Gara 65 - Bando e racconti

Questa è la sezione dove sia i nuovi arrivati che i veterani possono partecipare alle nostre Gare letterarie periodiche. La partecipazione è libera e gratuita, l'importante è avere voglia di mettersi alla prova, conoscere gli altri autori e migliorarsi a vicenda. Il vincitore di ogni Gara dovrà/potrà organizzare la Gara successiva. Ogni Gara sarà pubblicata in E-Book gratuiti e liberamente scaricabili.
Mettiti alla prova!
Ida Dainese
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Gara 65 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Ida Dainese » 05/07/2017, 17:16

Viaggi, amici, bagagli.jpg
Un saluto a tutti! Si riparte! Visto il periodo, vi propongo un tema vacanziero:

“Viaggi, amici e bagagli”

Potete raccontare di un viaggio fatto in compagnia di uno o più amici, di breve o lunga durata, con qualsiasi mezzo di trasporto, verso qualsiasi meta.
Viaggi di sogno o vere odissee, dove avete fatto nuove amicizie o vi siete accapigliati con quelle vecchie, dove avete perso bagagli o preso quelli degli altri.
Potrebbe essere anche un viaggio che vorreste fare o che avreste desiderato.
Ammesso qualsiasi genere: comico, noir, giallo, fantastico, horror…

Vi ricordo le regole ufficiali, che trovate qui: viewtopic.php?f=80&t=2308

Riassumendo:
- lunghezza massima del testo: 1000 parole o 6000 caratteri (spazi inclusi) con una tolleranza del 10%;
- chi partecipa dovrà votare e commentare tutti i racconti eccetto il proprio; in caso contrario verrà escluso dalla Gara e non riceverà alcun premio né pubblicazione;
- ogni racconto dovrà essere corredato di un’immagine, da inserire preferibilmente in apertura del brano;
- voti da 1 a 5, consentiti anche i tagli a mezzo (1,5 e così via fino al 5);
- i racconti postati non potranno più essere modificati se non a gara conclusa; al termine dei giochi, si potranno apportare eventuali modifiche per la pubblicazione sull’e-book.

Date:
I racconti potranno essere postati come risposta a questo messaggio fino alla mezzanotte del 16 agosto 2017.

I commenti e i voti dovranno invece essere postati a questo link: viewtopic.php?f=80&t=5103 dal 17 agosto fino alla mezzanotte del 30 agosto.

Chi vincerà avrà l’onore e l’onere di organizzare la gara successiva.
I premi saranno:
1. Pubblicazione dei racconti in digitale, con il consueto e-book.
2. Il vincitore otterrà un abbonamento di 10 euro grazie al quale saranno scaricabili gli ebook integrali (pdf o epub) delle nostre pubblicazioni cartacee (vedi post "I premi delle gare" qui: viewtopic.php?f=80&t=2472).

Buon lavoro ma soprattutto buon divertimento!
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Angela Catalini
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Re: Gara 65 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Angela Catalini » 08/07/2017, 16:43

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Premessa: Percy Harrison Fawcett è stato un militare, archeologo , esploratore britannico. Assieme al figlio maggiore, Fawcett scomparve nel 1925 durante una spedizione alla ricerca della «Città perduta di «Z», come dal titolo del film di James Gray. La sua scomparsa scatenò decine di spedizioni di ricerca, ognuna delle quali tornò con ipotesi rivelatesi poi infondate. Si dice che circa cento persone siano morte nel tentativo di ritrovarlo.
Questo è il racconto di una di quelle spedizioni. Un racconto di fantasia.


Mondo perduto.

Molti anni dopo Stephen Lockwood avrebbe rivisto Taïs china su di lui, con lo stesso sguardo enigmatico a respirargli il respiro, accucciata come un animale.
Tentò di parlare, ma la gola era stretta in una morsa, rigida come il corpo che giaceva sul terriccio umido, trafitto da milioni di piccoli aghi maligni. Solo la mente gli apparteneva ancora, ma non era sempre lucida. Quando succedeva, Stephan si aggrappava ai brandelli di ricordi come un naufrago, chiudeva gli occhi e tornava nella sua amata Inghilterra.
Solo otto mesi prima era stato convocato da Sir Highwall, della Royal Geographical Society per intraprendere un viaggio alla ricerca del maggiore Percy Harrison Fawcett, disperso nella foresta Amazzonica insieme al figlio Jack. Stephan conosceva Percy, avevano prestato servizio nella Royal Garrison Artilery a Cork e per di più, era già stato nel Sudamerica. Partì insieme ad alcuni amici dell’Università, tra cui un geologo e un antropologo. Sebbene le intenzioni e le forze in campo fossero le migliori che si potessero auspicare, nessuno era preparato per affrontare l’oceano verde, che li inghiottì e li risputò come cibo indigesto.
Le malattie e gli animali feroci non erano gli unici pericoli che dovettero affrontare. La giungla era piena di segreti, di trabocchetti e di primitiva ferocia e non si fermava mai, non riposava mai, era invincibile. La spedizione, dopo aver lasciato Manaus, si era imbarcata su un battello che risaliva il Rio Negro. Ma la via fluviale, sebbene fosse la più comoda, si rivelò anche la più infida, perché le rive erano popolate di tribù indigene che si accampavano lungo i corsi d’acqua sugli alberi o sulle palafitte. Attaccati dai selvaggi, fiaccati dalle febbri, assediati dai serpenti velenosi e dai caimani che infestavano il Rio Negro, rimasero in pochi e l’Inghilterra, dopo neppure un anno, cedeva lo scettro all’Amazzonia, dichiarandosi sconfitta.
Fu durante uno di quei terribili giorni in cui le scorte di cibo cominciavano a scarseggiare e l’umore dei portatori era sempre più irascibile, che trovarono la ragazzina. Doveva appartenere a una delle tribù dell’entroterra, perché aveva tatuaggi diversi rispetto a quelli delle tribù che avevano incontrato. A parte gli animali totemici, alcuni parevano costellazioni, astri nascenti. Qualcuno le aveva tagliato la lingua e l’aveva lasciata legata e agonizzante vicino a un nido di formiche. Il motivo di tanta crudeltà era incomprensibile data la giovane età, e Stephan si prese cura di lei, nonostante il parere contrario delle guide indios che la ritenevano uno spirito maligno.
Quando Stepan si ammalò, poiché era l’unico occidentale rimasto - dopo che gli altri si erano dati per vinti e avevano deciso di tornare indietro, o erano deceduti durante i numerosi incidenti - non costituiva più una minaccia, e i portatori pensarono bene di dileguarsi, lasciandolo agonizzante nel bel mezzo della giungla.
"Subirò la stessa sorte di Percy, divorato da un luogo lussureggiante e misterioso, bellissimo e mortale" pensò Stephan. La fumosa Inghilterra era lontana, con i suoi cieli grigi e la pioggia fitta che avvolgeva la brughiera e ne cancellava i confini.
La ragazzina nel frattempo aveva riacquistato le forze e benché la pietà non fosse nella natura indigena, forse più per curiosità, si prese cura di lui procacciando i pasti, spalmando unguenti, recitando preghiere mute, bruciando erbe, proteggendolo dagli animali, dal freddo, da se stesso.
Molti anni dopo, quando Stephan si trovava nella residenza per anziani di Brighton, tra la vita e la morte, ritrovò Taïs, la piccola indios. Quasi completamente occidentalizzata, vestita alla moda, con i capelli raccolti in una veletta, non aveva perduto lo sguardo animale e quel modo di respirare così vicino alla bocca, quasi per carpirne i segreti e infondere energie.
- Ne hai fatto di strada, piccola indigena – disse Stephan accennando a un sorriso. – Non abbiamo trovato Percy ma, quel viaggio, è stata la cosa migliore della mia vita. Ne sono uscito rafforzato ed è stato come se avessi percorso l’intero Universo.
Taïs tirò fuori dalla borsa un sacchetto di erbe, versò un po' d'acqua nel bicchiere e le fece galleggiare, controllando che andassero per il verso giusto con soffi regolari.
Fuori il vento portava il suono degli uccelli che accorrevano a frotte per nascondersi dalla bufera.
Stephan chiuse gli occhi grigi come il cielo d'Inghilterra e immaginò l’Amazzonia, le scimmie che saltavano sugli alberi, i pappagalli che s’affollavano sui rami e il rumore dei tronchi sul fiume, scintillante serpente indomito e fecondo.
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Ser Stefano
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Re: Gara 65 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Ser Stefano » 15/07/2017, 11:20

UN ATTIMO
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Carlo ha sedici anni e una sola cosa in testa, anzi due. Le sta fissando proprio in quel momento e quasi non riesce a deglutire. Guarda ipnotizzato la goccia di sudore che scivola nella camicetta di Silvia, aperta di un bottone oltre il lecito. La carrozza è sprovvista di climatizzazione e fa un gran caldo. Lei ha almeno dieci anni più di lui, lo sguardo perso fuori dal finestrino e un sorriso compiaciuto appena accennato: dal riflesso nel vetro vede l’espressione del giovane sconosciuto che le guarda il seno e questo la rincuora. Quella stessa mattina ha modificato il proprio stato social da “fidanzata” a “single”, il giorno prima ha sorpreso il fidanzato con la migliore amica in atteggiamenti molto più che ambigui. Questo viaggio è solo la naturale irrazionalità di allontanarsi dal luogo e dai problemi, dal dolore e dalla vergogna.
A fianco del ragazzino che la mangia con gli occhi, siede quella che probabilmente è la madre. Sembra una donna determinata e sicura di sé. Niente di più sbagliato. Almeno tre volte alla settimana viene picchiata dal marito. Quattro, se riesce. Lo fa arrabbiare apposta, cucina male, nasconde le magliette preferite, rompe sbadatamente piatti e bicchieri. Non lo ammetterà mai a nessuno, neanche a sé stessa, adora essere picchiata.
Una logora moquette bordeaux sul pavimento divide le due file di sedili come una spada medievale. Dall’altra parte Giulio ascolta musica dall’auricolare del telefonino e legge un libro di fisica applicata. In realtà sta pensando alla chimica, cioè a quello che succederà nel corpo quando stasera fumerà uno spinello con l’abituale cricca di amici. Gli esami sono alle porte, deve pure scaricare la tensione in qualche modo.
Tutti i sedili davanti sono vuoti, evento più unico che raro.
Abderraim è in piedi, vicino all’uscita della carrozza, concentrato a vedere quando arriverà la prossima stazione e, soprattutto, se salgono controllori. Non ha il biglietto. Al suo paese non l’ha mai fatto, non concepisce che senso abbia iniziare ora.
Sullo stipite della porta, accanto alla sua mano c’è un disegno osceno che non riporterò. Tra lo spazio vuoto dei due vagoni si può notare con la coda dell’occhio un pettirosso che si allontana precipitosamente, spaventato.
La carrozza davanti è climatizzata, ma sembra funzionare al minimo e l’aria fresca che produce è quasi impercettibile.
Sul sedile di destra Vanni e Lucia si stanno baciando. Vanni l’ama alla follia, è sicuro di aver trovato la ragazza perfetta, non vorrà nessun’altra. Lucia sta pensando di lasciarlo. Ha scoperto di essere innamorata di un compagno di classe, ma non sa come scaricare Vanni che è diventato improvvisamente scomodo e orribile.
Sui sedili dall’altra parte del separé, ci sono proprio i suoi compagni di scuola, due ragazze e tre ragazzi. Uno di loro sta tirando una bottiglietta di acqua verso l’altro, ma nella traiettoria colpirà una ragazza. L’amica potrebbe avvertirla, ma la considera una smorfiosa quindi non lo farà. Il terzo ragazzo guarda Vanni e Lucia avvinghiati e freme d’invidia. Sa che Lucia prova qualcosa verso di lui, lo sente, ma finché ci sarà di mezzo Vanni non potrà succedere niente.
Davanti alla porta di fine carrozza c’è Maria Giovanna, ottantasei anni. Da oltre sei prende quel treno per andare a trovare i nipotini in città. Per lei è stata una giornata fantastica, i nipotini le danno tutta la gioia che sembrava perduta dopo la morte del marito. Eppure le iridi di Giovanna si stanno dilatando. Sta guardando qualcosa davanti a sé, oltre i due spessi plexiglass di divisione.
Nell’intercapedine tra le due carrozze, guardando in basso, noteremo che il rivestimento del pavimento è curvato, quasi che il giunto di collegamento sia piegato. A dir la verità, tutto il vagone davanti è inclinato verso il basso, la sensazione dell’inizio discesa delle montagne russe.
Paolo è in pedi, più o meno al centro della vettura, parla al cellulare isterico. Sta discutendo con l’assicuratore che non lo vuole rimborsare perché al momento del tamponamento non aveva la cintura di sicurezza. Ah sì, è sollevato di venti centimetri da terra.
Tutti i presenti non sono più seduti sui sedili, sono come sospesi, alcuni verso l’alto, altri verso il sedile davanti. A Carlo piacerà andare contro il sedile davanti. C’è anche un neonato, sta prendendo il volo con culla, ciuccia e pupazzetto giallo di un sole che ride. La madre sembra non accorgersene, intenta ad aggrapparsi a qualcosa. Un grosso signore stava bevendo da una bottiglietta, gli è scivolata dalle mani e ora disegna criniere cristalline nell’aria.
Oltre a quel vagone c’è solo la motrice. Quando vi entriamo veniamo accolti da turbine di fogli di carta, penne, qualche borsa di plastica e un panino mezzo mangiato. Andranno a sbattere verso la parte posteriore perché la motrice è quasi in posizione perpendicolare.
Roberto è avvinghiato alla manopola dell’acceleratore e la tira come fosse un pilota di un aereo in decollo. Sta urlando, il viso deformato in un’espressione folle, impossibile da replicare. La certezza che oggi morirà. Gli mancano solo due anni alla pensione.
Sotto la motrice, diverse rotaie di acciaio si librano nel cielo, ancora intatte. Non hanno ceduto loro. Dalla percentuale di pezzi di cemento e tondini di ferro che volano sotto e intorno al mezzo è ovvio che l’armatura era sottodimensionata. La conseguenza non era questione di “se” ma di “quando”.
Duecento metri più sotto, tra le rocce umide e ricoperte di muschio, la lucertola ha scorto una gustosa preda e si sta avvicinando con circospezione. Vi rinuncia, avvertita da un innato sesto senso e da un’ombra che si allarga velocemente tutto intorno. Si prepara a correre veloce sulle zampette per salvare, se non il pasto, almeno la propria vita.

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Angelo Manarola
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Re: Gara 65 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Angelo Manarola » 18/07/2017, 12:19

MONA SENZA LISA MA CON SCARPE, CALZONI E CAMICIA TUTTI RIGOROSAMENTE BIANCHI
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mona-lisa-parodies-08.jpg (61.77 KiB) Visto 102 volte




Il viaggio sognato da una vita è ormai prossimo. Le istruzioni parlano chiaro: check-in due ore prima dell’orario di decollo con destinazione il paradiso: l’isola di Zanzibar.
Partenza da casa che il sole non è ancora sorto; dopotutto, si sa, anche se occorrono meno di due ore per raggiungere l’aerostazione, bisogna sempre calcolare qualche imprevisto.
Viaggio perfetto con le uniche soste -pipì- della fedele compagna di vita che, come tutte le donne, pare sempre colpita dalla sindrome da “vescica iperattiva” ogni volta che si intraprende un viaggio con orario di arrivo prefissato.
La macchina improvvisamente inizia a sbandare e lo sterzo diventa più rigido. Freccia e sosta sulla piazzola d’emergenza.
Mannaggia la pupazza impestata del chissà che: pneumatico forato.
“Arriveremo tardi in aeroporto?” mi raggiunge la vocina preoccupata di mia moglie, come al solito semi addormentata al mio fianco, escludendo ovviamente gli imprescindibili pit stop da -se non ti fermi subito, te la faccio sul sedile-.
“A tutto c’è rimedio” rispondo calmo.
Non sono assolutamente un tipo tranquillo ma, almeno, evito che lei inizi a cercare di calmarmi con noiose massime di dottrina yoga.
Bestemmiando dentro di me come un turco imbufalito, estraggo cric e ruota di scorta; tre litri di sudore e qualche escoriazione alle dita dopo, posso ripartire.
Parcheggiata l’auto, entriamo nella hall dell'aeroscalo e prima di avvicinarci al desk della compagnia aerea, mi reco in bagno per lavarmi le mani ancora sporche per la sosta d’emergenza precedente. Accanto me c’è un tizio vestito come se fosse estate nonostante il mese invernale.
E’ abbigliato con scarpe, calzoni e camicia tutti rigorosamente bianchi. Ovvio sia anch'esso in attesa di volare in una qualche destinazione tropicale.
Mi osserva distrattamente e poi esclama un:
“Boia can, che fredo”
-Grazie al piffero; fuori nevischia e tu sei vestito come un gelataio di Rimini a ferragosto.- rifletto tra me e me.
Raggiungo mia moglie, presentiamo i vauchers, consegniamo le valigie da stiva e ci rechiamo al bar per la solita colazione speciale che offrono tutti gli aeroporti: il solito cappuccino e brioche come ovunque, ma con i prezzi da aragosta al ristorante Biffi di Milano.
La voce metallica dell’altoparlante echeggia:
“DLIN DLON. Avvertiamo i passeggeri del volo numero AKGL e pure HM tre per due uguale sei e diretto a Zanzibar, che l’orario del decollo avverrà con due ore di ritardo”
Subito dopo interviene una voce da un tavolino dietro il nostro:
“Zio can, averlo saputo, mi saria alzato alle quattro e non alle due”
Era il tipo di bianco vestito, incontrato nei servizi igienici.
Due ore sono lunghe; mentre mia moglie girovaga tra boutique free tax e toilette denominate: -non sia mai che mi scappi di nuovo-, mi collego col portatile in internet: vediamo che dice Baglione a proposito della sua rivista letteraria chiamata -E basta guardare donne nude in rete: leggete ogni tanto, che non vi ammazza!-
Trascorsi quasi novanta minuti di attesa, ecco di nuovo la voce gracchiante dello speacker:
“DLIN DLON. Avvertiamo i passeggeri del volo numero AKGL e pure HM tre per due uguale sei e diretto a Zanzibar, che l’orario del decollo avverrà con ulteriori due ore di ritardo, siamo dispiaciuti per l’inconveniente.”
“E vorria veder se g’avean anco da eser contenti. Averlo saputo mi saria alzato alle sei” esclama la voce del gelataio gondoliere qualche sedia più in là.
Altre due ore. Mentre mia moglie prosegue a farsi dissanguare nei negozi, mi ricollego nuovamente a B.A. così curioso un po’ nel forum. Chi avrà postato?
Uno dei due fratelli?
Oppure ci sarà Skyla in preda a un orgasmo per aver trovato un errore di ortografia in un racconto della gara?
Forse c’è anche Lodovico col suo occhio gelido che pare dirti: “Che cacchio scrivi a fare? Tanto vinco io”
Ah no, ci sono Ida e Angela (da scrivere senza d eufonica) che se la raccontano e se la ridono mentre Ser Stefano posta il suo solito:
“Vabbeh, miseri mortali, magnanimamente parteciperò alla gara tanto per passare il tempo” mentre tutti gli altri, invece, se lo immaginano già mentre smadonna come un camionista al termine della competizione, dopo aver constatato che non ha vinto neppure stavolta.
“DLIN DLON. Avvertiamo i passeggeri del volo numero AKGL e pure HM tre per due uguale sei e diretto a Zanzibar, che l’orario del decollo avverrà con un ulteriore ritardo di due ore, ma poi parte sicuramente sennò ci fate un coso grande così”
E subito dopo l’eco del bianco vestito:
“Vorria ben veder. Ostregheta, averlo saputo, no g’avrei meso neppure la sveglia e mi saria alzato all'ora che volevo io.”
Scambio qualche messaggio con Carlocelenza che mi risponde immediatamente. Due risate e quattro battute tra e su di noi ma anche riguardo a Mastronxo, Mirta, Daniele e Fabrizio, mi fanno passare il tempo di attesa allegramente.
Finalmente l’urlo dei reattori ci porta in cielo.
Viaggio lunghissimo ma, appena scesi dalla scaletta, la felice sensazione di non aver volato per chilometri ma per mesi: siamo decollati in una fredda giornata di dicembre e atterrati in pieno luglio.
Purtroppo, evidentemente, questo primo giorno di vacanza lo è anche per la signora Sfiga che sicuramente ha approfittato anche lei di quell'irrinunciabile offerta turistica, al caldo tepore equatoriale.
Non contenta di forature e ritardi, uno dei pulmini anteguerra che ci stanno portando al villaggio si blocca come un asino recalcitrante.
Dopo aver aperto il cofano e aver finto di capirci qualcosa, i due autisti propongono la più ovvia delle soluzioni:
-Donne e bambini sulla vettura ancora miracolosamente funzionante e i maschi adulti ad attendere il ritorno del pulmino superstite, dopo aver scaricato la prima parte di passeggeri e bagagli alla meta -
Rimasti soli, la voce del -lagunare candido- propone:
“Ohi putei, possiamo fumarci una sigaretta de fora, mentre attendemo che quèli tornino”
Non l’avesse mai detto; di lì a poco, un violento acquazzone tropicale ci costringe a tornare immediatamente all’interno del minibus in panne, mentre lo sterrato si trasforma in poltiglia.
Non contento, l’immacolato, finiti i dieci minuti canonici di temporale e uscito nuovamente il sole, propone una soluzione fai da te:
“Porca l’oca, andemo tutti da drio a spingere, magari questa ferraglia se mette in moto”
Mentre l’autista si siede al volante, noi tutti iniziamo a spingere poggiando le mani sul lato posteriore (del pulmino intendo, dato che le signore erano tutte ripartite). Purtroppo il “venexian”, in quanto tale, è evidentemente poco pratico di ruote, autoveicoli e strade sterrate inzuppate; infatti si mette a spingere proprio dietro le ruote e in corrispondenza del tubo di scappamento.
Dopo un rantolo, un paio di colpi di tosse e un rumore di cinghie allentate, la furgonetta parte sgommando sul terreno bagnato spruzzando fango e sputando una nuvola di fumo da fare invidia alle ciminiere della rivoluzione industriale.
Soddisfatti, risaliamo tutti a bordo assieme a qualche incomprensibile parola in veneto.
Dopo un’oretta in balia degli ammortizzatori scarichi e più shakerati di un Daiquiri, entriamo nella hall del villaggio.
Ci accoglie un inspiegabile silenzio e l’assenza totale di persone; rimaniamo tutti immobili, zitti e sconcertati finché, improvvisamente, tutte le porte che danno sul grande ingresso si aprono contemporaneamente e una moltitudine di ragazzi e ragazze dell’animazione ci accoglie festanti al grido:
“Benvenuti nei viaggi del Ventaglio!”
Uno solo risponde; è abbigliato con scarpe, calzoni e la parte inferiore della camicia color fango putrido mentre quella superiore assieme a collo, viso e capelli sono di un’allegra tinta -fumo di nafta- che lascia intravedere solo il bianco degli occhi:
“Andei tutti in mona! Voi e il vostro ventaglio”.
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Re: Gara 65 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Lodovico » 24/07/2017, 17:19

TRAVELLAND
Travelland.jpg
Travelland.jpg (198.05 KiB) Visto 45 volte

I marciapiedi in marmo bianco riflettevano il chiarore dei lampioni. Là, in fondo, altre luci in una tonalità di giallo più intensa, delimitavano i bordi e le nervature del Cupolone. L’uomo percorreva lentamente via della Conciliazione attardandosi a osservare i massicci palazzi e la pavimentazione a “sanpietrini” della strada. Un profumo di supplì e arancini di riso arrivava dalla bottega alla sua destra. San Pietro diveniva, passo dopo passo, sempre più maestosa e l’abbraccio del colonnato del Bernini sempre più avvolgente. Si stupì della perfezione della piazza dove l’obelisco rappresentava la “goccia” che riempiva il vaso della perfezione.
E poi il buio.
Andrea si tolse il casco della realtà virtuale. Il suo quarto d’ora di passeggiata libera per Roma era terminato. Intorno a sé decine di persone appoggiavano gli occhiali 3D sui tavolini dove gli utenti seguenti li avrebbero trovati, pronti per essere indossati e che li avrebbero trasferiti nella città eterna con quei colori, suoni e persino odori inconfondibili. Tutto ricreato virtualmente.
Si diresse all’uscita. La prossima attrazione lo attendeva. Probabilmente avrebbe scelto la visita guidata della basilica. O la crociera sul Tevere. Oppure, ancora i musei vaticani o la fontana di Trevi, con lancio della monetina. In versione digitale.
Centinaia, migliaia di persone passavano trafelati al suo fianco. Ognuno alla ricerca di bellezze da vedere, di emozioni da provare, di luoghi da visitare. “Tutto rigorosamente, tragicamente, schifosamente falso” disse Andrea tra sé e sé.
Ma l’ora tarda lo convinse che, prima di tutto ciò, anche lo stomaco aveva le sue esigenze. La zona dei ristoranti, invece, era reale, con i suoi profumi tipici. Coda alla Vaccinara seduto comodamente in una ricostruzione di una bettola di Trastevere oppure un trancio di pizza bianca con la “mortazza”? Andrea lesse il suo destino all’interno del portafoglio. Dopo pochi minuti stava mangiando un panino con la porchetta. Quello si era potuto permettere e acqua della fontana. E la rabbia ricominciò a montare all’interno del suo animo sconvolto.

Edoardo si aggiustò la cravatta. L’aria condizionata era fin troppo sfacciata in quella sala dalle finestre enormi. Seduto al vertice del tavolone lucido diede inizio alla riunione.
- Signori, avete potuto leggere nel documento che vi ho fornito che il fatturato si è impennato per l’anno in corso. L’aggiunta di altre città virtuali ha pagato in termini di visitatori in modo sensibile. Parigi e Londra, le nostre aggiunte recenti, al momento sono le più visitate. Perciò ho commissionato una ricerca per valutare se ulteriori nuove città potrebbero portarci ancora una crescita. Pensavo di aggiungere luoghi più esotici come Tokio oppure Bangkok.
L’uomo alla sua destra alzò la mano
- Dimmi, Mario.
- Hai letto il preventivo per la campagna pubblicitaria?
- Sì, direi che può andare bene, bisognerà poi scegliere tra i loghi proposti e lo slogan. A me piacevano “il viaggio senza il peso del viaggio” oppure “vedere, viaggiare, conoscere”.
Edoardo Ferrari, amministratore delegato ideatore e fondatore della “Travelland SPA”, società gestore dei parchi di divertimento a tema, che permettevano di visitare famose città del mondo in modo virtuale, osservò i visi degli altri membri del consiglio di amministrazione. Gli piaceva cercare di indovinare i pensieri della gente. Era sicuro che la maggioranza avrebbe scelto il primo slogan. E così fu.
Guardò fuori dalle vetrate trasparenti della sala riunione, all’ultimo piano del palazzo degli uffici. Ai loro piedi Roma, ricostruita in scala, ma fedelmente, nei suoi monumenti principali, tutti visitabili virtualmente. E, poco più in là Londra, Parigi, Berlino, New York, Venezia, Barcellona, Mosca.
Un impero giaceva ai suoi piedi.
Il suo impero.

La figura china nella stanza accanto, avvolta nel suo vestito scuro, appariva stanca. Il viso tra le mani nascondeva la disperazione. Quella che ti ingoia nella sua aura grigia e guida il tuo cervello per sentieri che confinano con l’inconcepibile. E che ti fa agire come non avresti mai dovuto, mai pensato, mai sperato.
Il maresciallo lo stava osservando. Ormai conosceva la sua storia e gli sembrava assurda. Ma assurdamente empatica. Un brutto scherzo gli avevano fatto la sua mente e la sua sofferenza. “L’amore e il lavoro sono per le persone ciò che l’acqua e il sole sono per le piante.”. Il maresciallo ricordava di averlo letto da qualche parte, forse su Facebook, non aveva importanza. Ma quella frase era vera, molto vera. E quell’Andrea, proprio come una pianta, era avvizzito per mancanza sia dell’uno che dell’altro. Dopo il fallimento della sua piccola agenzia di viaggi anche la moglie lo aveva abbandonato. Né lavoro né amore, né acqua né sole. E allora una pianta in fin di vita, prima di perdere tutte le foglie, sente il bisogno di portare con sé nella morte chi ha provocato, secondo lei, la siccità e le tenebre. E Andrea lo aveva individuato, il suo oppressore. Quell’uomo che, secondo il ragionamento di un cervello sconvolto e malato, aveva portato alla diminuzione dei suoi clienti. Come gli edicolanti che non vendono più giornali a causa di internet, come i negozi che chiudono per la concorrenza dei supermercati. “Il viaggio senza il peso del viaggio”. E i turisti si accontentavano di un cammino virtuale senza prendere un aereo, senza passare ore in treno, senza perdersi per le metropolitane. Edoardo era divenuto la sua ossessione, la causa scatenante dei suoi problemi, e Andrea lo aveva avvolto nel suo stelo, trascinandolo con sé negli inferi. Con un solo colpo di pistola.
Un uomo in divisa, prendendogli delicatamente il braccio, lo aiutò ad alzarsi. Come una pianta sfiorita viene strappata dal vaso, così Andrea abbandonò la sedia. Ma l’angoscia no. Quella stava alzandosi con lui e lo avrebbe accompagnato per sempre.
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Enrico Gallerati
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Re: Gara 65 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Enrico Gallerati » ieri, 20:09

il circo dalla cupola color argento


Avevamo iniziato a vagabondare senza meta. All'inizio del nostro vagare avevamo un passo carico di afflizioni, ma strada facendo avevamo sentito il passato sciogliersi alle nostre spalle, e una piccola serenità ci aveva guidato in quell'ignoto vivido di novità e speranze.
Berto arrancava in fondo al gruppo; saltellava tenendo la zampa sollevata. Stufo di vederlo in fondo con gli occhi spalancati dalla fatica lo avevo issato e messo nello zaino, subito aveva miagolato e tirato fuori la testolina; era buffo vederlo osservare con interesse il mondo.
L'aria era della prima periferia. La diga di cemento dei palazzi finiva costeggiando la tangenziale, oltre i campi pieni dell'oro del grano, per un momento quelle spighe bionde le avevo viste dentro gli occhi di Sveva.
Lei si era fermata a contemplare il paesaggio, in quel momento i lineamenti del suo volto si erano fatti come quelli di una bambola, emanavano serenità.
Aveva ripreso il passo, dietro i due gatti si divertivano a giocare con la sua lunga gonna.
Io mi sentivo meglio. L'odore di sterco nei campi mi rievocava l'infanzia. Ogni volta che pensavo alla mia famiglia era come un sogno ad occhi aperti. Vedevo mio padre insieme a mia madre, tenevano per mano mia sorella Susanna, e con le palpebre che si chiudevano e aprivano lentamente mi salutavano, per poi voltarsi e sparire dentro un cielo pieno di colori.
Chissà se non fossero morti? Forse adesso farei l'agricoltore in quel piccolo paese immerso nella Pianura Padana.
Erano poche case in sassi e una chiesa che odorava d'incenso; il suo campanile aveva battuto le ore più luminose della mia esistenza.
Ora camminavo al fianco di Sveva, mano nella mano, sopra la volta celeste e il rumore di un ruscello invisibile.
Avevamo mangiato accanto a quel rumore segreto. Ormai ero abituato a quella visione, io, Sveva e i tre gatti, i nostri odori erano l'inchiostro con cui avevamo scritto gli ultimi otto anni delle nostre vite.
Avevamo fatto l'autostop, andavamo dritto, sempre dritto fino a che la terra non avrebbe lasciato posto al mare.
Non dovevamo essere distanti, io lo immaginavo dietro le tre montagne che si scorgevano oltre il bosco, forse era proprio lì, mi pareva di sentirne il profumo, il suo piacevole rumore.
Quella notte io e Sveva parlammo a lungo, lo facemmo con un'empatia mai provata prima d'allora.
Tra le mille lucine gialle appese nel cielo plumbeo, e il nostro amico falò, parlavamo, fitto fitto.
Non riuscivo più a vivere senza il crepitio del fuoco, ci aveva tenuto compagnia nella ruggine della vita, aveva filmato le nostre vite sui muri di quella discarica sotterranea. Ricordo tanti momenti, tanti silenzi, e il fuoco che era l'unico a parlare.
Il fuoco era ormai un rito, lo accendevo sempre, con la pioggia o il sole, d'inverno e d'estate, il suo profumo m'infondeva tranquillità in quel periodo estremamente difficile.
Il viso di Sveva era dolce, dentro gli occhi si specchiavano le sue parole, erano parole di dolore di una madre che aveva perso forse per sempre la figlia, erano i sogni infranti, era il non aver capito sé stessa e il prossimo, così gesticolando mi spiegava come tutto fosse così confuso.
- Sai a me piacciono anche le donne, non te l'ho mai detto ma è così -
Forse lei s'immaginava di vedere in me dello stupore, e invece ero rimasto tranquillo, in fondo lo avevo sempre saputo.
- Non dici nulla? -
- L'unica cosa è che se mi abbandonassi per una donna mi dispiacerebbe, ma al pari di un uomo, io vedo l'abbandono non come uomo o donna. Se mi dovessi lasciare vuol dire che non mi vuoi più bene, e questo mi ferirebbe molto, se poi vai con un uomo o una donna che differenza fa? -
Lei era rimasta stupita di quella risposta, sorseggiava il tè ai mirtilli, lì accanto al bosco di castagni che preso nell'abbraccio del vento stormiva ritmicamente.
Baciai Sveva, lo feci con forza, quasi brutalmente, tanto che per la mia foga le feci cascare la tazza con l'infuso a terra.
Subito dopo mi sentivo affranto, lei mi guardava con i suoi occhioni azzurri, però in viso aveva un lieve sorriso.
Raccolse i cocci della tazza, poi si avvicinò, il fuoco prese energia, lapilli volavano nell'aria rarefatta, il vento freddo pareva uscire dalla bocca di una grotta.
Mi prese la mano, il vento fischiava, poi lentamente la avvicinò al suo seno, era caldo, piccolo, sodo.
I suoi occhi, i capelli che le cadevano sul profilo del viso, erano spiarli bionde in grado di fare danzare la luna.
La sua pelle baciata dalla luce della notte era bagnata, candida sapeva di fiore...

Ci svegliammo presto, c'era un forte odore di frutta. Eravamo entrati in un piccolo bar, era sul fianco di quell'infinita serpe d'asfalto che correva al lato del dirupo. In certi punti il paesaggio era davvero spettacolare, la natura era potente. Le montagne, i boschi, il fiume che correva a centinaia di metri sotto di noi.
In certi momenti pareva che Dio lì fosse più vicino.
I tre gatti erano sul finire del precipizio, anch'io e Sveva eravamo ai piedi di quella spaccatura arcaica.
L'aria era fredda e ognuno di noi era immerso a osservare il paesaggio, tanti occhi lucidi davanti a quel dirupo aereo.
Cinque creature legate dalla sorte. Cinque creature abbandonate eppure in grado d'amare. Eravamo gli orfani del nuovo mondo come lo erano le stelle.
Il bar era in una penombra antica, solo un cono di luce biancastra, quasi polverosa, entrava da l'unica finestra stranamente posizionata troppo in alto.
L'atmosfera era dimessa, i gatti erano appena fuori dall'ingresso che si facevano la toilette. C'era una tenda scacciamosche, il banco di fattura povera, sopra due brioche dall'aria stantia.
Attendevamo ma nessuno si faceva vivo. La macchina del caffè doveva avere almeno trent'anni, ma nonostante l'umiltà dell'arredo era tutto ben pulito e disposto.
Poi finalmente la tenda si mosse, apparì una ragazza dai lunghi capelli neri. Ero rimasto ammagliato dal suo fascino, ogni suo passo mi elettrizzava.
Con una leggerezza sensuale raccolse una tazzina del caffè sporca e la depositò nel lavandino.
Poi si voltò, i suoi occhi erano neri, ma brillavano come gemme.
Mentre preparava il caffè osservavo il suo sedere che muoveva la leggera gonna. Quando appoggiò le tazzine sul banco trasalii, quasi non mi ricordavo che Sveva mi era accanto, così mi ricomposi e iniziai a bere il caffè. Cercavo di non farmi rapire. Lei però pareva caduta dal cielo, anche la sua ombra disegnato sul pavimento era erotica.
Io ero incantato, ma con stupore notai che lo era anche Sveva.
Lei restava lì a farsi ammirare, poi notai le dita di Sveva avvicinarsi alla mano della ragazza.
Lei le aveva sorriso, poi si era voltata facendo svolazzare i lunghi capelli neri, aveva ammiccato, sempre verso Sveva.
Giocava con l'aroma del suo corpo, era strano ma nella mente vedevo Sveva che faceva l'amore con quella ragazza dai lunghi capelli orientali.
Finii il caffè e poi appoggiai la tazza sul legno sbiadito del banco, pagai e uscii. Sveva era rimasta all'interno.
Guardavo le spesse rughe delle montagne, il verde della foresta: era la prima volta che provavo gelosia, ma avevo il cervello in tumulto. Come si poteva essere impassibile ad un esemplare di femmina tanto afrodisiaca?
Ero ingelosito perché Sveva aveva fatto cenni d'intesa al suo indirizzo, ma poi avevo anche sentito la rivalità di Sveva che aveva avuto la meglio su di me, erano sensazioni nuove che faticavo a comprendere, ma che mi logoravano la mente mettendomi in uno stato di disordine mentale.
Mi rinfrescai a una fontana a pochi metri dal bar. Era formata da una larga vasca scavata nel tufo, una bocca leonina d'ottone sputava un'acqua trasparente, gelida.
Mi bagnai la faccia, poi vidi il mi volto riflesso nelle acque della vasca.
Per un momento trattenni il pianto, i miei occhi erano tristi. La mia famiglia era lassù, più in alto del volo delle rondini, delle nuvole, e mia moglie era lì a flirtare stupidamente con una ragazza.

Poco dopo eravamo davanti al mare, avevamo trovato un passaggio su un furgone, alla guida un ragazzo di poche parole, però aveva un fare gentile, rassicurante.
Lo avevamo ringraziato, e poi lui aveva proseguito per la sua vita e noi per la nostra.

C'era il mare, ad est il tendone colorato di un circo, la sua cupola era d'un maestoso color argento. Sveva la osservava dalla battigia, in alto la notte. Mi piaceva l'aspetto poco curato di Sveva, la natura libera come il vento quella notte l'aveva voluta bella.
Poi, usando il sesto senso che solo le donne hanno, aveva captato che la stavo osservando, così si era voltata e aveva fatto un sorrisetto carino.
- E' incredibile – aveva detto Sveva con il volto rivolto sempre verso il tendone del circo.
- Ieri notte ho sognato che lavoravamo in un circo… e che c'era... - ora si era fermata, aveva dentro gli occhi una profondità pura, il quel momento le stelle mi pareva fossero in sintonia con lei, e lei al centro di quella cupola nera disseminata di coriandoli, aveva gli occhi languidi d'emozioni.
- Che strano… questo circo è davvero uguale a quello del sogno, è incredibile... -
Lei d'istinto faceva piccoli passi in direzione del tendone che era issato in una radura, intorno a delle culle di legno con in grembo delle buffe barche cabinate abbandonate all'incuria.
Sveva si era fermata a contemplare il suo strano sogno, come a volerlo liberare dal buio della notte in qui le era apparso.
Sul mare c'era disegnata la falce della luna, Sveva camminava sulla battigia scalza, pareva guidata da un'entità sopranaturale.
Il circo era chiuso ma le mille luci che lo addobbando erano rimaste accese, lì sulle robuste cime dei tiranti, sembrava una nave da crociera spiaggiata.
Sveva guardava il circo estasiata, con la bocca aperta e gli occhi puerili.
- Milo, oggi è il compleanno di Dorota, compie quattordici anni… -
- Già e vero, sai che ormai non me ne ricordo neppure più – dissi sconsolato.
Ci abbracciammo: davvero quella sera c'era qualcosa di strano, anche il paesaggio pareva leggero, tutto era in armonia. La chiatta che avevamo davanti si muoveva sotto la spinta del moto ondoso, il legno cigolava, c'erano delle persone che cenavano e parlavano amabilmente. Era un ristorante in stile asiatico, dalle cucina usciva il tipico profumo della cucina cinese.
Io e Sveva avevamo fame e sonno, ma quella notte non era uguale alle altre. Bevemmo un paio di birre e poi passeggiammo lungo la battigia. Nel cielo c'era uno scarabocchio di stelle che sembravano parole.
Ci addormentammo così, davanti a quelle parole di luce stampate negli abissi dell'universo.
Sveva aveva la testa sulle mie gambe, Oliver e Artù sulla pancia di Sveva, e Berto sulla mia, tutto come otto anni fa quando questa atroce storia era cominciata.
Sentivo il rumore del mare, qualche parola lontana, e poi mi sembrava che Dorota ci fosse accanto, con la sue manine lattee accanto al viso. Sentivo il suo respiro, il suo odore, ma voltandomi notai che era Oliver. Aveva cambiato posizione e ora dormiva tra di noi come faceva Dorota fino a otto anni fa. Ricordo che una volta addormentata la portavo nella sua cameretta. A volte mi fermavo a guardarla a lungo, forse avevo la sensazione di perderla, forse no, fatto sta che la scrutavo con una punta d'amarezza nel cuore.
Lei respirava piano, la coda color cenere dritta sul cuscino.
Pensavo ad occhi aperti: chissà se nostra figlia Dorota lavorava davvero in quel circo dalla cupola color argento?
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