troppo magro e forse troppo debole, così delicato.
Che bello essere accarezzato da quelle mani e da quella voce…
“… Eh, Bimbo?” gli continuava a chiedere quella voce, accompagnata da quel profumo tenue come il colore dei pastelli. Gli occhi stanchi di lei lo guardavano, lacrimosi e intensi, in attesa di risposta. “Ti piace la torta, vero, piccolo il mio Bimbo?”
“Certo, mamma”.
Non appena ebbe pronunciato quell’ultima parola, le mani di Bimbo presero fuoco…
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"Nessuno può mettermelo nel culo!" urlò Polifemo, brandendo un enorme tronco d'albero
"Ho appena fatto la cacca". Un uomo libero.

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Michele
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Re: Gara 50 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Michele » 18/02/2015, 23:54

Il Palazzo delle Bugie
Ebbi la sensazione che il “Palazzo della Bugie” non esistesse, ne fui cosi persuaso da arrestare l’auto sul ciglio della strada indeciso se continuare o tornare indietro. Oltre il fiume la città vecchia era un dedalo di costruzioni perennemente immersi nella nebbia, solo gli edifici più alti emergevano da quel mare come tante navi alla deriva. Pensai alle parole dell’uomo, “c’è un luogo, nella città vecchia, dove le verità si trasformano in bugie, basta solo pagare il giusto prezzo”. L’esperienza mi ha insegnato a non credere alle storie raccontate da uomini che puzzano di alcol e fumo, ma la prima regola del giornalista è: verificare sempre le notizie prima di scriverle. Decisi di proseguire a piedi, la città vecchia mi accolse con un intrigo di strade, e il vapore che fuoriusciva dai tombini portava con se odore di marcio. Cercai invano di orientarmi, l‘unica indicazione che avevo era un indirizzo scritto su un pezzo di carta : “Piazza dei bugiardi, 39”.
“Mi scusi…” fermai un passante, ”cerco questo indirizzo”, e gli mostrai il biglietto. I’uomo si sistemò il bavero della giacca per difendersi da una improvvisa raffica di vento, poi esaminò il biglietto e si guardò intorno. “Prosegua su questa strada, alla prima traversa giri a destra poi a sinistra e sarà arrivato… anche se le consiglio di non andare laggiù”, tentai di replicare, ma l’uomo era già scivolato via senza aggiungere altro. Perplesso segui le indicazioni e mi ritrovai in una piazza dove una fila di persone in attesa ne riempiva quasi tutta l’area. La fila serpeggiava infilandosi in un ampio portone su cui capeggia un cartello: “Palazzo delle Bugie”. Allora esisteva davvero, ora dovevo solo capire cosa realmente facessero lì dentro. Senza pensarci troppo mi accodai alla fila e attesi il mio turno. Quasi nessuno di noi parlava, ma quelli che uscivano sembrano euforici, ridevano e si salutavano. Arrivò il mio turno, un inserviente mi indicò una delle cinque porte che costellavano l’ampia sala d’aspetto, la mia era l’unica aperta. Entrai. Mi attendeva un uomo in camice bianco seduto dietro una modesta scrivania, completavano l’arredo due sedie e un vecchio schedario. L’odore di muffa si mischiava alla poca luce soffusa che penetrava da un’unica finestra posta alle spalle dell’uomo.
“Buongiorno, la prego si accomodi” mi disse, indicandomi una delle due sedie, “sono il Dottor Trotta”.
“ Luigi Zeno” e gli strinsi la mano. il dottore tirò fuori un foglio bianco e scrisse il mio nome.
“Allora signor Zeno, mi esponga la sua verità.”
Ero perplesso non sapevo cosa dire, lui lesse la mia incertezza.
“Non si preoccupi signor Zeno, è normale, la prima volta capita a tutti di provare vergogna o sentirsi in imbarazzo, stia tranquillo e si lasci andare”.
“La verità, dottore, è che io sono qui solo per curiosità”.
“Vede signor Zeno, non importa quale sia la verità, noi siamo qui pronti a fornirle la bugia più indicata.”
Ero confuso, ma allo stesso tempo provavo rabbia. “Vuol dire che qui realmente create delle bugie, e che tutta quella gente lì fuori è qui solo per barattare le proprie verità per una squallida bugia, e magari paga pure?”
Il dottore tamburellò con la penna sul foglio bianco, si sistemò gli occhiali sul naso e replicò
“Vede signor Zeno, noi non inventiamo delle semplici bugie, ma creiamo delle vere bugie. Bugie a cui tutti credono, o almeno i diretti interessati. Crede davvero che se tutti dicessero la verità il mondo sarebbe migliore? No, non credo proprio, il mondo sarebbe il caos. Mentire fa parte della natura umana, il mondo stesso si basa sulla menzogna: religioni,governi, giornali, vivono sulla menzogna e architettano bugie così complesse che a crederci sono milioni di persone. Noi qui, nel nostro piccolo, non facciamo altro che aiutare chi non sa mentire, gli offriamo bugie ad hoc per evitare che la propria vita diventi il caos”.
Ero allibito, mi alzai di scatto pronto a raggiungere la porta e andarmene, “sa cosa farò caro dottore?, tornerò al mio giornale e scriverò di lei e di questa specie di mercato, e già perché si da il caso che io sia un giornalista, e non le permetto di denigrare il mio lavoro e quello dei miei colleghi, ho dedicato tutta la mia vita alla verità e non ho mai scritto o barattato bugie come fa lei”.
“Aspetti signor Zeno, non vada via, voglio mostrarle una cosa”, il dottore prelevò un fascicolo dallo schedari, lo posò sul tavolo e lo divise in due mazzi di documenti distinti. Da una parte, il più voluminoso, vi era stampigliato Bugie e sull'altro Verità, ma su tutte e due c'era scritto il mio nome.
“Che cos'è questa roba?”
“Guardi lei stesso.”
Sfilai uno dei fogli dal mazzo delle bugie: narrava un episodio della mia vita in cui mentivo a mia moglie dicendogli di essere impegnato al lavoro mentre in verità uscivo con Carla, ne presi un altro: era il giorno in cui mio figlio giocava un’importante partita e io ancora una volta mentivo promettendogli che non sarei mancato, sfilai un terzo foglio con impeto, la pila di fogli si sfaldò sparpagliandosi sul pavimento: mia madre mi aspettava e io ancora una volta mentendogli non ero passato da lei e non la vidi mai più viva.
Caddi in ginocchio, cercando di raccogliere i fogli e rimettere insieme la mia vita.
“La prego dottore lasci che rimedi almeno a queste tre bugie, me le lasci spostare tra le verità”
“Mi dispiace signor Zeno, ormai è troppo tardi, l’unica cosa che posso fare per lei è di crearle una vera bugia che celi l’unica verità: lei è un gran bugiardo”.
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La ricerca ossessiva del consenso crea mediocrità.

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