Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Qui ci sono tutte le vecchie Gare letterarie, dal 2008 all'estate 2018.
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Maddalena Cafaro
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Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Maddalena Cafaro » 06/11/2014, 14:29

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Ci avviciniamo ad un periodo dell'anno molto particolare, qualcuno pensando al Natale penserebbe a giochi ed infanti, Babbo Natale e le renne. Io, invece, voglio invitarvi a scavare. Scavare a fondo nella natura di ciò che scrivete e dei vostri personaggi. Come provare a fare tutto ciò?

Con il tema della Gara 49!

Yin Yang ovvero la Contrapposizione

Per contrapposizione intendo esempio:
tenebra vs. luce
luna Vs. sole
notte Vs giorno
scuro vs chiaro
femminile vs maschile
passivo vs attivo
freddo vs caldo
male vs bene
negativo vs positivo
nord vs sud
ovest vs est
terra vs cielo
acqua vs fuoco

Siete liberi di narrare ciò che volete nel modo che volete, l'unica cosa deve essere evidente la cotrapposizione.

Aggiungete un'immagine che rispecchi il vostro racconto, :-D

Regole:
Valgono tutte le regole ufficiali, che trovate qui:
viewtopic.php?f=80&t=2308

Riassumendo:
- lunghezza massima del testo: 1000 parole o 6000 caratteri (spazi inclusi) con una tolleranza del 10%;
- chi partecipa dovrà votare e commentare tutti i racconti eccetto il proprio; in caso contrario
verrà escluso dalla Gara e non riceverà alcun premio né pubblicazione;
- ogni racconto dovrà essere corredato di un’immagine, da inserire preferibilmente in
apertura del vostro brano;
- voti da 1 a 5, consentiti anche i tagli a mezzo (1,5 e così via fino al 5);
- i racconti postati non potranno più essere modificati se non a gara conclusa; al termine dei
giochi, si potranno apportare eventuali modifiche per la pubblicazione sull’e-book.

I racconti potranno essere postati fino alle ore 00.00 del 7 dicembre

Commenti, spam, sproloqui, visioni e vaneggiamenti potranno essere postati nel link sottostante.

viewtopic.php?f=80&t=4719
Le votazioni avranno inizio dall'8 dicembre fino alle ore 00.00 del 23 dicembre 2014.

Premiazione:
Chi vincerà avrà l’onore e l’onere di organizzare la gara successiva.
I premi saranno:
1. Pubblicazione dei racconti in digitale, con il consueto e-book.
2. Il vincitore riceverà da Ser Stefano diploma, accompagnatoria e banner pensato su misura
per il proprio racconto.

Good Luck :-D :-D
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Umberto Pasqui
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Re: Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Umberto Pasqui » 08/11/2014, 18:24

Tanto di cappello

Accarezzava il suo cappello Stetson acquistato da poco, ne percepiva il morbido feltro di lana senza poterne vedere il colore grigio tendente all’indaco.
Era cieco o, come si direbbe adesso “non vedente”. Ma non si curava di queste sciocchezze linguistiche e amava, invece, sentirsi dire le cose chiaramente, veramente, sinceramente. Sua moglie, conosciuta quando ancora sapeva distinguere le forme, quando la luce era distinta dal buio, tornò proprio in quell’istante. Era rilassato lui, sul divano, moderatamente felice. In genere sapeva avvertire l’arrivo della moglie grazie al diffondersi, nell’aria, del profumo di lei, indistinguibile, della vibrazione dell’anima luminosa e calda nel buio gelido che, di solito, era il suo panorama. Ma quella volta non sentì nulla. A parte la voce e i passi.
- Cara, sei tu?
Qualcosa confermava la sua presenza, ma qualcos’altro lo angosciava: era sicuro che fosse lei, ma ne era al contempo insicuro. Non aveva mai avuto una simile percezione. Era confuso: proprio perché erano confusi la luce del suo amore nel buio della paura, il risveglio dei sensi e il loro totale appiattimento, il tutto della sua vita e il nulla.
- Sì, sono io, certo.
La voce della donna aveva un retrogusto amaro, come se covasse un segreto. Ma che segreto poteva avere la signora Assirelli? Buona donna, senza mai una chiacchiera su di lei, solare, come si direbbe senza troppo impegno, sorridente e accomodante.
- Non so come dirlo ma… Mi sembri così distante.
I sensi del marito senza vista avvertivano la differenza dal solito, non sapeva definire la percezione del tutto nuova, nuova ma non piacevole. Nella sua perpetua tenebra non c’era la luce: la luce, anzi, sembrava spenta, soffocata e affievolita come un fuoco male alimentato.
- Distante? Non lo sono affatto… Se vedessi questo cuore…
- Sai bene che non posso vedere, ma sento.
- Già, senti allora.
- Non batte.
Da quel momento il silenzio ingoiò la casa dei coniugi Assirelli. Il marito sprofondò nel divano lasciando cadere il cappello. L’ultima visita della moglie, morta qualche istante prima per una sciocca caduta dalle scale, fu un rapido congedo che ebbe un effetto imprevisto. Dopo un lungo pianto, gli occhi di lui si spalancarono e tornarono a vedere: così seppe distinguere, nel silenzio, il colore grigio tendente all’indaco del suo cappello Stetson che ebbe raccolto da terra.
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Re: Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da nembo13 » 09/11/2014, 21:55

Bene.
.
Era comunque strano, ma sapevo che avevo solo fatto del bene da sempre, da quando io riesca a ricordare.
Poi all'improvviso il rumore.
Lento, ovattato ma inesorabilmente saliva e saliva di tono.
Una immensità cristallina di toni.
Toni aspri e colorati come lame di luci impazzite.
Suoni avvolgenti come la seta che ti scivola sul viso.
Sapevo come sarebbe finita.
Presi il ferro lungo per difendermi, ero oramai all'angolo dell'immensa sala.
Lui era immenso, mentre io ero infinitamente piccolo.
Ma sapevo che anche a lui avrei fatto solo del bene.
Un colpo affondato con delizia, il caldo corpo che si apriva ancora e ancora di più.
Gli feci del bene e lo sapevo, lui rantolò agonizzante e mi osservò, sapevamo che non avevamo più niente da dirci. Non avrebbe più sofferto,
Adesso avevo freddo, e avevo il terrore di essere preso.
La mia ricerca ricominciava, avrei visto altre vite e altri mondi.
Ero stanco… avevo sete.
Il mio cervello stava percorrendo periodi passati, come fluttuazioni amebiche, lente visioni apparivano sempre con lo stesso finale.
Anche oggi nell’arena avevo vinto.
Da tre lunghi periodi ero in fuga.
Mondi diversi mi avevano accolto.
Io li avevo distrutti per il loro immenso bene.
Non avrebbero più sofferto, anche se non capisco se perdere l’anima vuol dire soffrire.
Tutti mi chiamavano con un nome strano.
Mi chiamavano… il male
Avevo sete... e sapevo che avevo vinto anche adesso.
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Nunzio Campanelli
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Re: Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Nunzio Campanelli » 10/11/2014, 15:34

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Il quadro completo

All’età di ventisette anni Luca era funzionario dello stato. Un bel lavoro, secondo l’opinione comune di amici e familiari. Non per lui, che quando varcava la soglia dell’ufficio sentiva l’intero peso del mondo gravare sulle sue spalle.
Quella mattina si trovava sul palco, con il compito di fare il preambolo introduttivo al discorso del direttore generale. Di fronte un centinaio di facce con un’espressione incerta tra l’invidia nei suoi confronti e la deferenza per il dirigente.
Cominciò con i saluti di rito, e mentre stava per iniziare il suo brevissimo intervento guardò un istante fuori della finestra, così, tanto per restituire un po’ di profondità allo sguardo.
Non c’era niente di particolare da vedere, se non case, strade, gente, auto.
Rimase interdetto. Guardò di nuovo fuori. Un brusio attraversò la platea, mentre un lieve sorriso di scherno cominciava a manifestarsi sul viso di qualcuno.
Non c’era niente di particolare da vedere. Lo sapeva ma continuava a guardare fuori. Non era attirato da quanto vedeva, ma da quello che non vedeva.
Il direttore schiarì la voce, mentre un moto impercettibile cominciava a manifestarsi sulla palpebra del suo occhio sinistro.
Luca continuava a guardare fuori. Il brusio aumentava, alimentato dalle esclamazioni di pura cattiveria, frenate solo dal sussiego verso il superiore.
Cos’e che mancava da quanto stava vedendo di fuori, perché quella contrapposizione tra ciò che stava vedendo e quello che avrebbe voluto vedere si manifestava con tanta prepotenza proprio quel giorno, mentre prima non si era mai accorto di tale dissonanza?
Continuava a guardare fuori. Poi, all’improvviso, capì. Lo sapeva da sempre, ma finora aveva fatto finta di ignorarlo. Ogni volta che aveva guardato fuori, negli ultimi due anni, tanto era il tempo che lavorava in quell’istituto, lo aveva capito. Salvo poi relegare quella consapevolezza in un recondito angolo della sua coscienza, fino a dimenticarsene.
Smise di osservare l’esterno, prestò attenzione alla sala, e lentamente iniziò a parlare, tra la visibile delusione dei colleghi. Il sopracciglio del direttore, che nel frattempo aveva iniziato una specie di danza accompagnando il moto ininterrotto della palpebra, si fermò all’istante.
- Il mio compito, questa mattina, è di parlare per due minuti prima del discorso del direttore, che sta aspettando qui alle mie spalle. Non è molto importante ciò che dirò, basta che usi un tono brillante e delle frasi colorite. Sì, c’è scritto così nel programma stilato dalla segretaria: Ore dieci – introduzione – argomento di carattere generale. Usare un tono brillante e frasi colorite.
Bene: non lo farò.
Non lo farò perché ho scoperto proprio in questo momento, vi sembrerà strano ma è così, che c’è una cosa che devo assolutamente fare ora. Sì proprio adesso.
Pertanto vi saluto.
Fece per andarsene quando, come ricordandosi di una cosa, ritornò indietro riprendendo il microfono in mano.
- Scusate, dimenticavo: fanculo.
Scese dal palco dirigendosi verso l’uscita, accompagnato dagli sguardi di una platea ammutolita. Il volto del direttore si era pietrificato in un’incomprensibile smorfia.
Scese di corsa le scale, percorse velocemente il corridoio, aprì il grande portone di vetro, uscì all’esterno.
Si diresse verso un bar che si trovava lì vicino. Mentre camminava girò la testa indietro per vedere quella finestra da cui, fino a pochi istanti prima, stava guardando fuori. Dietro i vetri vide una moltitudine di facce.
Appena arrivato si mise a sedere a un tavolino sul marciapiedi. Era visibilmente felice. Una ragazza si avvicinò per prendere l’ordinazione.
- Cosa prendi?
- Ma, non saprei. Tu che dici?
Lei pensò che si trovasse di fonte all’ennesimo imbecille che ci provava, oppure che avesse a che fare con uno svitato. Quel ragazzo però era così contento che non riusciva proprio a trattarlo male. Sorrise.
Lui le fece segno di sedersi.
Lei si sedette.
Lui guardò di nuovo verso quella finestra, poi disse:
- Sai, li invidio.
- Quei tipi che ci stanno guardando? Perché?
- Perché loro possono vedere il quadro completo.
- Il quadro completo?
- Già!
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Annamaria Vernuccio
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Re: Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Annamaria Vernuccio » 10/11/2014, 17:07

L'accettazione

«Ma come è possibile? Dopo quindici anni che lavori per loro, ti licenziano così su due piedi?» Margherita era furiosa alla notizia che Antonio aveva perso il lavoro, per di più con l'infamante accusa di aver molestato il suo collega. Inoltre tutto ciò alimentava un suo pensiero ricorrente: Da un bel po' Antonio sembrava essere cambiato, non solo non la cercava più tra le lenzuola, ma sembrava proprio che i suoi orientamenti sessuali fossero cambiati. Non che lei fosse particolarmente esigente, ma era ormai un ricordo l'ultima volta che avevano fatto l'amore, e anche allora... stendiamo un velo pietoso.
« Non preoccuparti, Margi, sono solo degli infami. Per fortuna tu hai il tuo lavoro, e io farò i turni di notte col Taxi di Gigi mio cugino.»
Era iniziata così la nuova routine, con Margi che lavorava durante il giorno e Antonio durante la notte. Si incrociavano per poche ore e appena un po' di più, alla domenica, così i loro rapporti divennero pressoché inesistenti, le sue serate solitari appuntamenti con qualche film in televisione, e fu appunto in una di quelle serate che arrivò la telefonata di Gigi che chiedeva di Antonio. Margi stupita gli chiese come mai lo cercasse a casa quando sapeva che era di turno col taxi e scoprì così che Gigi non ne sapeva niente di quel lavoro e... allora dove andava Antonio tutte le sere?
Dapprima pensò di affrontarlo al rientro a casa, ma poi pensò bene, per evitare altre bugie, di appostarsi fuori al cancello la prossima volta che fosse uscito per andare a lavorare.
Il giorno dopo lo salutò come sempre, ma appena fuori, si nascose poco lontano e attese. Mille pensieri le attraversavano la testa e spaziava tra il senso di colpa per essere là a spiare il marito e la paura di quello che avrebbe potuto scoprire. Stava quasi per demordere e abbandonare la postazione quando vide uscire dal cancello di casa sua una signora elegantemente vestita, ma: « Quello è il mio cappotto rosso, e quelli i miei stivaletti!! » Con raccapriccio si accorse che la persona che stava guardando, era Antonio e capì d'impulso che non poteva aspettare oltre per chiarire la faccenda. Gli si parò davanti e lo fissò dritto negli occhi coperti da un velo di ombretto e un filo di mascara; avrebbe voluto schiaffeggiarlo, ma la vergogna che lesse nei suoi occhi la bloccò. Antonio, paralizzato, balbettava parole a vuoto e: «Oddio!» Stava anche piangendo. Margi allora lo prese per mano e, insieme rientrarono a casa. Il viso ridotto ad una maschera imbrattata di trucco, Antonio le stava chiedendo di perdonarlo: « Sai, mi sento quasi sollevato ora che mi hai scoperto. Fin da piccolo ho sempre gradito di più le compagnie maschili, ma mi guardavo bene dal manifestarlo perché i miei non avrebbero mai capito e mi avrebbero reso la vita un inferno. Mio padre nutre un odio viscerale per quelli come me e non sai le volte che ho ingoiato amaro quando gli sentivo fare affermazioni del tipo: «Se fosse mio figlio, quel frocetto lì, gli spaccherei le ossa! Meglio morto, che avercelo così!» Quando poi ho conosciuto te, ho pensato che avrei potuto farcela a crearmi una famiglia, ma la mia natura ha prevalso. C'è in me una bivalenza che mi spinge ancora a cercare rapporti con gli uomini... pur volendoti un mondo di bene. Ti prego, non disprezzarmi, non emarginarmi. E' tutta la vita che lotto per reprimere questo mio istinto, ma come vedi non ci sono riuscito. Accetta questa mia diversità, col tuo aiuto forse potrò presentarmi al mondo come realmente sono e forse anche la Società mi accetterà... finalmente. »
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Patrizia Chini
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Re: Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Patrizia Chini » 10/11/2014, 21:21

Quarant’anni fa

Quarant’anni fa Giuseppe per la prima volta entrava nella casa dove vivevo a Roma e ufficialmente anche nella mia vita. Il freddo benvenuto che l’accolse non era tanto per la naturale diffidenza dei miei genitori verso chi mi frequentava ma soprattutto per il fatto che fosse un siciliano.
─ E te pareva!─ era solito commentare mio padre alle notizie o ai racconti di morti ammazzati da mani sicule.
Allora i “pregiudizi” erano quasi l’unica via su cui viaggiavano le informazioni da nord a sud e viceversa.
A mio padre, inaspettatamente, piacque invece Calogero, la persona che sarebbe diventata mio suocero.
Io faticai a apprezzarlo da quando, per conoscermi, venne a Roma insieme alla moglie.
Non mi piacque né fisicamente, né trovai amabile il suo spirito. Un naso aquilino troppo grande troneggiava nel viso emergendo prepotene tra gli occhi di ghiaccio che mi studiavano mettendomi a disagio.
Il linguaggio di mia suocera, per noi incomprensibile, non aiutava a distendere i rapporti che stentarono a decollare anche quando ricambiai la visita, e scesi con la mia famiglia al sud come indicavano i cartelli autostradali. Preferiva dire al figlio di portarci fuori o al mare per evitare di perdere tempo a decodificare i messaggi. Se doveva dirci qualcosa lo comunicava al figlio, il quale poi riferiva a me... insomma un passaparola.
─ Guarda che prima di uscire questa sera devi farti vedere da mamma, ci tiene e poi ti dice se puoi...─ era buttata un po’ sullo scherzo ma mi lasciava il dubbio che per uscire ci volesse il suo “placet”.
I rapporti con mio suocero avevano la qualità positiva di essere meno frequenti. La mattina usciva presto per recarsi in campagna e quando tornava era stanco, si riposava e il primo incontro con lui avveniva a tavola, per il pranzo.
Con lui il dialogo era fluido. A differenza della moglie parlava un buon italiano appreso sia in guerra che durante il lungo servizio militare a Roma nel genio civile.
Una mattina, decisi di andare a passeggiare sola. Giuseppe era uscito per andare un po’ qua e un po’ là, a salutare amici e parenti. Mio suocero era ancora in casa e appena comprese ciò che mi accingevo a fare mi comunicò:
─ Se esci, ti accompagno.
La cosa mi dette fastidio. La presi come un’imposizione, un controllo di ciò che facevo, una sorta di babysitteraggio fuori luogo.
─ Non si preoccupi, sono in grado di uscire da sola, il paese è piccolo e non avrò difficoltà a trovare la strada per tornare.
Uscii ma per la strada mi raggiunse Giuseppe, avvertito “tempestivamente”.
─ Perché non ti sei fatta accompagnare, mio padre non l’ha presa bene!
Prima che riuscissi a rispondergli, continuò:
─ Qui si usa così. Le donne difficilmente girano sole, anche quando escono con il fidanzato. Pensa che mio padre aveva dato a me e a mio fratello il compito di accompagnare mia sorella a passeggio con Totò... prima che lo sposasse.
Aprii la bocca ma lui mi sorprese:
─ Hai fatto bene perché pure io e mio fratello non condividiamo queste “scorte” e reggere il moccolo a mia sorella è l’ultimo pensiero che abbiamo. Infatti, al primo incrocio, sgattaiolavamo uno a destra e uno a sinistra.
Le tradizioni di un popolo sono legate alla sua storia. Chi non scorterebbe o farebbe scortare la propria figlia se avesse ascoltato i racconti tramandati a voce di un’invasione turca con tutti i soprusi e le angherie di cui furono capaci?
Non ne azzeccavo una. Il giorno che, fingendo di crederla una formalità, affermai con un fare antipatico la mia intenzione di non assuefarmi alla loro tradizione di chiamare il primo figlio maschio con il nome del nonno paterno, venne giù il cielo!
Riuscii a trasformare il ghiaccio di quegli occhi chiari in fuoco.
─ Se lo chiamassi Calogero, mio figlio sarebbe preso in giro tutte le volte che dovesse presentarsi, specialmente a scuola dove i bambini non hanno peli sulla lingua.
─ Come? Stai forse dicendo che Calogero non è un bel nome, che può far ridere?
Dovevo rivedere le mie affermazioni, non potevo ferire in quel modo una persona anziana e, per di più, padre dell’uomo che sarebbe diventato mio marito.
Ragionai. A mio figlio non mi sarebbe pesato dare il nome di mio padre per la stima illimitata nei suoi confronti. Pentita sinceramente, farfugliai qualche scusa ma entrambi rimanemmo abbarbicati sulle nostre posizioni convinti di essere depositari di verità rivelate.
Mia suocera ascoltava, guardava e non parlava e non solo per tema di non essere compresa ma, per abitudine, non esprimeva il proprio pensiero tranne poi parlarne a iosa appartata con i figli o le amiche nei cortili.
─ Che so ‘ste cose vecchie! Io sono moderna! ─ mi disse con veemenza una volta superata la ritrosia iniziale e quando nacque mio figlio Alessio si meravigliò che lo allattassi al seno.
─ Qui non lo fa più nessuna mamma... si sciupa il seno!
Erano veramente moderni!
Mi sforzavo di adattarmi alle loro tradizioni.
Avrei voluto chiamare i miei suoceri “mamma” e “papà” e invece mi impantanavo in una lotta impari tra questo desiderio e la mia incapacità a realizzarlo. Un problema inesistente per tante persone anche siciliane, come mia cognata sposa del fratello minore di Giuseppe. Estroversa e colta, appena entrata a far parte della famiglia, chiamava Calogero “Lulù”. Diminuiva il nome del suocero in “Caluzzo”, poi in Luzzo e infine, per la ripetizione della prima sillaba, nasceva quel “Lulù” che in un primo momento avevo scambiato per un dileggio visto che per me era un nomignolo da donna.
─ Dai Patrì... che ci vuole? Sciolta, fai come me: chiamalo Lulù!
Ci provavo, aprivo la bocca ma la voce si rifiutava di uscire: né Lulù né papà.
Ho continuato a “non chiamarlo” per tanto tempo finché un giorno a tavola me ne sono uscita, per mancanza di altre soluzioni, con un “Signor Calogero”.
Sentendosi chiamare così mio suocero si alterò e alzando la voce mi spiegò come dovevo chiamarlo.
─ Quale Signore e Signore, mi chiamo Calogero! Chiamami Calogero.
Non riuscivo a credere a ciò che Giuseppe e i miei cognati mi ripetevano:
─ L’hai offeso!
Signore e papà, due significati, due essenze agli antipodi, l'affetto e il distacco.
La mia "gaffe" però sciolse il ghiaccio, i suoi occhi chiari, che fino allora avevo visto gelidi, ora vibravano e finalmente riuscivo a leggervi tutto il suo affetto.
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Milicianto
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Re: Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Milicianto » 12/11/2014, 14:29

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Mi piace di notte, forse anche di giorno. Mi piace nel frigo, ed anche nel forno.
Mi piace nel buio squarciato dai lampi. Mi piace il silenzio di notte nei campi
Mi piace la gioia che scuote la noia, mi piace distrarmi cantando vittoria.
Mi piace ingannarti, con frasi studiate, ma anche incantarti con storie di fate.
Mi piace spogliarti dai tanti timori, ma anche vestirti di nuovi sapori.
Mi piace se piangi, ma anche se ridi, mi piace se parli, oppure se gridi.
Mi piace se mangi, e pure se bevi, mi piacevi ogni tanto anche quando cadevi.
Mi piaci se ferma oppure sei in moto, mi piace se studi o se guardi nel vuoto.
Mi piace se vinci, ma pure se perdi, mi piace se è presto, ma anche se è tardi.
Mi piace se sciogli ma anche se annodi, il filo distratto dei tuoi muti pensieri.
Mi piace incartarti con le buste da spesa, come un uovo di Pasqua, ma senza sorpresa.
Mi piace se ci sei, ma anche se manchi, mi piaci, mi intrighi, ma quanto mi stanchi.
Mi piace aspettarti, ma anche mollarti, per poi ritrovarti ed ancora scordarti.
Aspettare, aspettarti, che tu mi dia un senso, e darteli poi io tutti e cinque in cambio. Li prendi, li inganni, li torci, li sfiati, e poi me li torni un po’ consumati.
Sei tutto e sei niente, sei spesso assillante, ma sai anche ostentare una calma estenuante.
Mi piaci e mi sballi sin troppo davvero, non so contraddirti e la forza mi manca.
Mi piaci ad oltranza, ma la noia mi assale, non so darti abbastanza, è questo il mio male.
Mi illudi, mi turbi, mi togli il respiro nasale, ma aggiungi poi il peso del tuo corpo sensuale.
L’inutile attesa di chi non trova parole. Le scrive, le dice, le perde, le frigge, le arrangia, e poi non contento se le rimangia.
E scrivo e descrivo, nelle parole quasi annego, ma son tanti gli appoggi dei tuoi mille ormeggi.
Sei un porto di lago, un posto sicuro, non ti manca nulla, hai messo anche il faro.
Mi assilli, mi spingi, mi porti con te, nel pezzo di buio dove occulti i tuoi “se”.
Ti fermi, ti blocchi, e poi ricominci, è un dolce assedio nel quale tu vinci.
E torno a distrarmi su schermi tranquilli, che vesto di nero e di mille colori, di sogni malati di incubi e orrori.
La voglia mi prende, la voglia mi lascia. A volte mi sento come un boia senz’ascia.
D’estate, d’inverno, percorro il mio inferno, ed anche in autunno non navigo eterno.
E come sempre ritorni, elidi i miei sogni, apostrofo rosa, annulli i tuoi impegni. Maestra di moda, attrice di ieri, con un colpo di coda mi spacchi i pensieri.
Regina di cuori, io fante di picche, non lasci rancori, ma solo ripicche.
Mi piace guidare, per vita che scorre, su antichi sentieri, nei campi, nei boschi, negli alvei dei fiumi.
Mi piace ascoltare, il rumore del mondo, il silenzio che uccide e quello di fondo.
Paesi lontani dove il tempo rallenta, dove l’eco si sente del nulla che stenta.
Allora mi fermo, mi agito in volto, tendo l’orecchio e sono in ascolto. Scocco la freccia, la storia si intreccia.
Ed alzo la penna, di almeno una spanna, si piega la canna si espande la fiamma, ma è scintilla che abbaglia di un fuoco di paglia.
Nel buio d’immenso, disperato ti penso e ti chiamo nel cielo verniciato di incenso.
Immane ritorni, ancora a salvarmi e stravolgi lo spazio, distorci il mio tempo, rispondi all’appello e delle mie pazze idee richiudi il cancello.
Stravolto e sconvolto ritrovo il tuo volto, carezzo le pieghe della tua bella bocca, di rosa e di pesca, la tua pelle mi tocca.
Ritrovo certezze, nelle ansiose carezze, allora mi sciolgo, divento più quieto, e i dubbi e le angosce van sotto il tappeto.
Mi piace l’attesa, leccare le ore, contare i minuti sentirne l’odore, spaccare i secondi a pezzi minuti che scorrono unti su fogli sparuti.
Con gli aghi appuntiti di una pioggia storta, l’ombrello non serve, ma a me non importa.
Assurdo enigma del tempo assente, memoria infinita di ghiaccio lucente, acciaio che cola, ti prende alla gola.
Amletico dubbio, nel prato all’inglese, non crescono sogni, ma solo pretese.
Mi illudo d’immenso, deludo la piazza, sbaraglio i complessi e miglioro la razza.
Batto e combatto, col cuore a colori, dipingo l’estate, ma mancano i fiori.
Nel profondo del nero il colore risorge, un gorgo dell’anima, e il viola riemerge.
È il primo colore che screzia la notte, poi il giallo, poi il rosso, le acque son rotte. E nasce l’istante che ingombra la mente, è un gioco di vita, di arte impazzita.
Nei quadri c’è vita che nasce e c’è vita che muore, nei quadri c’è tanto, tanto timore.
Mi piace ammirare la bellezza normale, in scene importanti che mi trovo davanti, mi piace afferrar lo speciale dettaglio, nascosto nell’occhio di chi sa guardar meglio.
Mi piace la storia, di oscura memoria, di fatti e misfatti, che svuotano i piatti.
Mi piace la lingua che batte sui denti, che esplora la bocca e racconta ai presenti. Di amori e delitti, di baci e coltelli, di sangue nei campi e di amplessi nei letti.
Mi piace, è importante, nel cielo distante, guardare le scie, che sembrano vie.
Mi piace se cambia, ma anche se resta, mi piace star solo ma pure far festa.
Mi piace il silenzio, che avvolge gli sguardi, ma devo affrettarmi, mi accorgo ch’è tardi.
E allora concludo sperando in un senso, che arrivi a salvarmi dal vuoto melenso.
Mi piaccion le cose vestite di rose, ma anche le spine col cappello di schiuma.
Mi piacciono sempre, ma non sempre le stesse, mi piacciono a strappi, ora si, ora forse, ora pranzo, ora ceno, e magari domani ancora di meno.
E dunque che sia, che arrivi il finale, a chiuder le righe a fare da spia, a questa assurda commedia che mi inchioda alla sedia.
Mi piace un po’ tutto purchè sia vivace.
Mi piace un po meno la voce che tace.
Ma dopo seimila caratteri dispersi nel blu, qual è quella cosa pulsante e gioiosa che tra tutte io adoro di più?
Semplicemente, l’avrete capito oramai, chi mi piace sei tu.
Ma soprattutto.
Come ad un bambino giocar con pistole a me piace di brutto giocar con parole.
Ne ho messe tante faticosamente in fila, e se conti i caratteri sono esattamente
Seimila.
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Ser Stefano
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Re: Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Ser Stefano » 14/11/2014, 15:18

FEDE

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In principio fu una splendente luce, un riflesso accecante che illuminò a giorno lo studio vittoriano del Presidente. Poco alla volta prese forma e consistenza rivelando una figura umana. Quando il Presidente la vide, sbiancò in volto e deglutì a fatica.
L’apparizione era al centro della stanza, avvolta ancora in una fulgida luce, ma ora perfettamente nitida: una tunica bianca, un bastone nella mano sinistra, la mano destra alzata in segno di pace. Il viso era nello stesso tempo comune e di una bellezza disarmante. Un inizio di barba, occhi di un mare azzurro, lunghi e morbidi capelli che ricadevano elegantemente sulle spalle. Aveva il volto di tutti e di nessuno, una figura anonima che non avresti mai scordato.
- Io sono il Dio tuo padre, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.
Il Presidente si stropicciò gli occhi. Si alzò in piedi farfugliando qualcosa di incomprensibile poi parve ridestarsi e, messosi a lato della scrivania, s’inginocchiò a terra con uno stridulo: – Mio Signore.
- Alzati figlio di Giovanni. Non è necessario che tu ti mia dia prova di umiltà. So che sei sul giusto cammino e questo tuo percorso ti condurrà nell’alto dei cieli.
- Grazie Mio Signore – riuscì a dire il Presidente rimanendo ancora inginocchiato consapevole che, se si fosse alzato in piedi, sarebbe caduto nuovamente a terra, svenuto.
- Sono qui per un motivo ben preciso, una richiesta.
- Qualsiasi cosa, la farò. Anche a costo della vita.
Dio gli posò una mano sulla spalla e lo invitò ad alzarsi. Il Presidente sentì un calore stupefacente partire dalla spalla e pervadere il corpo, un piacere immenso. I pochi capelli rimasti si rizzarono sulla testa al pensiero che era stato toccato da Dio.
- Non chiedo nulla di tutto ciò. Sono un Dio benevolo e misericordioso, ma non posso ignorare i lamenti del mio popolo che ogni giorno viene violentato, trucidato e fatto oggetto di continue angherie e ingiustizie.
Il Presidente lo guardò sbigottito. – Come Mio Signore?
Dio si illuminò in un sorriso. – Non qui, ma in molte parti del mondo uccidono Cristiani ed Ebrei, ogni giorno infedeli bruciano i miei templi, profanano il mio nome, portano la guerra santa in tutto il creato. E tutto questo in nome di un falso profeta.
- Arabi – disse il Presidente annuendo e cominciando a capire.
- È giunto il momento che i deboli divengano forti e giustizia sia fatta. Tu sei un uomo potente sulla Terra, conosci le persone giuste, i modi per evitare questo continuo scempio e debellare il male alla radice.
- Dovremo fare la guerra agli arabi? Una nuova crociata?
- Per troppo tempo siamo stati silenti a subire, tanto che ci hanno scambiato per inetti. Voglio che il mio popolo si sollevi e faccia conoscere a tutto il mondo la propria forza. Tu sarai i miei occhi e la mia mano. Attraverso te, se lo vorrai, il mio volere prevarrà sull’oscurità.
- Farò tutto quello che mi chiedi – disse il Presidente chinando il capo.
- Prepara ciò che ti ho detto. Quando sarai pronto io tornerò da te e darò prova della mia potenza.
La luce aumentò attorno a Dio mentre si girava e camminava verso il muro. Ci passò attraverso come non esistesse.
Il Presidente rimase a fissare la parete bianca per diversi minuti poi fu scosso da un brivido e ritornò alla scrivania. Alzò la cornetta del telefono: - Mettetemi subito in comunicazione con il Papa.

Dio stava attraversando il lago vicino al palazzo del Capo di Stato. Rideva allegramente mentre levitava sull’acqua in memoria di vecchi miracoli.
La luce attorno a lui svanì, la tunica divenne nera, la pelle si riempì di macchie come le squame di un serpente, il bastone divenne un forcone. La risata diventò gutturale, quasi avesse i polmoni pieni d’acqua. Ogni passo sull'acqua sprigionava basse fiamme che si spegnevano a fatica.
Non c’era tempo da perdere, doveva fare almeno un’altra visita quel giorno.
Sparì, come non fosse stato mai veramente lì.
Riapparve in una lussuosa stanza, piena di arazzi e bassi tavolini. Era nuovamente avvolto in un’intensa luce bianca, ma l’aspetto era diverso.
- Io sono Al-Rahman, Al-Asma, Al-husna, Al-rahim e tutti i 99, uno e unico.
L’anziano Imam, seduto sul basso tavolino, sollevò solo allora lo sguardo. La sua reazione fu immediata. Si scaraventò a terra con le mani protese sul pavimento: - Allah Akbar, uno e unico, comanda e ti ubbidirò.
L’imperiosa figura al centro della stanza sorrise, o forse sogghignò.

Francesca Santamaria
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Re: Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Francesca Santamaria » 14/11/2014, 18:15

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Le pesche.

Un ricordo riaffiora che mi fa sorridere. Quei ricordi della mia infanzia che sembrano svaniti e che all'improvviso senza che ci si rende conto è come se venissero fuori all'improvviso, come se il tempo si fosse fermato e non fosse mai trascorso.
Una bella tavola imbandita di una domenica in cui stavamo tutti insieme a pranzare con i miei genitori , le mie due sorelle che allora erano piccole, la sorella di mio padre, con il marito e la loro figlia adottiva Lia.
L'atmosfera calma, apparentemente, faceva di tutti noi una bella famiglia un po' come quella che oggi notiamo in televisione, nella pubblicità del "mulino bianco", ove ricorrono sempre immagini televisive di una famiglia sorridente e felice , che vivono in un unico grande cuore, da esclamare che bella famiglia!
In realtà Lia non sentiva di far parte della famiglia, lei era più grandicella di età rispetto a me ed alle mie sorelle.
Noi eravamo le figlie naturali mentre lei si sentiva estranea .
Il suo malessere non mi era noto, in quel periodo, anche perché i grandi non raccontavano, ai piccoli, segreti di tale entità.
Lia era una esile ragazzina più grande di me di dieci anni ed i suoi occhi verdi scrutavano sempre dappertutto come per riassicurarsi sempre di qualcosa; in quegli anni non capivo, solo adesso riesco ad intuire, l'essere accettata.
Guardava e ci osservava e notavo che provava un po' di gelosia verso noi, che ci sentivamo le sue cuginette, mostrava ed aveva tanta ammirazione per i nostri genitori, che erano più giovani dei suoi.
Lia era frenetica, bizzarra e ripetitiva nel parlare e nei comportamenti, con il pregio di essere tanto buona, quella bontà e generosità che impressionava, e ci amava tanto. Sulla tavola imbandita a festa con ogni ben di Dio, c'era anche una fruttiera stracolma di belle pesche di diverse qualità. Il profumo di quella frutta messa in bella vista, ancor oggi mi fa venire il desiderio di gustare la bella pesca dal sapore così buono, che oggi il mio palato non gusta più, che non ho mai dimenticato.
Lia, sta li per prendere il frutto, quando all'improvviso lo zio, nonché suo padre, con voce burbera e tagliente : - Lia lascia stare quella frutta così bella e prendi quell'altra fruttiera che sta lì su quel ripiano, mangiamo prima le pesche che stanno per marcire -.
Lia riponeva la pesca che teneva tra le mani, mentre mortificata ritraeva la mano e si accingeva ad eseguire l'ordine, che le era stato comandato dal padre.
Il silenzio più assoluto e noi piccoline sedute a tavola, come tanti soldatini, che assistevamo e guardavamo Lia che era arrossita, provava vergogna per il rimprovero, e la bella fruttiera che troneggiava adagiata sulla tavola in bella vista.
Mio padre interrompeva il silenzio prima con un colpe di tosse poi con voce pacata e diceva al cognato: - scusami perché non mangiare questa frutta che sta sul tavolo che è così invitante?-
Lo zio rispondeva :- c'è frutta che può marcire se non la mangiamo, che si fa, si butta?-
Mio padre con un viso calmo e sorridente: -oggi è domenica e credo che sia cosa migliore mangiare la frutta fresca, perché oggi questa è buona, magari domani sarà come quella che e' maturata troppo. Sinceramente, io preferisco mangiare quello che è buono e bello, perché se non consumo ciò che è bello oggi, domani poi diventa brutto.
Ancora con il suo bel sorriso lo tranquillizza: - non ti preoccupare, sei mio ospite-. Mio zio annuiva, suo malgrado ed accettava la filosofia di mio padre.
Tutti mangiavamo la bella frutta fresca.
Lia era riconoscente allo zio, mangiava la gustosa e succosa pesca, mentre sorrideva con grande gratitudine.
Molti anni sono trascorsi e ricordo sempre le parole ed il dire di mio padre, quello di godere dell'istante e le sue raccomandazioni: "cercare sempre di gustare il prodotto fresco e poi mangiare il vecchio".
Crescendo anch'io gli chiesi il perché di quella filosofia e mi spiego' il prodotto vecchio è già vecchio ed il fresco deve essere sempre consumato prima, affinché non diventi anche vecchio, ed aggiunse, ti dico ancor di più, nell'istante in cui lo mangi esisti, il domani non ci è concesso di conoscere ma soltanto di programmarlo ed è sempre con tante incognite.

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Re: Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Lodovico » 15/11/2014, 16:22

Quella mattina

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E ti svegli quella mattina e capisci che tutto è diverso, che non sei più quello del giorno prima, che la vita non procede per gradini, ma per strapiombi. E quel giorno ti rendi conto di essere più vicino a Gambadilegno che non a Topolino, più vicino a Lupin che all’ispettore Zenigata. La scanzonata bontà dell’infanzia viene travolta dalla consapevole cattiveria dell’adolescenza come un albero nella tempesta. I bulletti del tuo quartiere, ora, diventano i tuoi modelli, il tuo fine ultimo e vuoi essere come loro, e più di loro. Più forte, più cattivo, più spietato. Ti rendi conto della debolezza della mitezza e della forza della malvagità. E quando ti alzi dal letto gli occhi brillano di una luce nuova, sinistra.

Pedali. Ti sono sempre piaciute le biciclette rosse, sono aggressive, prepotenti. Pedali. Non ne hai mai avuta una. Sempre bici usate, rotte, scassate. Adesso la tua bici color del sangue brilla sotto il sole. È stato facile, in fondo, il lucchetto era di quelli fragili. Una botta ed era caduto a terra liberando la ruota anteriore, e poi via, prima che il proprietario se ne accorgesse. Finalmente una bicicletta nuova. E rossa.

Pende dalla spalla sinistra. È bella, ricca, in pelle. Il motorino ronza sotto il tuo sedere. Dai gas con la mano sinistra, la destra si stringe sulla tracolla della borsa. Uno strattone, solo uno ed è tua. La voce isterica della donna si perde nella distanza, il motorino ti porta nel luogo sicuro dove potrai aprire il portafoglio della ragazza e scoprire la sorpresa. Come nelle uova di Pasqua. Ce ne sono di più ricche, altre contengono solo un portachiavi. Lo scippo è così, brivido prima e brivido dopo.

Il buio ti avvolge, la porta in legno massiccio ti divide dall’interno della villa. Ti rendi conto che la aprirai con poca fatica. Ricordi quando scippavi borsette alle ragazze del centro. In fondo avevi fatto carriera. Dalle borse alle casseforti. Entri, la torcia strappa una minima porzione di spazio all’oscurità. È sufficiente, ti sai muovere con perizia nelle case altrui. Un solo colpo fatto bene e poi baldoria per mesi.

Quanto luccica. La pistola brilla sotto le luci al neon dell’ufficio postale. Sono tutti stesi a terra, meno tu. Ti affanni a riempire il sacchetto di soldi e sai che il tempo è poco, tra non molto la quiete del paese verrà rotta dalle sirene della polizia. Ma tu non ci sarai già più, già uscito dalla porta principale dell’ufficio. E senti quella voce, inaspettata. Ti giri e lo vedi, lui non è steso a terra. È un bullo anche lui, come te. Non c’è nessuna differenza. Tranne la divisa da carabiniere che indossa e la pistola scura che non luccica. Ne vedi l’interno, sai che di lì potrebbe uscire una quantità minima di piombo. Piccola, ma sufficiente per fare terminare qui la tua storia, su di un pavimento di un ufficio postale. Lo fissi negli occhi. E lo riconosci, è quello che tu non hai voluto essere. Un buono, un debole, forse. O forse un cattivo dalla parte dei buoni. L’indice trema sul grilletto. E poi lo vedi. Un lampo, una fiammata, un rumore insopportabile. Poi grida di donne e rumore di piedi in fuga. E tu sei lì.

E ti svegli quella mattina e capisci che tutto è diverso, che non sei più quello del giorno prima. Gli occhi, li ricordi, fissi su di te e li ricordi quando si sono chiusi per l’eternità. Ti ha guardato intensamente prima che dalla sua bocca uscisse un rivolo di sangue e prima di cadere a terra. La macchia nerastra sulla divisa azzurra si era espansa velocemente. Ma non sei stato a guardare, sei fuggito, e poi a casa a dormire, a cancellare dai tuoi occhi la macchia di quello sguardo. La sua anima, l’anima di un carabiniere, era fuggita via. Un anima tanto diversa e tanto simile alla tua. Chissà se era l’anima di un buono. Tu gliel’hai rubata. E non sarai più lo stesso.
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Giorgio Leone
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Re: Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Giorgio Leone » 15/11/2014, 18:47

MALEDETTO CONCORDE

Sicuramente ricorderete il Concorde, l'unico aereo passeggeri supersonico del mondo. Quando volava verso occidente all'incredibile velocità di Mach 2.04, molto superiore a quella della rotazione della terra, sopravanzava l'incedere della zona crepuscolare e giungeva a destinazione a un'ora locale antecedente a quella del luogo di partenza. Nei voli transatlantici da Londra o Parigi, ad esempio, il decollo avveniva al tramonto e l'atterraggio negli Stati Uniti in pieno giorno, lo stesso giorno della partenza. Questa particolarità era evidenziata nella pubblicità della British Airways con lo slogan "Arrivare prima di partire".
Quando lo lessi mi venne subito voglia di sfruttare al massimo le possibilità dell'aereo circumnavigando la terra sempre verso ovest, beffando i fusi orari e la linea della data per tornare alla base prima dell'ora effettiva di partenza. Ma sarebbe stato possibile o era solo una pia illusione? Per scoprirlo acquistai un biglietto per le tratte in coincidenza Londra - Washington, Washington - Singapore e Singapore - Londra. Naturalmente si trattava di differenti apparecchi Concorde e anche gli equipaggi erano diversi, come pure nessuno aveva mai provato a volare da Londra a Londra senza soluzione di continuità.
Ma io lo feci e, quando arrivai stremato a Heatrow, mi sentii quasi mancare vedendo me stesso in attesa di imbarco sul volo per Washington. Ce l'avevo fatta, quindi, ero riuscito a tornare indietro nel tempo!
Poi l'altro me stesso mi notò, o si notò, e quando mi avviai verso l'uscita rinunziò al volo e mi (si) seguì perché evidentemente non si fidava a lasciarmi (lasciarsi) andare a casa sua (o mia, o nostra) da solo. Però d'ora in poi, per rendere le cose più facili, scriverò come se fossimo stati due individui distinti, due mele che in realtà erano un'identica mela, mentre due gemelli monozigoti sono ciascuno la metà della stessa mela.
Cominciammo subito a litigare salendo in auto perché nessuno dei due voleva lasciare il volante all'altro anche se, in realtà, chiunque dei due avesse guidato non avrebbe fatto differenza perché l'altro non era un altro, ma lui stesso. Arrivati a casa l'unica cosa sulla quale ci trovammo d'accordo fu quale programma televisivo vedere perché avevamo gli stessi gusti. Invece litigammo perché ognuno tentò di prendere lo stesso pigiama e voleva dormire nella parte sinistra del letto. Alle tre e trentasei ci alzammo come sincronizzati, ci scontrammo nel buio e poi, quando facemmo pipì in contemporanea, i getti si incrociarono nello stesso punto, deviarono fuori dal water e dovemmo pulire per terra.
Dopo aver fatto colazione insieme ci sentimmo troppo pieni e capimmo che se avessimo continuato così saremmo ingrassati come porci perché in pratica la stessa persona aveva assunto il doppio del necessario. Uno solo dei due a turno, quindi, avrebbe potuto mangiare, mentre l'altro avrebbe dovuto accontentarsi di ricordare cosa aveva mangiato quello che aveva mangiato e se il cibo gli era piaciuto. Avevamo infatti in comune gli stessi ricordi.
Iniziammo a fare l'amore a turno con la (nostra?) fidanzata, ma chi non l'aveva fatto ricavava poco piacere nel ripensare a quello che l'altro aveva provato e, anzi, ne era invidioso ed era geloso di lei.
Andavamo anche a lavorare a turno, e qui, in teoria, avremmo dovuto essere contenti. Ma non era così perché chi non lavorava era stressato proprio come se avesse lavorato, mentre chi aveva lavorato e aveva fatto qualche stronzata, appena entrato in casa trovava l'altro nervoso e agitato che, con il senno di poi, gli rinfacciava come avrebbe dovuto fare le cose.
La vita era veramente diventata un inferno. Una notte ci affrontammo nello stesso istante, ognuno pronto a colpire l'altro con un coltello, ma capimmo che se uno dei due fosse morto sarebbe morto anche l'altro perché questa divisione, uno e altro, in realtà non esisteva. Sarebbe stato un suicidio!
Così decidemmo che avrebbe dovuto essere lo stesso Concorde a rimettere le cose a posto con un volo verso est invece che verso ovest. Quello che non avevamo previsto fu un addio commovente e sofferto perché in definitiva non poteva che esserci affetto tra noi, e infatti la gente all'aeroporto pensò che si trattasse di una separazione forzata fra due gemelli che si adoravano.
Comunque, quando arrivai di nuovo all'aeroporto di partenza e non c'era nessuno ad aspettarmi, invece di essere contento ci restai male. La casa sembrava fredda e vuota e nei giorni seguenti divenni sempre più triste e depresso. Avevamo avuto troppa fretta nel prendere quella decisione e non eravamo stati in grado di apprezzare la grande fortuna che ci era capitata. Chi, infatti, poteva mai comprendersi meglio di se stesso e viceversa? E dove mai avremmo potuto trovare un amico migliore? In realtà sarebbe bastato solo qualche piccolo accorgimento per vivere felici.
Mi recai allora all'agenzia di viaggi per acquistare un biglietto del Concorde da Londra a Londra viaggiando di nuovo verso ovest, ma era il 27 novembre del 2003 e proprio il giorno prima il Concorde aveva smesso di volare.
Arrivato a casa cominciai a riflettere ossessivamente su quello che era successo, confondendomi sempre di più. Ad esempio pensavo che se io, tornando indietro di un giorno, avevo potuto convivere con il me stesso del giorno prima, ciò doveva significare che ognuno di noi in ciascun giorno della nostra vita costituisce un'entità autonoma e distinta da quella del giorno successivo. Ma c'era ben di più! Dato che ero riuscito a tornare indietro nel tempo sino al giorno precedente e restarci, non potevo che avere lasciato vuoto il giorno nel quale avrei dovuto esserci, e poi il giorno successivo a quello, e poi tutti i giorni successivi a quelli precedenti dato che il tempo non finiva mai di scorrere. Ma com'era possibile?
Rimuginavo queste cose in ogni momento della mia giornata senza riuscire mai a smettere e avevo sempre un gran mal di testa e mi licenziarono, e per colpa mia licenziarono anche i me stesso di tutti i giorni successivi a quello nel quale mi avevano licenziato e rimanemmo tutti senza un soldo e così alla fine ci hanno messo in questo posto dove c'è gente con il camice bianco che non ci sta a sentire e quando raccontiamo la storia del Concorde ci dice sì, va bene, ma adesso vedete un po' di chiudere il becco per cinque minuti che ci avete rotto i marroni, per cui state buoni e calmi e beccatevi qualche pillola blu in aggiunta alle solite gialle che male di certo non vi fa, grandissimi rompipalle che non siete altro.
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Re: Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Cladinoro » 04/12/2014, 22:44

LA LUNA DIETRO GLI OCCHI.

Padre Marzio alzò lo sguardo.
La boccaccia maleodorante della vecchia continuava a vomitare un’infinità di pettegolezzi. La giusta pena per i suoi peccati. - Signore, smetterò di fumare se la fai sparire all’istante - pregò, mentre la sua grande mano scorreva sul rosario di legno. Naturalmente si pentì all’istante di quel pensiero maligno. Ma alla prima pausa della pia donna per riprendere fiato, approfittò per pronunciare la formula d’assoluzione
- Dio ti perd…
- Ma padre - protestò Alitosi - Non ho ancora finito.
- Cara sorella - riprese il frate - Lui conosce i nostri peccati, basta la nostra volontà di chiedere perdono. Ora vada per cortesia - concluse tracciando in aria con le dita il segno di benedizione. La donna inchiodò i suoi minuscoli occhi verdi nello sguardo del confessore, poi abbassando il capo fece il segno della croce mormorando incomprensibili parole di protesta e prima di abbandonare il posto, strinse con forza la mano di Marzio.
- Non mi ha la dato penitenza, Padre.
- Tre Pater, lunghe meditazioni in silenzio e denti lavati se torna da me!
Per tutta risposta la porta del piccolo confessionale gli venne sbattuta in faccia. Marzio tirò un sospiro di sollievo, Alitosi era l’ultima penitente del giorno e lui aveva un gran bisogno di starsene da solo. Uscì sul sagrato del convento di San Potito dove il vento umido della sera lo investì in pieno viso. Nella piccola piazza non c’era nessuno, così alla luce della luna al primo quarto tirò fuori dalla tasca un foglio stropicciato, e rilesse quelle dolorosissime righe:
- Caro Luca….ormai ha quindici anni…..un tumore, non vivrò a lungo.…lei è tua figlia….perdonami…firmato Anna.
Anna, la sua ragazza prima della vocazione. Un uomo gli aveva consegnato quella verità maledetta due gironi prima dando seguito al testamento della povera donna.
Si voltò e attraverso il portone della Chiesa intravide il vecchio crocifisso in legno dietro l’altare. Tutta la sua vita. Aveva lasciato Anna per entrare in convento, e lei non si era fatta più viva. Un triste finale da cui era nata una vocazione sincera, fatta di preghiera, digiuni e soprattutto di servizio ai poveri e malati del paese. Nei più deboli ritrovava ogni volta l’amore di Dio, la sua unica ragione di vita.
La lettera aveva cambiato tutto. Come l’ascia di un boscaiolo si era abbattuta sulla sua fede frantumandola, una figlia adolescente mai conosciuta era una verità troppo scomoda per un frate di provincia. E quel Luca che aveva salutato anni prima per indossare il saio, ora reclamava la sua vita. Guardò la luna, in parte scura e in parte illuminata, l’immagine perfetta di Luca e Marzio che si contrapponevano nel cielo limpido di una sola esistenza. Cos’era giusto o sbagliato? Lasciare il convento e fare il padre o continuare a servire Dio come frate? Mentre questi pensieri si confondevano nel buio della strada, si infilò una sigaretta tra le labbra, ma non riuscì ad accenderla sorpreso alle spalle da una voce femminile.
- Buonasera padre, è questo il convento di San Potito?
Si voltò trovandosi di fronte una ragazza magra dai capelli mori e ricci avvolta in un piumino rosso. Aveva gli occhi di sua madre, era bellissima.
- Pa…Pace e bene figliuola - riuscì a gracchiare con voce insicura.
Lei riuscì a trattenere a stento una risolino, poi lanciò uno sguardo sulla facciata della Chiesa e su un cartello trovò la risposta alla sua domanda.
- Allora è proprio questo il convento che cercavo. Sa indicarmi per caso dove trovare Padre Marzio?
Il frate cercò le parole giuste nella sua mente confusa, ma riuscì solo a ingoiare aria mentre la sigaretta gli restava incollata sue labbra, tanto che la ragazza spazientita, fece per andare.
- Perdonami, sono io l’uomo che cerchi.
Il vento sembrò fermarsi. Poi la ragazza pronunciò le parole tanto temute.
- Tu sei mio padre allora - e tirò fuori un foglio - almeno così ha scritto mia madre su questa lettera. Mi aveva promesso la verità su di te, e ora finalmente…eccoci qui.
Marzio aveva la luna dietro gli occhi fieri di lei. Era forte e sicura, e per un attimo ebbe timore di non essere ancora una volta all’altezza.
- Sei molto coraggiosa. Come ti chiami?
- Angela, mamma diceva che devo a te questo nome.
Lui sorrise alzando gli occhi. I ricordi scorrevano limpidi.
- Una volta dissi a tua madre che un Angelo mi aveva chiamato per servire Dio, e ora tu, Angela, mi costringi a tornare sui miei passi.
Gli occhi della ragazza si abbassarono riempiendosi di lacrime.
- Non voglio costringerti a fare nulla - disse singhiozzando.
Lui l’attirò a se abbracciandola. Aveva sbagliato tutto.
- Angela, non mi costringi a fare nulla non preoccuparti, solo che sapere della tua esistenza ha reso ora tutto, come dire…confuso…difficile! Il ricordo è tornato presente, il giusto è diventato sbagliato. Ho percorso una strada che non so più a cosa sia servito. Ma ora che sei qui, finalmente ogni cosa torna al suo posto.
Il viso della ragazza rigato dalle lacrime riemerse tra le braccia del frate, e mentre gli sorrideva lui capì che avrebbe voluto rivivere quel momento altre mille volte.
- Cosa farai adesso papà?
Marzio scorse nuovamente dietro il portone della Chiesa il vecchio crocifisso, ripensò alla luna e tornò a contemplare lo sguardo fiero e al tempo stesso debole di sua figlia. Ogni cosa tornava al suo posto. Si staccò dalla figlia e lasciandola sulla porta attraversò tutta la navata inginocchiandosi davanti l’altare, ai piedi del crocifisso. Quando si rialzò, tirò su il saio restando in jeans, camicia e sandali. Luca lasciò gli abiti di Marzio piegati su una panca, poi mosse i primi passi nel suo futuro incerto. Angela gli tendeva la mano, e quando tornò fuori si accorse che la luna era sparita e il cielo della notte aveva nuovi colori.
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"le albe non sono che l'illusione della bellezza del mondo"
Casino totale Jean-Claude IZZO

Silvia Torre
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Re: Gara 49 - Bando, racconti e immagini

Messaggio da leggere da Silvia Torre » 08/12/2014, 10:57

Maschere a Teatro

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Eccole, le due Maschere : il viso triste della Tragedia e il viso allegro della Commedia. Agrigento ospita spesso questo genere di rappresentazioni teatrali e la pietra del bianco anfiteatro greco accende il desiderio di immergersi in qualcosa di sconosciuto e di straordinario.
Lo spettacolo avrà inizio a breve e un boato di voci e di applausi già scroscia dalle scalinate. Ci sono persone di tutte le categorie e di tutte le età, chi più anziano chi più giovane. Le due maschere guardano dall'alto verso di noi e osservandole mi sembra di avere davanti i due lati della vita : Commedia e Tragedia, due facce della stessa medaglia!
L'attesa di chi osserva é intensa e palpabile, se ne sente il calore nel venticello fresco che viene dalla costa. Gli attori stanno per dare inizio allo spettacolo di fronte a quelle Maschere che sembrano sapere qualcosa che noi ignoriamo.
Finalmente le luci si accendono e i primi suoni rimbombano nello spazio che ci circonda. Un bell'attore in toga bianca si apre la strada con ampie falcate verso il centro della scena intonando un canto poderoso. Estasiata per il timbro caldo della voce che rimbomba nelle mie orecchie, dimentico tutto, perfino il vicino di casa che siede accanto a me. Il magnifico canto mi ha rapita.
La rappresentazione va avanti ed é presto chiaro che la Compagnia sta inscenando una commedia plautina dal gusto un po' crudo. Le due Maschere non sono più visibili nella luce della scena, devono essere rimaste nell'ombra. Mi chiedo chi ci sia al loro interno... ma non oso lasciarmi andare ai miei pensieri, perderei il filo della storia e sarebbe un peccato mortale !
Finalmente l'atmosfera si fa gaia e leggera, le risate si moltiplicano e i nodi della Commedia si sciolgono, gli attori svaniscono e lo spettacolo si interrompe per una breve pausa. Euforica, guardo verso il mio compagno, il vicino di casa, salvo che accanto a me non c'é nessuno. Mi alzo in piedi, cercandolo con lo sguardo ma senza riuscire a vederlo. Sebbene faccia freddo mi calmo, immagino che debba essere andato in bagno. Mi rammarico soltanto di non poter discutere con lui delle scene divertenti e del genio del regista che ha saputo rendere una commedia antica tanto adatta al gusto contemporaneo. Mi chiedo dove sia finito... perché non torna? Le persone intorno a me ridono, sono contente. La qualità degli attori é innegabile. All'improvviso le luci si abbassano e i primi personaggi appaiono sulla scena. Cerco di distendermi, ho inviato un sms ma ha lasciato il suo cellulare qui. Il bip luminoso mi infastidisce e i pensieri corrono troppo veloci. Siamo arrivati al punto in cui il futuro marito si prende gioco del padre della fidanzata. La scena é talmente esilarante che non trattengo le risate, sebbene il mio pensiero sfugga al controllo. Guardo l'orologio, sono passati venti minuti dalla fine della pausa. Lascio la sciarpa sulla sedia e mi alzo, diretta alla toilette. Sento le voci venire dal palco e le risate dalle scalinate dell'imponente anfiteatro. I bagni si trovano dietro al complesso, immersi in un'oscurità fiocamente illuminata. Qui non sembra esserci nessuno, né una guardia né un uomo o una donna di servizio. Strano, di solito c'é sempre qualcuno che aspetta di ricevere un soldo di ringraziamento. Il vento che proviene dalla costa si é alzato, sento più freddo. Non mi perdo d'animo, lo chiamo ad alta voce per nome, sono già oltre la porta del bagno. Ed ecco che lo vedo, disteso in una pozza di sangue, gli occhi aperti pieni d'orrore. Da qualche angolo nascosto qualcuno mi sta fissando.

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Un passo indietro

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Il titolo di questo libro vuole sintetizzare ciò che spesso la Natura è costretta a fare quando utilizza il suo strumento primario: la Selezione naturale. Non sempre, infatti, "evoluzione" è sinonimo di "passo avanti", talvolta occorre rendersi conto che fare un passettino indietro consentirà in futuro di ottenere migliori risultati. Un passo indietro, in sostanza, per compierne uno più grande in avanti.
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Ero sposata da poco e già mi stavo annoiando

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Marika è una giovane ragazza. Non ha avuto alcuna esperienza sessuale e sta per sposarsi. Essendo molto intelligente, si accorge presto di essere una bella donna e sente di non poter rinchiudersi per tutta la vita in un contesto matrimoniale forzato e prematuro. Conosce un uomo, il quale la porta per gradi a conoscere tutto ciò che c'è da sapere sul sesso. è un uomo speciale, totalmente diverso dal suo fidanzato e ne nasce una relazione molto particolare. Molto di quello che Marika impara può non corrispondere a quello che le donne desiderano, ma sono certa che, segretamente, prima o poi ci avranno pensato. è un racconto erotico, scritto però senza parole scurrili od offensive.

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