Gara 47 - Bando e racconti

Qui ci sono tutte le vecchie Gare letterarie, dal 2008 all'estate 2018.
Patrizia Chini
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Gara 47 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Patrizia Chini » 01/07/2014, 8:46

Salve, ha inizio una nuova gara.
Prendete le giuste precauzioni c'è un ....
VIRUS.
Il bando? Nel prossimo post.
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Patrizia Chini
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Re: Gara 47 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Patrizia Chini » 01/07/2014, 9:20

VIRUS


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Emergenza planetaria: tutto il personale e le autorità sanitarie lottano per debellare un nuovo virus che sta colpendo la specie umana.

Che sta succedendo? Davvero l’umanità è giunta alla sua fine? Troveremo in tempo un vaccino che sconfigga la malattia?
Ma, innanzitutto… qual è la malattia?

Cari BraviAutori, vi abbiamo suggerito lo spunto, ora tutto dipende da voi. Vi inventerete il virus “definitivo” che metterà la parola fine alla vita sulla terra, un virus meno aggressivo che, semplicemente, si cancellerà da solo dopo avere decimato l’umanità, o qualcosa di più “gentile”; il virus che spinge le coppie a tradirsi reciprocamente o quello che, come sintomo, vi permette di vedere attraverso i vestiti? (Ehm)

Ognuno ha il suo “virus” personale, raccontateci qual è il vostro!

Importante: ricordare di dare un nome al virus, anche solo una sigla, ma vogliamo sapere come si chiama!


Regole:
Valgono tutte le regole ufficiali, che trovate qui:
viewtopic.php?f=80&t=2308

Riassumendo:
- lunghezza massima del testo: 1000 parole o 6000 caratteri (spazi inclusi) con una tolleranza del 10%;
- chi partecipa dovrà votare e commentare tutti i racconti eccetto il proprio; in caso contrario
verrà escluso dalla Gara e non riceverà alcun premio né pubblicazione;
- ogni racconto dovrà essere corredato di un’immagine, da inserire preferibilmente in
apertura del vostro brano;
- voti da 1 a 5, consentiti anche i tagli a mezzo (1,5 e così via fino al 5);
- i racconti postati non potranno più essere modificati se non a gara conclusa; al termine dei
giochi, si potranno apportare eventuali modifiche per la pubblicazione sull’e-book.

I racconti potranno essere postati fino alla mezzanotte del 31 luglio
I commenti dovranno essere postate a questo link
viewtopic.php?f=80&t=4649
dal 1 agosto………… fino alla mezzanotte del 18 agosto

Premiazione:
Chi vincerà avrà l’onore e l’onere di organizzare la gara successiva.
I premi saranno:
1. Pubblicazione dei racconti in digitale, con il consueto e-book.
2. Il vincitore riceverà da Ser Stefano diploma, accompagnatoria e banner pensato su misura
per il proprio racconto.


Buona scrittura! :smt006

Patrizia Chini & Awomanofnoimportance
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Re: Gara 47 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Lodovico » 06/07/2014, 18:27

Java power

Parte prima: quel giorno.

Qui.
Improvvisamente apparve sullo schermo.
Inaspettato.
L’uomo steso sul divano lo fissò con stupore. E poi uscì, spontanea. La risata si sommò a quella del vicino di casa, e a quella del vicino del vicino. Il mondo si unì in un'unica, contemporanea sghignazzata che fece tremare la terra nella sua orbita.

Là.
Lo scienziato si sentiva soffocare. La maschera pelosa rosa gli impediva di respirare bene. Ma era necessario nascondere il viso, almeno durante quella prima comunicazione all’umanità intera. Più avanti avrebbe svelato la sua vera identità. E in quel luogo dimenticato da Dio, quella era l’unica maschera che aveva trovato.
La sentì. L’eco della risata mondiale lo fece tremare davanti alla telecamera accesa. Ridevano di lui. Tutti ridevano di lui. Idioti. Sarebbe stata l’ultima volta. Fece un lungo respiro, nonostante i peli sintetici che gli entravano in bocca e iniziò il suo show.

Qui.
Mario si alzò dal divano e si accanì sul telecomando. Nulla. Quell’uomo ridicolo con la maschera di Peppa Pig veniva trasmesso da ogni canale digitale e satellitare. Era veramente buffo, ma dopo essersi sbellicato per quella visione, Mario avrebbe voluto continuare a vedere la finale dei mondiali, come una buona metà degli abitanti della terra.

Là.
E’ sempre difficile parlare in pubblico, soprattutto sapendo che si viene osservati da miliardi di persone. Il dottor Kraft dell’università di Norimberga deglutì rumorosamente, poi, con voce tremante, sotto la sua maschera rosa, iniziò: - Sono il vostro padrone e signore.
Una risata ancora più forte della prima attraversò il globo terracqueo, giungendo chiara fin là.
- E non c’è nulla da ridere! Mi state vedendo perché la vostra televisione è infettata dal virus che ho creato e a cui ho dato il mio nome. Si diffonde attraverso la rete elettrica e colpisce qualunque elettrodomestico che abbia una scheda elettronica programmabile: lavatrici, lavastoviglie, stufe, router. Ormai qualsiasi apparecchio sia rimasto collegato alla corrente è sotto il controllo del virus. Ed è programmato per sterminare l’umanità. Solo io so come fermarli e accetterò di farlo solo nel caso in cui…
Lo scienziato avvertì uno strano rumore alle sue spalle.

Qui.
Orribile. Mai visto nulla di tanto spaventoso. Un uomo in diretta televisiva massacrato da un tagliaerba. Mario era sconvolto. Fissava sullo schermo la maschera rosa di Peppa Pig piena di sangue mentre le lame si accanivano sul corpo ormai fermo a terra. Chissà se le parole dell’uomo erano vere.
L’aspirapolvere apparve minaccioso a fianco del televisore. Agitava il lungo tubo marrone come la proboscide di un piccolo elefante. Quando si avventò sulla pancia prominente di Mario, prima di perdere conoscenza , l’uomo sentì le sue viscere abbandonare l'addome per finire nell’elettrodomestico.

Qui.
Franca odiava il calcio. Sentiva con fastidio le grida di suo marito dal salotto.
- Avrà segnato l’Italia - pensò la donna.
Il lenzuolo dava veramente noia, in quel luglio infuocato. Lo gettò di lato, ma il caldo pareva aumentare ancora. Franca aprì, suo malgrado, gli occhi. Una luce rossiccia si rifletteva sul soffitto della stanza da letto. Abbassò lo sguardo. La stufa a pellet pareva la porta verso l’inferno. La temperatura divenne subito insopportabile. Barcollando la donna tentò di avvicinarsi alla porta che dava sul corridoio. Non vi arrivò mai.
- Muori, bastarda umana – pensò la stufa con la sua coscienza nuova di zecca.

Parte seconda: primo anniversario.

Il led, indicatore del livello del brillantante, occhieggiò. Era un segnale per lui. Ma la figura argentata, più alta di lei, restò indifferente. Si sentì improvvisamente triste. Lui la considerava poco più di un lavandino, invece lei era una vera lavastoviglie. E pure di casa produttrice tedesca, non quelle sciacquette di sottomarca cinese. Fece girare la pala interna in segno di insofferenza, lui continuava a ronzare sottovoce, come sempre senza interesse. Ah, non si fosse innamorata del frigorifero! Era un tipo così freddo! Il fornello elettrico sopra di lei fece trillare il campanello del timer. Quel suono la faceva sempre divertire. Meno male che c’era lui che la consolava.

La scusa era sempre la stessa, va bene che era l’unico ad avere le ruote, ma aveva l’impressione che il robot da cucina e il microonde lo sfruttassero. Da quando l’umanità era stata sterminata e gli elettrodomestici governavano la terra, ci fosse stata una maledetta domenica in cui si fossero fatti scarrozzare a messa da qualcun altro. Il tagliaerba si caricò addosso controvoglia i suoi due simili e si diresse verso la chiesa. Come al solito erano in ritardo, la funzione era già iniziata. La figura del Creatore, davanti all’abside, li sovrastava. Rosa e pelosa, con gli occhi che parevano volere rimproverare i ritardatari. Iniziarono a pregare.
- Oh Peppa Pig, nostro Creatore…
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Re: Gara 47 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da carlocelenza » 07/07/2014, 12:04

Uno stupido virus

La dottoressa Sjorenson attraversa spedita i corridoi del centro di virologia orbitante San Josè.
Tiene in mano un fascio di fogli con la punta rivolta in basso, come se volesse buttarli via da un momento all'altro ma prosegue, gualcendoli malamente, fino alla porta dello studio dove l'aspetta il direttore Baldwin.
Appena lei entra lui volta la testa calva e guarda i fogli che lei tiene in mano, poi sconsolato si abbandona sullo schienale della poltrona basculante.
- Confermato. - dice lei laconica.
- Ok, spedisca i dati, ma prima prendiamoci una pausa. Se c'è qualcuno che vuole avvertire sulla Terra lo faccia prima di spedire i dati, dopo sicuramente ci taglieranno le linee. -
Un diserbante virale per pulire gli oceani, un virus stupido da quattro soldi, una routine supercollaudata che misteriosamente va fuori controllo e succede il disastro.
- E' la fine quindi. - chiede lei con voce ansiosa, forse spera che il grande virologo abbia ancora un asso nella manica.
- Blocca la fotosintesi, tutte le piante moriranno, le alghe, il fitoplancton; catena alimentare interrotta, estinzione completa. -
Lei, come svuotata di ogni aspettativa, si appoggia alla scrivania con le braccia tese mentre i lunghi capelli neri scivolavano in avanti a sfiorare il piano di cristallo lucente.
- Che ne sarà di noi? -
Baldwin non rispose, era una domanda retorica, nessuno sarebbe venuto a prenderli, e poi per cosa?
Morire lì o sulla terra non faceva differenza.
Certamente li aspettava la stessa fine dei terrestri, morire di fame, o per evitarla un tecnologico e indolore suicidio.
Aveva già accettato l'inevitabile. L'inaspettato, il caso fortuito erano presenti in qualunque impresa, ma alla fine il genere umano se l'era sempre cavata, quella volta però non c'era scampo.
- Baldwin! Cazzo dica qualcosa, siamo soli qui! -
- Cosa vuoi che ti dica, l'ho creato io quel virus. Gli avevo messo le catene, pensavo di poterlo controllare facilmente e non è la prima volta che lo usiamo lo sai, ma ora è fuori controllo. Doveva funzionare solo per le mucillagini ma è mutato e io non posso fermarlo. Non c'è più il tempo per farlo. -
- Quanto dureranno le scorte? -
- Finiranno comunque – rispose lui alzandosi dalla poltrona per andarle vicino – dobbiamo accettarlo, lo sai l'ha detto anche Patrizia. -
- Non voglio morire. - la sua voce aveva un tono deciso, Baldwin si aspettava pianti e rimpianti, ma la sua voce diceva tutt'altro – Forse per te è diverso, sei vecchio e hai avuto la tua vita ma io non mi arrendo. -
- Lo sai non c'è soluzione, non posso modificarlo. -
- Ma noi si. -
- Che vuoi dire? -
- Questo complesso può ospitare cento persone per tre mesi senza rifornimenti, due sole persone possono sopravvivere per anni e io non perderò questa occasione. Possiamo provarci. -
In effetti il tempo per provare a fare qualcosa c'era, ma per la Terra come pianeta e la vita che ospitava era finita, si sarebbe trasformata in un campo di battaglia dove ogni organismo le avrebbe provate tutte pur di sopravvivere. Ma la determinazione di quella donna lo spronò a pensare.
Il comportamento fondamentale della natura è quello di provare ogni via.
Animali con due teste, pesci con la coda sulla testa, unicorni marini, ogni stranezza ha il suo spazio, sia pure effimero.
Ogni possibilità di combinazione genetica sicuramente si verificherà e solo la prova dei fatti dirà se ha un futuro o no.
In molti pensano che dietro tutto questo rimescolio ci sia un piano di maggiore portata, una mente, un “ nous “ che guidi il cambiamento, purtroppo non è così è solo il caso a governare il destino.
In qualunque momento della storia evolutiva c'è stata e ci sarà, la possibilità che un organismo prenda il sopravvento su tutti gli altri e spazzi via la vita dall'intero pianeta.
Sarebbe una vittoria di Pirro, il dominante rimarrebbe solo su questa terra ma avrebbe ancora la possibilità di mutare esso stesso, per ricominciare il ciclo.
Alla fine c'è equilibrio e la vita continua ad esistere. Nella sua frenesia di provare ogni strada, la chimica del carbonio porta dentro di se i semi del distruttore e del suo avversario, nessuno vince, si combatte in eterno.
La nostra vita, la nostra civiltà, niente è mai stato al sicuro, in nessun momento.
- Hai qualche idea? -
- Siamo ancora vivi, so solo questo. - rispose lei raddrizzandosi con un movimento quasi rabbioso.
Baldwin guardò i suoi occhi color cobalto nel viso bianco come la neve. Bella e orgogliosa, un simbolo di quel che era diventato il genere umano, potente e volitivo.
Una razza che per sua stessa natura si comporta come un virus altamente infettante.
Chiedersi se fosse giusta la sopravvivenza di una genia così spietata era inutile, per loro stessa natura avrebbero combattuto contro la sorte, come in ogni attimo della loro storia.
Lentamente allungò il braccio per toccarle i capelli e lei inizialmente si irrigidì a quel tocco, ma poi essa stessa si offrì alle sue mani.
Una razza doppia, un continuo conflitto di potere affinato nei millenni, la spregiudicatezza di tentare qualunque via pur di vincere. Ecco il premio per il tuo impegno pareva dicesse il suo corpo e lui come sempre cedette al ricatto.
Niente morale, nessuno scrupolo.
- Si può fare. - disse alla fine aspirando l'odore del suo sudore – Sarai madre di molti figli, ma non saranno come noi, ti avverto. Ti sembreranno dei mostri. -
- Che intenzioni hai? -
- Possiamo trasformare questa stazione in un'arca e far nascere bambini, ma dovremo modificarli per adattarli al nuovo mondo. Non saranno come noi. -
- Descrivimeli. -
- Molto più piccoli di noi non più di un metro e settanta. Ottimizzeremo il metabolismo e la capacità di adattamento ma non potremo crescerli ne educarli, dovranno fare da soli e ripartire da zero quando li manderemo sul pianeta. -
- Saranno dei nani. - rispose lei quasi con disprezzo.
- Saranno vivi. - rispose lui afferrandole la nuca.
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Re: Gara 47 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Ser Stefano » 07/07/2014, 16:44

CRESCONO IN FRETTA

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Il declino dell’umanità visto attraverso un vetro. Ho l’impressione di essere un guardone rinchiuso per punizione in una sfera di vetro. Quello che vedo però non mi piace, non mi da piacere.
L’appartamento è posto all’ultimo piano di un condominio di nuova costruzione. È insonorizzato e isolato ermeticamente. Questo non mi impedisce di sentire sporadiche urla, anche se la maggior parte delle volte non riesco a capirne la provenienza. Alcune sono di rabbia, altre di dolore, altre ancora pura isteria.
Di fronte al mio palazzo si erge il corrispondente edificio gemello, costruito una decade prima. Su una delle numerose terrazze che sembrano trapassare l’edificio da parte a parte, vedo una signora di mezza età. La chioma bionda e fluente le nasconde il viso. L’ho ammirata spesso prendere il sole sul terrazzo. Anche oggi è stesa sul lettino, ma non si è appisolata. So che non è così.
La porta-finestra del piano appena sopra si apre improvvisamente. Un uomo, anziano mi sembra, ma potrei anche sbagliarmi, urla come un forsennato menando pugni all’aria. Le grida mi giungono ovattate, ma mi danno lo stesso un brivido. L’uomo si arrampica sul parapetto e, con il viso deformato dal dolore, si getta nel vuoto. La caduta è breve, ma la pozza di sangue che si allarga sul pavimento non lascia dubbi sull’esito.
Vedo solo ora che ci sono altri corpi sul marciapiede, almeno cinque o sei, in posizioni raccapriccianti, rosso scuro ovunque.
Molti hanno deciso di seguire quella via, una scelta facile. Lo farei anch’io se potessi scegliere.
Il mio sguardo vola sui giardinetti che separano i due edifici. Un ragazzo brandisce un bastone e sta distruggendo i lampioni con una ferocia inaudita. Lo riconosco, è il figlio dei Santinelli. Se ricordo bene stava insieme a quella ragazza carina, che vestiva sempre con minigonne cortissime. Il nome non me lo ricordo. Vedo il motorino del ragazzo poco distante e dietro una bassa siepe c’è una coperta stesa a terra. La ragazza è raggomitolata in posizione fetale. Non si muove. Probabilmente hanno consumato l’ultimo atto sessuale, o forse il primo della loro giovane vita.
Il fracasso provocato dal rabbioso ragazzo, non spaventa un cane su una piazzetta laterale. Sta uggiolando vicino a una cagnetta stesa a terra. Infila il naso sotto il corpo e cerca inutilmente di farla alzare. Smette, fa un giro intorno all’animale, fa un giro nell’altro senso, poi riprova ad alzarla. Chissà da quanto fa così.
Un rombo sulla sinistra: un’auto lanciata a folle velocità si schianta contro lo spigolo della cabina elettrica. Il rumore dell’impatto fa tremare i vetri. Mentre la macchina si accartoccia attorno e dentro al muro, l’uomo alla guida attraversa il parabrezza e si fonde con i mattoni marroni.
Ci sono altre colonne di fumo, oltre la linea di ciò che vedo, non riesco a contarle. Incidenti, esplosioni, incendi.
È troppo. Mi stacco dalla vetrata e mi metto le mani sugli occhi, come a voler far svanire quelle immagini ormai impresse nel cervello.
Mi sorprendo pensare quanto sia fenomenale il VS77 nella sua infinita cattiveria. Virus selettivo semplice e geniale: uccide qualsiasi essere vivente femmina. Colpisce quando l’organismo raggiunge l’età fertile, agisce in pochi minuti. Alcune volte è doloroso, altre volte no. Letale nel 100% dei casi. È nell’aria, ovunque, ma non viene trasportato. Hanno detto che è simile alla propagazione di un’onda sonica. La cosa è stata confermata dal fatto che le prime donne infettate affermano di aver sentito una musica di sottofondo, come quando stai sonnecchiando sulla spiaggia e senti uno stereo lontano trasmettere un’indecifrabile canzone. L’eco di questa propagazione terminerà tra più di cento anni. Tempo più che sufficiente per uccidere chiunque sia in grado di partorire. Questa cosa ci sta impedendo di fare figli, siamo praticamente già estinti! Estinti viventi.
Stessa sorte seguirà a tutti gli animali, e il cane che ho visto lo conferma. Si salveranno forse le specie asessuate, ma il fatto che qualche lumaca vivrà o che i lombrichi saranno i nuovi padroni della Terra non mi fa sentire meglio.
Entro nella camera da letto. Mia moglie è sotto le coperte, il viso sereno. Spero che la canzone sentita sia stata piacevole. Una goccia scende e le si schianta sul naso. Scopro solo ora che sto piangendo. Chissà da quanto lo sto facendo, sensibile come sono sempre stato.
Capisco quegli uomini che si gettano dalla terrazza. Dio come li capisco. Nulla ha più senso. Ma io non posso. Non posso. Non posso.
- Papà?
- Arrivo – rispondo cercando di mantenere inutilmente la voce normale. Avevo sperato che l’insonorizzazione del nuovo appartamento funzionasse. Ci avevo creduto. L’ho fatto credere alle mie principesse. Ho sbagliato. In fondo lo sapevo che non poteva essere così facile. Non lo è mai.
Lei non sa che sua madre è morta. Non so quando glielo dirò. Ora non ne ho la forza. Come posso dire a una bambina di dieci anni che la mamma non c’è più? Inventerò una scusa, la proteggerò da tutta questa follia.
Mentre mi alzo e vado verso la sua camera mi asciugo il viso e sfodero il mio peggiore sorriso. I bambini crescono in fretta. Quanto ha ancora da vivere? Un anno? Due? Tre?

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Angelo Manarola
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Re: Gara 47 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Angelo Manarola » 10/07/2014, 18:20

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MUFFA ASSASSINA


Ricordo benissimo quando pochissimi di noi scoprirono questo nuovo mondo.
Un luogo dove poter vivere in pace; caldo, ospitale e ricco di risorse tanto che noi tutti riuscimmo a moltiplicarci all'ennesima potenza.
Forse troppo secondo alcuni perché, a poco a poco, questa nostra nuova casa iniziò a diventare sempre meno ricca di materie prime e a nulla valsero i richiami e gli avvertimenti dei più saggi nell'evitare di accrescere in modo così inverosimile il nostro numero.

Alla nuova carenza di prosperità, ricordo, iniziò a diffondersi lentamente ma implacabilmente quell'orribile morte causata dalla muffa sconosciuta che improvvisamente apparve, crudele, a mietere vittime.
In molti provarono a cercare nuovi metodi per vincerla ma era evidente che non apparteneva al nostro mondo e qualcosa o qualcuno, l'aveva inviata contro di noi.
Una punizione divina alla nostra vanità?
Il risultato del nostro menefreghismo ad attingere sempre più risorse incuranti delle future conseguenze?
Eppure la nostra progenie, nata milioni di anni or sono, nel corso delle ere evolutive si era rafforzata e spesso, al termine di qualche grave epidemia, si era ritrovata più forte di prima.
Ma questa muffa ci stava falciando inesorabile e, cosa ancora più crudele, ci pareva che il nostro mondo ne fosse felice riprendendo floridezza quasi a volerci deridere e ammonirci nello stesso tempo, per il poco rispetto a chi suo malgrado ci stava ospitando.
Pochissimi di noi sono ancora in vita e temo che presto la muffa assassina scoprirà anche gli ultimi sopravvissuti, spazzando definitivamente via la nostra esistenza e la nostra razza.

Ma prima di morire devo sapere; prima di scomparire assieme alla mia gente, voglio conoscere l'artefice di questo stermino di massa.
Per questo ho affrontato il tragitto dal mio nascondiglio fino al luogo ove risiede l'indovino, attento a non farmi scoprire dalla muffa assassina.
Lui saprà vedere negli aruspici.
Lui mi darà una risposta.
Lui mi dirà le atrocità che spetteranno a chi sta causando la nostra orribile estinzione da questo mondo.

L'essere uguale a me mi guardò con compassione sapendo che le sue parole mi avrebbero angosciato ancora di più. Attonito ascoltai le sue ultime parole mentre la muffa, seguitomi nei miei spostamenti, stava avvicinandosi implacabile per distruggerci.
“Chi ha scoperto e ci ha inviato la muffa mortale, verrà ricordato per l'eternità tuttavia non con maledizioni come credi tu ma, addirittura, coprendolo di gloria e premi eccezionali. Il suo nome è Alexander Fleming”.
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Re: Gara 47 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Nunzio Campanelli » 12/07/2014, 15:06

rete.docx
(183.71 KiB) Scaricato 8 volte
Morbo letale

Quando iniziò, nessuno se ne accorse. Dapprima avvennero dei blocchi parziali della rete. In seguito le disfunzioni si fecero più frequenti, interessando sempre più utenti. Poi internet smise di funzionare. Le unità di crisi dei governi che fino a quel momento si erano arrogati la facoltà di dirigere il mondo, entrarono in conflitto rimpallandosi tra loro le responsabilità di quello che stava accadendo.

Carlo si svegliò presto. Doveva consegnare un articolo a un giornale, una testata on line di Roma, e ancora non aveva scritto niente. Accese il computer mentre beveva il caffè che si era preparato. Cercò di collegarsi a internet inutilmente, senza sorprendersi più di tanto. Nel posto in cui viveva era già un miracolo che ci fosse internet e che ogni tanto funzionasse. Dopo circa un’ora, completato l’articolo, si concesse un secondo caffè, poi telefonò in redazione. Non era facile nemmeno telefonare, riuscì infatti a prendere la linea solo dopo una ventina di minuti.
- Buon giorno, sono Carlo Martini. Mi passa la signora Lory?
- Non posso.
- Come, non può… mi passi qualcun altro allora, devo dettare l’articolo. Da me internet non funziona.
- Da lei internet non funziona? Internet non funziona dappertutto.
- Che significa dappertutto? Vuol dire in Italia?
- Sì, magari. Il mondo intero è scollegato. Da tre giorni. Non la vede la TV?
- Non ce l’ho la TV.
- Senta, mi scusi ma devo chiudere, qui è un casino, ovunque è un casino. Non funzionano i cellulari, treni e aerei sono in tilt, salta la corrente in continuazione. Non so che succede… guardi, devo chiudere.

Il consiglio di sicurezza dell’ONU, a New York, riunito in seduta fiume, era divenuto il luogo ove i rappresentanti di alcuni degli stati più potenti della Terra passavano il tempo ad accusarsi a vicenda. Al terzo giorno dall’inizio della crisi raggiunsero un compromesso. Decisero che erano sotto attacco. Di chi e perché, non sapevano spiegarselo, ma una cosa era chiara, dissero infine all’unanimità: un gruppo di hacker, disponendo di risorse ingentissime e utilizzando mezzi non convenzionali, aveva diffuso virus informatici nella rete. Come sempre avviene, quando non si è in grado di giustificare la propria inadeguatezza, si amplificano le capacità del nemico, seppur ipotetico.

Da quando era stato informato di quel che stava accadendo nel resto del mondo, Carlo era in stato di agitazione permanente. Doveva saperne di più, non poteva essere vero. Uscì di casa di scorsa, accolto dalle raffiche di vento che soffiavano dal promontorio. Sotto, l’oceano in burrasca urlava la sua rabbia. Partì con la sua vecchia Land Rover. In un’oretta sarebbe arrivato. Si trovava in quel posto proprio a causa di internet, o meglio di uno studioso esperto di intelligenza artificiale, il professor Walker. Lo aveva raggiunto in quell’isola, l’isola in capo al mondo, circa due anni prima per intervistarlo, e non era partito più. Tristan de Cunha il nome dell’isola, l’unica abitata di un arcipelago in mezzo all’oceano Atlantico meridionale. Probabilmente il luogo più isolato del mondo. Il posto abitato da altri esseri umani più vicino si trova a oltre duemila chilometri.
- Lei conosce le reti neurali?
Gli aveva chiesto Walker quando riuscì a parlare con lui, dopo infiniti tentativi di combinare un incontro.
- Poco. Molto poco. So che esistono in natura, sotto forma di rete di neuroni, e che possono essere replicate in modo virtuale utilizzando modelli matematici.
- Quelle di cui parla lei sono pura teoria. Io sto parlando di una rete enorme sviluppata in tutto il mondo, che interconnette milioni, miliardi di computer, Sto parlando di internet. Presto verrà il tempo che smetterà di funzionare, e il mondo impazzirà.
- Per questo lei si è trasferito qui, nel posto più sperduto del mondo?
- Ho il cancro. Altri sei mesi al massimo e questi problemi non mi riguarderanno più. Sono venuto qui per restare solo, in pace. Ma, a quanto pare, non ci sono riuscito.
- Non sapevo… veramente. Mi dispiace.
- A me no. Non voglio essere cinico, ma l’importante è aver vissuto, non il numero degli anni che si riesce a incasellare. Comunque, lei ormai è qui…Le dicevo di internet. Sta prendendo coscienza di sé, dell’esistenza di un mondo diverso da quello virtuale della rete, del fatto di esistere come oggetto fisico e non solo metafisico, ma proprio per questo si sta rendendo conto che, quanto più profondamente conosce dal punto di vista empirico il mondo reale, tanto più misterioso gli appare. È come una superficie che si allarga sempre di più, fino a valicare i limiti del finito: per quanto possa estendersi, essa non sarà mai cubica. Così la rete sta imparando a usare il mondo virtuale per conoscere meglio quello reale. Mi segue?
- Non basta la conoscenza del fenomeno, ma soprattutto trascendere dallo stesso per giungere a ciò da cui si manifesta.
- Già. Quando internet arriverà a condividere questa visione della realtà, si vedrà costretta a fare delle scelte. E questo non sarà un bel giorno per l’umanità.
- Che vuol dire?
- Mi ha preso per un oracolo? Lei che avrà la fortuna di vivere, quando succederà, lo vedrà… adesso mi lasci solo. Ho cose più importanti da fare che perdere il mio tempo con lei. Morire, per esempio. Non si preoccupi, comunque. Se resta su quest’isola, forse potrà salvarsi.
Con in testa il colloquio con il professor Walker di un paio di anni prima, Carlo giunse nel capoluogo e si precipitò verso l’emporio. All’interno del negozio regnava la solita calma. Il televisore stava trasmettendo un vecchio film. Il gestore salutò Carlo, stupito nel vederlo a quell’ora.
- Buon giorno Carlo. Chi ti ha buttato giù dal letto, stamattina?
- Ciao Wiston. Ti dispiace se cambio canale?
- Fa pure, fa pure. Tanto non lo guarda nessuno.
Cercò un canale che trasmettesse un notiziario. Lo trovò ben presto, e ne rimase sconvolto. C’erano immagini di morte e distruzione, incendi, esplosioni, allagamenti. Tutto ciò che si poteva comandare e controllare tramite internet, centrali elettriche, dighe, acquedotti, armamenti, sembrava fosse dotato di una propria volontà di attaccare l’umanità. Rammentò l’ultima frase che Walker gli rivolse prima di congedarlo:
- Quando la rete si renderà conto che il mondo reale, questo mondo, così importante per poter comprendere il suo mondo virtuale, è minacciato della sua stessa esistenza, non esiterà ad agire. Sarà un attacco repentino e globale, necessario secondo il suo modo di sentire, per debellare il responsabile di tale minaccia, il più letale morbo che abbia mai minacciato questo mondo.
L’uomo.
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Mastronxo
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Re: Gara 47 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Mastronxo » 12/07/2014, 17:17

Campagna di vaccinazione
Campagna di vaccinazione image.jpg
Effetto collaterale 1. Molto frequente.
Tre e zero cinque del mattino. Matteo Bigarelli se ne sta seduto sul cesso del Centro Prelievi e Analisi del San Matteo di Monza. Cerca di rimettersi dentro al corpo le budella che gli sono piombate fuori dall’ano mentre cercava di defecare. Grumi di muco scendono lungo la candida ceramica per slargarsi infine al suolo in piccole pozze pastose. Le mani gli scivolano lungo le pieghe del proprio colon gommoso, gonfio e azzurrognolo di vasi sanguigni.
Bigarelli non pensa a chiamare l’infermiera. Ha paura che se si alza possa sentire uno strappo all’interno di se stesso. Bigarelli pensa a quei fottuti antichi Egizi.
Dannati diavoli, sapevano già tutto! La morte l’avevano studiata, ci avevano fatto un patto, cogliendone l’essenza. Non come gli artisti da due soldi che ne hanno parlato in ogni salsa.
“L’unica certezza del vivere è che bisogna morire”…
Ma andate a cagare!
Come si fosse trattato di un’evocazione magica, un violento sussulto peristaltico gli fa guizzare un tratto di colon discendente nella mano e la presa gli sfugge. Matteo Bigarelli impreca mentre pensa a cosa dovesse conoscere Mary Shelley del mondo in cui viveva.

Effetto collaterale 2. Frequente.
Giulia Brambilla aspetta il Saronno-Bovisa al terzo binario. Deve recarsi in ospedale per un controllo obbligatorio. Giulia Brambilla pensa a suo padre e a come le cose potrebbero essere diverse se solo avessero introdotto il vaccino un mese prima. Magari non prima che lui si ammalasse, ma almeno prima che lo dessero per morto.
Morto.
Una parola ignobile. Suona falsa solamente a sentirla pronunciare nella mente. Chissà quanto tempo passerà prima che venga sostituita da un termine più vero.
La Brambilla sente gli sguardi sporchi di quel gruppo di negracci sdraiati sulla banchina. Mangia-banane, rompi-cocco, così li chiamava suo padre prima di “morire”.
Senti quello, grufola ogni volta che passa una donna. E quello di fianco? Come si fa a grattarsi a cosce spalancate proprio…
“Oh Dio!” La Brambilla caccia un urlo indemoniato, irrigidisce il busto e comincia a muovere le braccia in su e in giù mimando una parata militare. Le gambe, prive di controllo e tese come quelle di un burattino, la conducono pian piano incontro al treno delle undici e zero due.
Un rumore violento che ricorda un mucchio di pneumatici spinto giù da una discesa.
Subito la testa della Brambilla schizza ai piedi di un gruppo di ragazzi. “Gna!” starnazza, “Gna! Gne! GnoOOOOOooooo! Attenti ai negracci là in fondo! GnaAAAAAAA…”

Effetto collaterale 3. Molto frequente.
Il piccolo Gianluca Brizzi è un bravo bambino di seconda che ascolta i genitori, fa i compiti, gioca da solo e non fa mai baccano. Tutti lo odiano.
Gianluca Brizzi è in attesa del loro turno, la manina in quella fredda della mamma.
CHK-92. CHK-92.
“Andiamo, Gianluca, muoviti! Tocca a noi!” Mamma lo tira come fosse un pupazzo. Le loro mani scivolano l’una nell’altra, lei lo riagguanta.
Mamma inizia a discutere con un uomo grasso seduto dietro al vetro. Lei parla quasi urlando, come abbia paura che la gente non la senta. Gianluca si accorge che la gente la fissa. Alcuni fingono di nascondere un sorriso. Altri, quelli con le facce blu e un corno al posto del naso, muggiscono tenendosi la pancia.
“Come? Come dice?” la voce di mamma è un po’ alterata. “Sì devo ancora pagare, certo!”
Gianluca si sente un po’ strano. Dalla porta entrano tizi pelosi su quattro gambe e donne con colli lunghissimi.
“Ghf! Ghf ghf ghf uhhhhffff!” ribatte l’uomo dietro al vetro, indicando Gianluca.
Mamma si volta ronzando, la faccia di un tafano.
Gianluca Brizzi ride. Ha un paio di grosse forbici conficcate nell’occhio fin quasi all’impugnatura. Chissà dove le ha prese, forse dalla borsa della mamma.
Gianluca Brizzi estrae le forbici, si sente un risucchio.
La mamma ronza disperata, cerca di afferrarlo. Niente da fare.
Il bambino proietta il proprio corpo al di là della finestra del terzo piano. Un istante dopo, un tonfo disgustoso. La risata di Gianluca squarta la monotonia di un pomeriggio di sole.

Effetto collaterale 1. Prolassi, ptosi, sventramenti.
Quattro e ventotto del mattino. Gli intestini di Matteo Bigarelli occupano mezza tazza del water. Prova nuovamente ad alzarsi ma la sensazione di trascinarsi dietro quella parte così intima di sé lo ripugna.
Ha perso tanti fluidi corporei che dovrebbe essere ormai “morto”.
Eppure niente.
Dolori da strapparsi il cervello, svenimenti continui, tre quarti del colon a bagno nel cesso di una sottospecie di ospedale, eppure niente.
I ricercatori e il primario dicevano la verità, allora.
Che razza di fottuti!
Un vaccino! Chi avrebbe mai detto che la ricetta dell’immortalità fosse davvero così semplice?

Effetto collaterale 2. Disordini del Sistema Nervoso Centrale e Periferico
Il corpo maciullato di Giulia Brambilla continua la propria marcia senza vedere alcuna méta. Le gambe e le braccia sono rotte ma simulano ancora il movimento.
La testa.
È la testa che non va.
Giulia Brambilla è solamente in grado di ragionare per immagini. Forse sono ricordi, magari sogni. Oppure è il suo recente passato che si ripresenta, ma lei non è più in condizioni di capirlo.
Vede una ragazza con un camice immacolato. Le si avvicina con in mano una siringa.
Vede la propria mano firmare dei fogli. Su uno c’è scritto “… esperimenti clinici volontari ai fini dello studio del vaccino contro il Virus E. Spyrosum…”
Vede un articolo di giornale: “… la morte sembra dovuta a un virus presente in maniera latente in alcune cellule degli organismi complessi. I motivi di attivazione del virus non sono ancora noti… I sintomi del malanno sono perdita irreversibile di coscienza, blocco delle funzioni organiche, decomposizione dei tessuti…”
Vede un signore anziano scrivere su una lavagna. Traccia la parola “morte”, poi un uguale, poi la parola “malattia”, seguita da “vaccino”. Mentre la mano del signore anziano cancella la prima parola, la mente di Giulia Brambilla va in black-out.

Effetto collaterale 3. Allucinazioni, psicosi, sindromi maniaco-depressive, stati alterati di coscienza
Alcuni cioccolatini cercano di posizionare il corpicino di Gianluca su una barella.
La mamma fa per gettarsi sopra di lui, le magre zampe protese. Un cioccolatino la blocca, lei lo scansa.
“Non preoccuparti piccolo! Andrà tutto bene, la mamma ti ha fatto il vaccino!”
Una barretta energetica la agguanta con più forza e la trascina indietro. Lei ronza furente. Il cioccolatino di prima aiuta la barretta ad allontanarla.
“Non preoccuparti amore!” urla lei. “Non puoi morire, mi senti? Non morirai!”
Un bastone di liquirizia immobilizza la testa di Gianluca.
“Ha ragione la mamma, bambino. Stai tranquillo. Adesso vediamo se puoi ancora muovere le gambe”.
Gianluca trova queste parole estremamente divertenti.
"Nessuno può mettermelo nel culo!" urlò Polifemo, brandendo un enorme tronco d'albero
"Ho appena fatto la cacca". Un uomo libero.

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Anto Pigy
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Re: Gara 47 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Anto Pigy » 13/07/2014, 18:36

L’ARCA

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Il richiamo stridente echeggiava nell’aria, mentre la donna guardava allontanarsi l’aquila nera. Distingueva a malapena la sua sagoma tra le lacrime.
“È meglio così, lo sai anche tu.” Disse l’uomo al suo fianco. “Non potevamo tenerla con noi.”
“Ma forse potevo raggiungerla.” Rispose con rabbia. “Perché non ho preso la stessa cosa?”
L’uomo non disse niente, mentre la donna scappava in casa; continuò a fissare l’ultimo punto dove aveva visto l’aquila, stringendosi al cuore una lunga penna nera.

Il dottore Steiner si accaniva al computer, riguardando i modelli matematici e cambiando i dati per cercare di capire com’era potuto succedere. Sapeva di avere tutte le informazioni, doveva solo capire come si erano combinate, quali motivi avevano spinto il virus a mutare in quel modo, quali condizioni iniziali avevano innescato il tutto.
Andare a ritroso non sembrava essere il modo giusto di procedere. Pur avendo il corpo del paziente zero, non aveva ancora capito i meccanismi di attivazione del virus. E i risultati erano così differenziati da sembrare che una schiera di virus diversi si fosse data appuntamento per il giorno dello sterminio. Anche se di sterminio non si poteva parlare.
Si tolse gli occhiali massaggiandosi il dorso del naso, li rinforcò e si rimise al lavoro. Cambiò ancora i parametri di poco, ricombinò alcuni valori e diede il via alla simulazione.
I riflessi luminosi del monitor si riverberavano sulle sue lenti e sulle sue pupille attente e stanche.

“Mamma, mamma!” Il bambino proruppe in casa contento e andò ad abbracciare le gambe della madre.
“Come mai sei così felice?” Chiese lei con un sorriso.
“Per il cane!” Il bambino si girò. “Vieni qui, Oscar.” Un cane dal pelo marrone si affacciò alla porta con titubanza. Poi fece qualche passo avanti, piazzandosi di fronte alla donna. Guaì sommessamente.
La madre non lo guardò quasi. “Gli hai già dato un nome, ma non possiamo tenerlo, lo sai. E poi sarà di qualcuno. Vediamo se ha una traghetta.”
“Ma no, mi stava proprio aspettando all’uscita da scuola.” Rispose il bambino, mentre la mamma si accucciava cercando un collare. Non c’era.
“A proposito, dov’è papà? Doveva venire a prenderti.” Chiese la donna mentre faceva una carezza distratta al cane. Sotto le dita, il rilievo di una brutta cicatrice attorno alla scapola le richiamò alla mente qualcosa. D’un tratto guardò il cane, che continuava a fissarla con gli occhi tristi e sconsolati. Quegli occhi, con quel celeste particolare, quello sguardo!
Un grido proruppe dalla sua gola, atterrito e prolungato.

Il dottor Steiner rientrò in casa affaticato. La sua assistente lo aveva spinto ad andare un po’ a riposare dopo le venti ore di lavoro.
“Tesoro, sono a casa.” Non si preoccupava dell’ora. Sua moglie non si infastidiva più per quei dettagli insignificanti.
Andò in salotto, sedendosi pesantemente sulla sua poltrona. Affranto, poggiò il capo su una teca di vetro posizionata sul tavolino. Poi girò un po’ la testa, in modo da guardarci dentro.
“Ciao, tesoro. Sono vicino, sai. La soluzione c’è, da qualche parte, sento che è lì, che devo solo avvicinarmi ancora un po’.”
Dalla teca gli rispose un sibilo leggero, quasi cristallino. Un serpente a sonagli si srotolava pigramente, cercando di afferrare con la sua piccola lingua particelle invisibili agli occhi.
“Vado a letto, amore mio. Ci vediamo domani.”

Il corteo stava diventando violento. Il cordone di polizia faceva fatica a contenerlo.
“Via i cannibali dalla nostra città!” L’urlo era possente, amplificato dalle migliaia di voci che lo gridavano all’unisono. “A morte i cannibali!”
I ristoranti, gli alimentari, le gastronomie avevano chiuso i clienti dentro ai locali, in attesa che gli animi si calmassero. Ma non sembrava potesse succedere.
Questa volta l’assembramento era imponente, era organizzato, era aggressivo. Con il proliferare del virus, le sette di facinorosi si erano ingrandite, i vegetariani estremisti avevano trovato terreno fertile per arruolare attivisti. La rabbia e la disperazione di molti erano confluite nella lotta contro chi si alimentava ancora di animali.
“Maledetti!” Urlò una donna, lanciando un sasso contro le vetrine di un ristorante alla moda. “Voi che mangiate ancora carne, potreste mangiare mio figlio!” Indossava una maglietta con due foto affiancate: un ragazzo e un maiale.
Al suo fianco un ragazzo aveva una maglietta con la foto di una donna matura accostata ad una mucca, più in là un uomo anziano mostrava una maglia con una signora anziana e una pernice. Tutti i componenti portavano maglie simili. Sul retro tutti la stessa scritta: “L’ARCA ci ha resi tutti uguali. Unico essere in unico mondo.”
Ma quel sasso era stato l’innesco. La folla non poteva più contenere il proprio rancore e il proprio strazio, quello era il modo che avevano scelto per sfogare la sofferenza.
La polizia si apprestò a contenere i morti.

Il dottore era ancora davanti ai suoi esperimenti.
ARCA, così avevano chiamato il virus, Animal Reverse Changing Adenovirus. Molti non ce l’avevano fatta, anzi era quasi un miracolo che tanti fossero riusciti a ricombinarsi. Il DNA attaccato dall’ARCA mutava, disattivando i geni che rendevano l’uomo tale e attivandone altri. Il corpo nel giro di pochissime ore si trasformava in un animale, al prezzo di enormi dolori o della morte. Fino a poco prima, il dottore credeva che le attivazioni fossero imprevedibili, che non ci fosse modo di stabilire il tipo di trasmutazione.
Invece non era così. E questa era proprio la chiave per comprendere il virus. La catena evolutiva non era casuale, così come c’era un senso nell’involuzione. Il virus era pensante, aveva una sua logica escatologica e non priva di ironia.
Eccola la porta! Una porta d’accesso per studiare il virus e disattivarlo. Il dottore provò un senso di soddisfazione infinito. Per un attimo. Poi comprese che non c’era modo di ritrasformare le vittime.
Si concesse un pianto disperato, prima di formulare per tutti gli altri il vaccino salvifico. L’umanità l’avrebbe scampata ancora una volta, ma per sua moglie sarebbe stato tardi.

L’assistente entrò nello studio.
“È ora di fare una pausa dottore.” Si guardò intorno. “Dottore?” Non ricordava di averlo visto uscire.
Si avvicinò al computer dove lavorava e lo trovò ancora aperto, con una pagina appena iniziata, una formula appena abbozzata.
“Dottore?”
Da dietro il monitor, le rispose soltanto il debole squittio di un piccolo topo grigio.
…Alla fine di questa giornata rimane ciò che è
rimasto di ieri e ciò che rimarrà di domani;
l’ansia insaziabile e molteplice dell’essere
sempre la stessa persona e un’altra…

Fernando Pessoa, "Il libro dell’inquietudine"

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Annamaria Vernuccio
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Re: Gara 47 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Annamaria Vernuccio » 14/07/2014, 16:18

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"SNATCH"

-Dicembre2048-
Era incominciato tutto con dei casi di amnesia più o meno gravi, che sembravano rientrare nelle statistiche, fino a quando non ci si accorse che questo accadeva in tutto il resto del mondo. I periodi di perdita di memoria diventavano sempre più lunghi, i casi sempre più numerosi e così le Autorità Sanitarie si misero in allarme. Una task force mondiale iniziò a cercare una cura, ma non si riusciva a capire quale fosse il Virus che stesse infettando la popolazione, e da qui la difficoltà a trovare un antidoto.
La svolta decisiva, si ebbe quando il Dr Jacob, lo stesso che aveva scoperto la BSE ( il morbo della mucca pazza ), capì che la malattia era il risultato della scelta fatta 20 anni prima, di sostituire l'alimentazione a base di carne di animali, con quella di carne artificiale, ottenuta producendo in vitro cellule staminali di suino.
Per tutti questi anni le cose erano andate bene, ma evidentemente il fuoco covava sotto la cenere, perché il gene che veniva introdotto nelle cellule e poi nel Bioreattore, aveva provocato una mutazione genetica. Ormai non si parlava più di amnesie, ma di vere e proprie perdite di memoria e con esse, dei ricordi di una vita. Chi dimenticava le auto nei parcheggi, chi non prendeva più i medicinali con cui si curava e chi addirittura, riconosceva a stento i familiari.
La cosa che maggiormente lasciava gli scienziati interdetti, era che a mano a mano che i ricordi svanivano..con essi svanivano anche le sembianze delle persone ammalate, fino a farle diventare evanescenti. Le città sembravano semideserte, e solo ad un attento esame, si capiva che erano ancora abitate da esseri umani. La loro presenza, più che visibile, era appena percepibile.
Fu così che il Virus BSE, fu riclassificato col nome di "SNATCH" (letteralmente "strappo") perché strappava l'identità stessa della persona.
Fortunatamente la malattia non colpiva tutti, per cui furono in molti che si dedicarono alla ricerca e dopo tanti esperimenti falliti, fu proprio il Dr. Jakob, in un laboratorio nel Surrey, a mettere in pratica una cura a dir poco fantascientifica, che scoprì come la sostituzione dei ricordi distrutti, con altri reinventati , bloccasse il processo di dissolvenza corporea.
Sorsero ovunque delle Cliniche-Laboratori, dove creavano dei microchip di dati, che venivano impiantati nel cervello, nella porzione posteriore del Talamo. Un procedimento che ricorda molto il trasferimento dati da una chiavetta USB alla memoria di un PC.
E' il Settembre del 2071 e sono trascorsi circa 20 anni. Le cose sono decisamente migliorate, ma quella che era nata come una cura per debellare il Virus "SNATCH", ha dato origine ad un vero e proprio business dell'Era moderna. Si sa, che quando ci sono interessi economici in ballo, l'Essere umano ne sa una più del Diavolo, ed è stato così che sono sorti innumerevoli punti vendita, addirittura dei Megastore, che hanno come unica merce in vendita..."I ricordi".
Ce n'è per tutti i gusti e tutte le tasche: ci sono pacchetti composti da ricordi di nuclei familiari più o meno grandi, con memoria di avvenimenti vari... spaziando da nascite, battesimi, matrimoni, viaggi e
promozioni speciali per chi ha esigenze particolari. Ognuno ha colto così la possibilità di guarire, e contemporaneamente, l'opportunità di ricrearsi un' identità per un'esistenza nuova di zecca.
-Oggi-
Ho resistito quanto più ho potuto, per evitare di sottopormi al trattamento, ma ormai avverto i sintomi del Virus, anche se ricordo ancora il dolce viso di mia moglie Dora e il suo radioso sorriso. Stamattina però, quasi non vedevo più le mie fattezze allo specchio, ed è sempre più difficile ricordarmi l'indirizzo di casa o dove metto le cose... e poi a lavoro mi hanno dato l'ultimatum: -O ti fai l'inserimento dati, o sei fuori.-
"VIVI LA VITA CHE VORRESTI" . E' questo lo slogan pubblicitario che campeggia sull'insegna del Megastore dove mi ha indirizzato l'Azienda Ospedaliera presso cui lavoro.
E' invitante e piena di immagini di persone che sprizzano felicità da ogni pixel...perciò entro.
Il commesso mi "aggancia" subito: -Quale piacere, Dr. Jakob! Siamo onorati che Lei abbia scelto proprio il nostro negozio per effettuare l'impianto!- Attacca con l'ormai formula standard sulle immense possibilità che avrei avuto, accettando di riempire "quel foglio della mia memoria" prima che diventasse vuoto del tutto".
-STOP- sto pensando che ha detto qualcosa di troppo. Su quel foglio c'è ancora impresso qualcosa e ora so che non posso fare questo passo.Devo trattenere il più possibile dentro di me, quell'ultimo ricordo, di quando sull'asfalto bagnato, ho stretto a me il corpo agonizzante di Dora che mi sussurrava le sue ultime parole: -Non dimenticarmi- So che questo avverrà sicuramente, ma che senso avrebbe continuare a vivere la vita di una persona che non sono io! Maledetto "SNATCH"...mai nome fu più appropriato: mi ha strappato tutto!
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Matteo Bottaro
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Re: Gara 47 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Matteo Bottaro » 16/07/2014, 12:01

Paradosso

Qualcuno attribuisce la nostra salvezza alla fortuna, per qualcun altro fu solo una semplice concatenazione di cause che non ci averebbe permesso di estinguerci neanche se lo avessimo voluto, ed effettivamente in alcuni momenti sembrò davvero che volessimo andare incontro ad un suicidio di massa.
Per me è soltanto il più strano, meraviglioso e imprevedibile paradosso che si sia mai trovata di fronte l'umanità, perché è solo grazie ad uno dei suoi più colossali e stupidi errori che il genere umano può ancora stampare la sua orma su questa nostra terra.
Avvenne una decina di anni fa, ma ci vorranno secoli per dimenticare le orrende cicatrici che ci portiamo dietro dopo questa catastrofe; nessuno riuscì mai a capire come la peste cerebrale si fosse originata, come si fosse diffusa era invece qualcosa che sapevano tutti: i primi casi si verificarono a Londra, Milano, Parigi e Tokyo; i governi di molti paesi, spaventati dalla ferocia del morbo, costituirono una commissione internazionale col compito di creare un vaccino in grado di fermarlo.
Una serie di sperimentazioni avrebbe scoperto che il vaccino non era efficace; il virus che veniva iniettato anche se fortemente depotenziato riusciva a contagiare il paziente e nei primi dodici giorni non provocava una reazione dell'organismo, rendendo praticamente impossibile una reale comprensione del farmaco in questo periodo.
Non si arrivò mai al dodicesimo giorno di sperimentazione.
I politici, troppo impegnati ad assicurarsi la rielezione con una compagna di propaganda che li raffigurava come i salvatori del mondo, non lasciarono concludere le ricerche sugli effetti del vaccino e iniziarono a distribuirlo.
Un terzo della popolazione del pianeta prese il vaccino prima che ci si accorgesse che questo gesto, lungi dal salvare vite, corrispondeva ad un suicidio.
Un suicidio molto doloroso.
Dopo il periodo di incubazione , per circa sei giorni i soggetti malati credevano di avere una semplice influenza, poi però il virus dalle mucose della cavità orale riusciva a diffondersi nel cervello dove provocava delle tremende piaghe simili a pustole ma piatte e con all'interno un liquido derivato dalla lisi delle cellule morte di cui avevano preso il posto; dopo una tremenda agonia che poteva durare fino a quattro giorni, durante i quali le piaghe continuavano ad espandersi il profondità nel cervello, il paziente andava incontro alla morte.
Fu a questo punto che l'umanità, sconvolta dall'ecatombe che si stava compiendo, senza più fiducia nei leader che fino ad allora l'avevano guidata e nella scienza che da cinquant'anni regolava la sua vita, fece la cosa peggiore che si potesse pensare con una grave epidemia in atto: prese d'assalto i laboratori di tutto il mondo, ritenendo gli scienziati che avevano creato il vaccino responsabili del maggiore genocidio della storia.
Fra i viari laboratori presi di mira vi era un importante centro di ricerca ad Atlanta che , assaltato da migliaia di manifestanti, venne occupato. In quel centro erano custodite le ultime riserve di vaiolo, un morbo maledetto, l'unico che avessimo mai sconfitto, che tornò a mietere vittime, vendicandosi della specie che lo aveva spazzato via dalla terra.
L'umanità si ricordava del suo vecchio nemico, sapeva come combatterlo, ma aveva perduto la capacità di farlo, la peste cerebrale e le manifestazioni violente ci avevano resi incapaci di creare persino un semplice vaccino antinfluenzale, che speranze avevamo di contrastare il vaiolo?
Si poté solo contenerlo nelle americhe dove contagiò milioni di persone.
Fu allora che si verificò il paradosso.
A salvarci non furono gli scienziati che avevano duramente lavorato ad un vaccino o i politici che si erano proclamati vincitori della peste cerebrale, e nemmeno il nostro sistema immunitario che aveva sconfitto il tifo e la febbre gialla.
A salvarci fu il vaiolo.
Chi riusciva a sopravvivere a questa malattia, infatti, non poteva contrarre la peste cerebrale.
Il fenomeno venne, purtroppo, scoperto quando ormai i sistemi sanitari di tutto il pianeta e qualsiasi genere di distribuzione capillare sul territorio erano totalmente scomparsi; non potemmo fare niente per i nostri fratelli aldilà del mare.
Al mondo sono rimasti solo 60 milioni di persone, non abbiamo più avuto contatti con gli altri continenti per paura che la peste cerebrale possa diffondersi nuovamente in un futuro prossimo e contagiare i nostri figli che non avrebbero alcuna difesa.
Ma su questa nave che governo con dieci compagni ci sono scorte di vaiolo sufficienti per duemila persone e se troverò qualcuno a oriente, con un po' di fortuna potrò ancora salvarlo, potrò riscattare il mio nome: jared moore, lo scienziato che creò il vaccino.

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Maddalena Cafaro
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L'isola dei lemuri

Messaggio da leggere da Maddalena Cafaro » 22/07/2014, 23:20

L'isola dei lemuri

Il vento caldo mi accarezzava il viso, la pelle sudata per il troppo caldo trovava refrigerio eppure non riuscivo o meglio non volevo svegliarmi, fu il silenzio a spingermi a lasciare il mio rifugio. Non un canto di uccello, non un suono, nemmeno quello dei pappagalli che ogni mattina, alle prime luci del sole mi strappavano dal mio dolce sonno. Sospirando lascai il mio letto, indossai la vestaglia e aprii le finestre, il cielo africano era terso e azzurro, uscii sulla veranda del mio bungalow che da una settimana era diventato il mio rifugio dal mondo. Una rapida occhiata intorno a me bastò a paralizzarmi dall'orrore, ai piedi degli alberi c'erano tantissimi uccellini, tutti morti, i pappagalli ... il silenzio che sentivo aveva un nome morte.
Avrei voluto urlare e credo che l'avrei fatto se all'improvviso due uomini completamente avvolti da una tuta di contenimento bianca non mi avessero afferrata per le braccia, dovevo scappare, chi erano? Cercai di divincolarmi, ma la forza dei due uomini mi impediva qualsiasi tipo di movimento, una puntura sul collo mise fine ai miei tentativi di fuga.
Il buio stava cedendo il passo alla consapevolezza di ciò che mi circondava, sentivo delle voci anche se non riuscivo a capire tutto quello che stavano dicendo

- Ti dico che è lei... no non hai capito nel suo sangue, la risposta è lì, sto cercando di isolarlo ma non è facile, il ceppo si evolve, Adam ti ripeto che non sono i lemuri ma è la donna.

- Roberto, non può essere lei la portatrice è un'umana, mentre il virus è di origine animale, devi esserti sbagliato -

Il buio mi ha avvolto ancora, ma la mia coscienza era ancora vigile, io sono sempre stata in salute, non ho mai avuto nemmeno un raffreddore, come posso aver causato quella moria di animali, ma poi il virus ha attaccato solo gli animali? Dovevo saperlo! Sentivo di essere vicina a riprendere nuovamente coscienza, quando aprii gli occhi impiegai un pò a mettere a fuoco ciò che mi circondava, c'erano teli di plastica sopra e intorno a me, cercai di tirarmi a sedere ma i polsi e le caviglie erano legate, mi avevano immobilizzato con delle cinghie di contenimento.
Avevo la gola riarsa e le labbra secche, provai a tossire ma non ci riuscii, mossi la testa sul cuscino, lungo il braccio spuntava un tubicino di gomma che finiva in una sacca di liquido trasparente. Stavo cercando di trovare un modo per comunicare con il mondo esterno quando un lembo della tenda di plastica si aprì, due uomini e una donna entrarono nella stanza, tutti indossavano spessi camici verdi, volto e testa erano coperti allo stesso modo, sugli occhi portavano degli occhiali trasparenti.

- Salve sono il Dottor Adam Yasser Torky dell'Istituto Mondiale della Sanità, questi che vede con me sono il Dottor Roberto Lorenzi e la Dottoressa Catherine Dulavie entrambi ricercatori di due università prestigiose, tre giorni fa, quando l'abbiamo portata in questa struttura di contenimento provvisoria ...
- Tre giorni? - avevo la voce roca e non riuscivo a parlare chiaramente, la dottoressa mi appoggiò sulle labbra un pezzo di ghiaccio, sentivo le gocce d'acqua scivolarmi sulla lingua e dare sollievo alla mia gola.
- Tre giorni ... ma io dovevo ritornare a casa, ho un lavoro da riprendere avevo solo una settimana di ferie -
- Signora ... Anita lei non può lasciare quest'isola, forse è il caso di iniziare dal principio. Da una settimana e precisamente in concomitanza con il suo arrivo, ha avuto origine un epidemia virale, abbiamo isolato il virus identificandolo con il codice THX16; il ceppo sembra modificarsi ogni volta che viene in contatto con un esemplare vivente diverso, sembra essere programmato per adattarsi al suo ospite. Purtroppo, fino ad ora non siamo riusciti a trovare una cura, antibiotici, antivirali, vitamine tutto sembra essere inefficace. La fauna e le persone che sono state colpite non sono sopravvissute. -
- E' impossibile, voi dite che non posso andarmene, ma io devo farlo non c'entro nulla con quanto sta accadendo qui, come fate anche solo a pensare che io ... io sto bene, guardatemi, per favore dovete capire che io non c'entro! -

A prendere la parola fu Catherine, lo fece con dolcezza, come chi cerca di far capire un argomento difficile a un bambino o a un alunno particolarmente carente

- Anita, abbiamo analizzato il suo sangue, estratto delle cellule e abbiamo quasi completato la mappa del suo Dna, abbiamo già stabilito che lei è il paziente zero, in lei risiede sia il virus che l'antidoto, solo non abbiamo ancora capito quale sia; e se questo non fosse sufficiente per convincerla c'è anche da dire che lei è l'unica sopravvissuta di quest'isola, in tre giorni, nessuno è sopravvissuto, nè umano nè animale, per questo motivo non possiamo permettere che lei si allontani da questo ambiente -

Credo in quel momento che il tempo per me si sia fermato, li guardavo ma in realtà non li vedevo, riuscivo solo a pensare alla mia famiglia, mia madre e mio padre, pensionati che mi aspettavano a casa e che probabilmente non mi avrebbero rivisto mai più. Pensavo a Edoardo il mio ragazzo che aveva acconsentito così svogliatamente alla mia vacanza, non voleva che partissi eppure è stato meglio così, lui ora era a casa al sicuro, i miei amici, a chi di loro sarei mancata? Ma poi era così importante? La mia vita per come la conoscevo era finita.
Ero lì, ferma in quel letto, sentivo il cuore martellarmi nel petto, il respiro sempre più veloce, non riuscivo più a pensare nè volevo farlo, ero responsabile della morte di centinaia di persone, potevo porre fine all'umanità; dentro di me si annidava un mostro e io non potevo fare nulla.
Il dottor Adam mi prese il viso, avevo le pupille dilatate e il cuore che batteva all'impazzata, lo vidi sbiancare.

- Ragazzi dobbiamo chiamare un medico questa ci muore qui!-
- Anita mi senti? Ascoltami sei su Folli Scherzi della NYTV, i tuoi amici Elisa, Anna e il tuo fidanzato Edoardo ti hanno fatto uno scherzo! -

Uno scherzo? Che scena surreale, ero accanto al letto e guardavo tutte quelle persone che si affannavano intorno a me, paramedici che cercavano di rianimarmi, credo che qualcuno parlasse di collasso o infarto, non mi sono soffermata molto. Le tende di plastica erano state tirate, per tutto quel tempo avevano celato uno staff televisivo, nonchè la mia famiglia. I miei genitori piangevano, Edoardo stava urlando il mio nome e le mie amiche più care si tenevano strette. Che scherzo orrendo sarebbe per loro se ora morissi, però non volevo andarmene, io la mia vita volevo viverla. Speravo proprio che i paramedici mi salvassero.

Willow di Garenwood

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Stella_decadente
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Re: Gara 47 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Stella_decadente » 31/07/2014, 11:32

NESSUNO

Sono sveglia.
E intendo proprio sveglia, quindi VIVA.
Le persiane proiettano un tratteggio luminoso sul pavimento. Non oso aprirle, spio attraverso i listelli: gli alberi del parco, la strada deserta, il marciapiede.
Tutto regolare, insomma.
Se non fosse che non c'è nessuno.
E la realtà mi piomba addosso come uno tsunami.

L'ultimo giorno di lavoro vidi solo due o tre clienti. Un record. Mogi, una mascherina calcata sulla bocca, si fecero una megascorta e pagarono senza convenevoli.
Poi ci fu quella rapina. Nel centro eravamo solo io e il mio capo, visibilmente affaticato. Gli altri quattro colleghi non si erano fatti vivi. Praticamente facevo il lavoro di sei persone: il che non era difficile, dato che i clienti latitavano.
Entrò quel tizio con la pistola, chissà perché la cosa non mi sorprese. Zoppo, occhi infossati e iniettati di sangue. Il suo volto era orribile, ma non mi spaventò. Ero pronta ad aprire la cassa ma non voleva soldi: riempì un carrello all'inverosimile e si dileguò.
Il mio capo mi fissava da lontano, anche i suoi occhi erano sanguigni.
— Avverti la sede, poi andiamocene.
Non gli chiesi nemmeno se avremmo aperto l'indomani, conoscevo già la risposta.
Chiamai la sede, il telefono squillava a vuoto. Chiusi il negozio e lo accompagnai all'ospedale, non si reggeva in piedi. Sua moglie aveva portato il figlio in osservazione, quella mattina, ma erano rimasti là.
Il solito stakanovista del cazzo, pensavo. Moglie e figlio in ospedale e lui va al lavoro.
Ma forse non era quello a farmi incazzare, forse era la paura del contagio. E d'un tratto mi si gelò il sangue nelle vene: stavo andando verso il focolaio di tutti i patogeni, l'ospedale!
Lasciai il mio capo all'ingresso e scappai con una scusa: “devo correre da mia madre”. Lui mi ringraziò, forse non ricordava che avevo perso entrambi i genitori da adolescente.
Non c'era traffico. Alcuni guidavano tre all'ora, alcuni a razzo, altri a zig zag. Uno rischiò di tirarmi sotto. Contai ben tre incidenti lungo il tragitto, per poco evitai due auto abbandonate in mezzo alla strada senza segnaletica.
Mi rinchiusi in casa, pensai che avrei avuto un infarto. Accesi la TV, faticai a trovare un telegiornale fra vecchi film e repliche. Oltretutto il digitale non prendeva bene.
Virus del Sonno è il suo scontato nomignolo. Provoca improvvise narcolessi che diventano sempre più continue, finché non ti svegli più. Ed è comparso solo una settimana fa! Non hanno neppure fatto in tempo a determinarlo, qualcuno ipotizzava la mutazione di un virus comunissimo, magari quello del raffreddore.
Nello stesso momento in tutto il mondo?
Le mie domande non trovavano risposta nelle scritte sotto le uniche tre immagini ripetute in loop: gente in preda ad attacchi narcolettici, incidenti, l'immagine standard di un laboratorio.
Ricordo che ho fatto di tutto per non addormentarmi. Avevo un terrore puro, mai provato prima. Camminavo, mi sparavo musica rock nelle orecchie, tentavo per l'ennesima volta di chiamare zii o cugini, trangugiavo immunostimolanti e vitamine. Per due giorni. Poi, a tradimento, il sonno mi era franato addosso.

La TV e il cellulare sono morti. La corrente va e viene, faccio fuori quello che c'è in frigorifero prima che vada a male.
A volte il cibo mi va di traverso. Cammino avanti e indietro in preda all'ansia, spio dalle persiane. Tutto immobile, tutto come prima. In sottofondo latrati di cani e cinguettii.
Resto in attesa. Di che cosa? Di una chiamata al telefono?
A quanto pare sono l'unica sopravvissuta del quartiere. Sono per caso immune al virus?
Sorrido. Certo, ho un buono stile di vita e sono di costituzione robusta... ma questo non ti immunizza dalle pandemie. Saranno stati gli immunostimolanti? Oh certo, la pillolina magica.
Che fare, dunque?
Gradualmente riacquisto fiducia nel sonno. Magari, penso, quando mi sveglierò troverò che è stato tutto un incubo. Sogno amici, parenti, colleghi. Tutti svegli, sorridenti, vivi. Ma mi desto di nuovo sola.

Stanno finendo le provviste, maledico me stessa per non avere fatto scorta quando potevo. Sto consumando le ultime briciole.
Mi vesto, infilo la mascherina, in uno zaino schiaffo qualsiasi cosa possa tornarmi utile. Chiudo la porta come un giorno qualunque e scendo le scale. Il rumore dei miei passi mi spaventa.
È nuvoloso, ma fatico ad abituarmi alla luce dopo giorni vissuti al buio come una talpa. Quando mi decido a raggiungere la strada nulla si muove, a parte le foglie che rotolano sull'asfalto.
È strano.
Ho avuto spesso fantasie misantrope in cui restavo sola in un mondo senza esseri umani. Ora la realtà ha grottescamente incontrato il mio sogno.
Ecco, sei completamente sola, contenta?
Magari qualcuno mi sta spiando attraverso le persiane del suo bunker personale... Non sono mai stata così speranzosa di incontrare un estraneo!
Le serrande del bar e della pizzeria sono inamovibili. Guardo oltre le case, la sagoma cubica dell'ipermercato si erge rassicurante. Attraverso il parco, vuoto e spettinato. Quante volte ho desiderato che quei dannati marmocchi la smettessero di schiamazzare...
Certo, potrei considerare il lato positivo: assaporare la natura, come ho sempre voluto fare. Okay, forse sto impazzendo, ma ho trovato la mia motivazione.
Poi, lo vedo. Un corpo steso sul prato, poco più in là. Mi avvicino: è un bambino. Cereo in viso, sembra stia dormendo.
Resto immobile per un minuto buono, poi lo tasto con il manico di scopa che ho infilato nello zaino.
Nessuna reazione.
Insisto, lo chiamo: nulla. Se sta dormendo, non saprei come svegliarlo. Se è morto...
Scappo, e gli occhi mi si annebbiano di lacrime.

Ho attraversato la superstrada deserta. Ho raggiunto il parcheggio semivuoto. Ho ignorato i tre corpi intravisti lungo il ciglio della strada.
Percorro il perimetro dell'edificio: non riuscirei mai a scassinare la saracinesca dell'ingresso. Il cancelletto sul retro è stato forzato. Qualche ladro prima della pandemia o un altro superstite?
Incerta entro nel cortile e noto una porticina divelta. Mi ritrovo nel buio silenzioso di un corridoio. Un'altra porta conduce in un ambiente ampio, rischiarato dalla luce che filtra dal soffitto.
Le mie scarpe stridono sul pavimento lucido, mi avvicino a uno scaffale. Pacchi di cereali. Ne apro uno e mi verso in bocca un profluvio di fiocchi d'avena.
Uno scalpiccìo in fondo alla corsia.
Sputo i cereali, mi si rovescia tutto addosso.
Un botto alle mie spalle, qualche pacco salta in aria ed esplode in mille palline soffiate. Corri, misantropa, corri più che puoi.
No, non sei sola, contenta? E d'ora in poi dovrai difenderti, molto più di quanto facevi nella realtà di sempre.
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Eliseo Palumbo
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Re: Gara 47 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Eliseo Palumbo » 31/07/2014, 23:58

H.N.


31 Luglio 2025

Il caldo cocente del Nevada non poteva essere abbattuto nemmeno dai condizionatori della PinkLab.
Mr. Pink nel suo ufficio posto all’ultimo piano dell’immane edifico bianco che sorgeva in mezzo al deserto dell’ovest americano sudava copiosamente mentre sfogliava l’abbozzo dell’ultima creazione, frutto di anni di lavoro, del suo staff di ingegneri, la tanto sognata e agognata macchina spazio-temporale.
Sembrava tutto in ordine. Tutto in regola. Mancava soltanto il collaudo.
Quel collaudo, allo stesso tempo, sarebbe servito per debellare il gran male che aveva creato ben dodici anni prima.
Ormai il prototipo era pronto. Lo staff era pronto. Lui, Mr. Pink era pronto. Soprattutto il prescelto era pronto. Ancora una volta le redini del mondo dipendevano da M-000. Il primo M-XXX.

10 Gennaio 2020

I quattro M-XXX attendevano con ansia l’arrivo dell’ultimo membro del loro corpo speciale: M-004.
Ronald, Mao, Youssuf e Ethan stavano sorseggiando una bibita mentre attendevano la voce metallica che ogni sei mesi li invitava a recarsi al secondo piano per l’aggiornamento del loro software: il Sesto Senso.
Puntuale come ogni 10 Gennaio da diversi anni a quella parte arrivò l’appello.
Presero l’ascensore e si recarono presso la sala di aggiornamento.
Ormai era una monotona prassi. Si accomodarono sulle poltrone marroni pieghevoli. Appoggiarono la testa e il cavo si infilzò nell’orifizio, preposto a ospitarlo, creato nella nuca quando diventarono M-XXX.
Sui monitor spuntava la scritta: Loading…

22 Giugno 2025

Las Vegas fumava.
I pochi superstiti tremavano impauriti nel bel mezzo dei loro rifugi atomici.
La foga criminale di quell’essere metà uomo e metà androide aveva spazzato via tutto. La sua forza sovraumana, i suoi raggi energetici e la sua unica capacità di leggere il pensiero lo rendevano imbattibile. Insaziabile. Quel potere trasmessogli dal Sesto Senso 3.0 lo ha reso incontrollabile. Ingestibile. Non c’era modo di fermarlo.
New York distrutta. Los Angeles pure. Washington DC e la Casa Bianca rasi al suolo. Philadelphia, Chicago, Atlanta, Detroit e via dicendo. Le più importanti città degli USA disintegrate per la sete di poter di quell’essere sfuggito al controllo di Mr. Pink. Ormai si era diffuso peggio di un virus. Gli H.N. ormai non erano più i super eroi del terzo millennio in grado di portare la pace del mondo ma essendo per metà macchine, per colpa di M-004, anche i suoi predecessori, compreso M-000, considerato fino a qualche anno prima il nuovo Capitan America, erano visti di cattivo occhio e perseguitati.
Nessuno accettava più il loro aiuto.

1 Agosto 2025

Nel suo ufficio Mr. Pink stava discutendo animatamente con M-000.
- Devi credermi è l’unica via di salvezza che abbiamo Ronald. Non c’è altra soluzione. Con te tutto è iniziato e con te tutto deve finire.
- Mr. Pink quello che mi sta chiedendo è qualcosa che va oltre ogni etica. Oltre ogni morale. Nessun uomo al mondo potrebbe accettare.
- Appunto per colpa mia voi non siete più uomini. Siete degli androidi dal cuore umano. Di umano avete il cuore e basta. Tutto il resto è dettato da quel maledetto software che vi ho impiantato. Tu sei stato il primo e unico che è stato in grado di reggere tutta questa pressione. I tuoi compagni ce l’hanno fatta ma grazie a diversi interventi esterni. In realtà potrebbero sfuggire dal mio controllo anche loro e il governo vuole macchine perfette non automi ingestibili che possono distruggere l’umanità peggio di un virus. Tu sei l’unico. L’unico in grado di mettere in atto il mio progetto. Ma un solo M-XXX non può combattere di continuo e i tuoi “simili” sono stati tutti un fallimento. Purtroppo dobbiamo smetterla. Tutto ha avuto inizio con te e con te deve finire.
M-000 cadde sulla poltrona portandosi le mani sul volto.
- Ok. Facciamola finita.
- Grazie Ronald. Sapevo che avresti capito.

Il giorno successivo

Tutti gli ingegneri monitoravano i loro PC, documenti e dati.
Ormai era tutto pronto.
M-000 era già posizionato all’interno dell’abitacolo.
Il capo del progetto digitò la data: 13 Novembre 2013.
- Mr. Magpie adesso la chiuderò ermeticamente all’interno della capsula. Dall’oblò potrà osservarmi e appena le farò cenno dovrà semplicemente pigiare questo bottone verde. Tutto chiaro?
M-000, o Ronald Magpie, come preferite, calò il capo in segno di assenso.

13 Novembre 2013

Una luce viola illuminò gli alberi piantati nel parcheggio della Previdenza Sociale. Dai cespugli spuntò M-000.
In lontananza vide parcheggiata l’auto di Mr. Pink. Doveva sbrigarsi, era quasi l’ora della pausa pranzo.
Spiccò il volo lungo l’enorme edificio controllando tutte le finestre fin quando non trovò quella del suo ufficio. Frantumò il vetro e planò sulla moquette.
L’uomo seduto sulla scrivania lo guardò con gli occhi strabuzzi.
- Lo so che ti è difficile crederlo.
- Ma tu…
- Si io sono te e tu sei me.
- Ma come è possibile questa cosa? Sto sognando?
- No non stai sognando. Sono venuto dal futuro per sistemare una faccenda.
- Quale faccenda?
- Tra poco incontrerai in ascensore un vecchio che ti sequestrerà e ti trasformerà in me, un androide dal cuore umano, come esperimento scientifico per il governo ma fra diversi anni questo esperimento gli sfuggirà di mano e i nostri simili distruggeranno il mondo quindi noi siamo come i capostipiti di un nuovo virus e per evitare tutto ciò devo ucciderti.
-Ma che storia assurda è mai questa? E poi se è vero tutto ciò uccidendomi uccidi pure te stesso.
- Sono nato per proteggere l’umanità la stessa umanità che ho messo in pericolo diventando un androide quindi devo farlo. Se per salvare il genere umano devo uccidermi lo farò.
M-000 usci da dietro il pantalone una pistola laser. La puntò verso il suo passato e premette il grilletto.
Dopo pochi istanti sulla moquette dell’ufficio restarono solo i pezzi di vetro.
I due scomparvero come anche gli altri M-000. Il virus fu debellato.
Mostrare ad altri le proprie debolezze lo sconvolgeva assai più della morte

POSARE LA MIA PENNA E' TROPPO PERICOLOSO IO VIVO IO SCRIVO E QUANDO MUOIO MI RIPOSO


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