Gara 65 - Bando e racconti

Questa è la sezione dove sia i nuovi arrivati che i veterani possono partecipare alle nostre Gare letterarie periodiche. La partecipazione è libera e gratuita, l'importante è avere voglia di mettersi alla prova, conoscere gli altri autori e migliorarsi a vicenda. Il vincitore di ogni Gara dovrà/potrà organizzare la Gara successiva. Ogni Gara sarà pubblicata in E-Book gratuiti e liberamente scaricabili.
Mettiti alla prova!
Ida Dainese
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Gara 65 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Ida Dainese » 05/07/2017, 17:16

Viaggi, amici, bagagli.jpg
Un saluto a tutti! Si riparte! Visto il periodo, vi propongo un tema vacanziero:

“Viaggi, amici e bagagli”

Potete raccontare di un viaggio fatto in compagnia di uno o più amici, di breve o lunga durata, con qualsiasi mezzo di trasporto, verso qualsiasi meta.
Viaggi di sogno o vere odissee, dove avete fatto nuove amicizie o vi siete accapigliati con quelle vecchie, dove avete perso bagagli o preso quelli degli altri.
Potrebbe essere anche un viaggio che vorreste fare o che avreste desiderato.
Ammesso qualsiasi genere: comico, noir, giallo, fantastico, horror…

Vi ricordo le regole ufficiali, che trovate qui: viewtopic.php?f=80&t=2308

Riassumendo:
- lunghezza massima del testo: 1000 parole o 6000 caratteri (spazi inclusi) con una tolleranza del 10%;
- chi partecipa dovrà votare e commentare tutti i racconti eccetto il proprio; in caso contrario verrà escluso dalla Gara e non riceverà alcun premio né pubblicazione;
- ogni racconto dovrà essere corredato di un’immagine, da inserire preferibilmente in apertura del brano;
- voti da 1 a 5, consentiti anche i tagli a mezzo (1,5 e così via fino al 5);
- i racconti postati non potranno più essere modificati se non a gara conclusa; al termine dei giochi, si potranno apportare eventuali modifiche per la pubblicazione sull’e-book.

Date:
I racconti potranno essere postati come risposta a questo messaggio fino alla mezzanotte del 16 agosto 2017.

I commenti e i voti dovranno invece essere postati a questo link: viewtopic.php?f=80&t=5103 dal 17 agosto fino alla mezzanotte del 30 agosto.

Chi vincerà avrà l’onore e l’onere di organizzare la gara successiva.
I premi saranno:
1. Pubblicazione dei racconti in digitale, con il consueto e-book.
2. Il vincitore otterrà un abbonamento di 10 euro grazie al quale saranno scaricabili gli ebook integrali (pdf o epub) delle nostre pubblicazioni cartacee (vedi post "I premi delle gare" qui: viewtopic.php?f=80&t=2472).

Buon lavoro ma soprattutto buon divertimento!
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Angela Catalini
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Re: Gara 65 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Angela Catalini » 08/07/2017, 16:43

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Premessa: Percy Harrison Fawcett è stato un militare, archeologo , esploratore britannico. Assieme al figlio maggiore, Fawcett scomparve nel 1925 durante una spedizione alla ricerca della «Città perduta di «Z», come dal titolo del film di James Gray. La sua scomparsa scatenò decine di spedizioni di ricerca, ognuna delle quali tornò con ipotesi rivelatesi poi infondate. Si dice che circa cento persone siano morte nel tentativo di ritrovarlo.
Questo è il racconto di una di quelle spedizioni. Un racconto di fantasia.


Mondo perduto.

Molti anni dopo Stephen Lockwood avrebbe rivisto Taïs china su di lui, con lo stesso sguardo enigmatico a respirargli il respiro, accucciata come un animale.
Tentò di parlare, ma la gola era stretta in una morsa, rigida come il corpo che giaceva sul terriccio umido, trafitto da milioni di piccoli aghi maligni. Solo la mente gli apparteneva ancora, ma non era sempre lucida. Quando succedeva, Stephan si aggrappava ai brandelli di ricordi come un naufrago, chiudeva gli occhi e tornava nella sua amata Inghilterra.
Solo otto mesi prima era stato convocato da Sir Highwall, della Royal Geographical Society per intraprendere un viaggio alla ricerca del maggiore Percy Harrison Fawcett, disperso nella foresta Amazzonica insieme al figlio Jack. Stephan conosceva Percy, avevano prestato servizio nella Royal Garrison Artilery a Cork e per di più, era già stato nel Sudamerica. Partì insieme ad alcuni amici dell’Università, tra cui un geologo e un antropologo. Sebbene le intenzioni e le forze in campo fossero le migliori che si potessero auspicare, nessuno era preparato per affrontare l’oceano verde, che li inghiottì e li risputò come cibo indigesto.
Le malattie e gli animali feroci non erano gli unici pericoli che dovettero affrontare. La giungla era piena di segreti, di trabocchetti e di primitiva ferocia e non si fermava mai, non riposava mai, era invincibile. La spedizione, dopo aver lasciato Manaus, si era imbarcata su un battello che risaliva il Rio Negro. Ma la via fluviale, sebbene fosse la più comoda, si rivelò anche la più infida, perché le rive erano popolate di tribù indigene che si accampavano lungo i corsi d’acqua sugli alberi o sulle palafitte. Attaccati dai selvaggi, fiaccati dalle febbri, assediati dai serpenti velenosi e dai caimani che infestavano il Rio Negro, rimasero in pochi e l’Inghilterra, dopo neppure un anno, cedeva lo scettro all’Amazzonia, dichiarandosi sconfitta.
Fu durante uno di quei terribili giorni in cui le scorte di cibo cominciavano a scarseggiare e l’umore dei portatori era sempre più irascibile, che trovarono la ragazzina. Doveva appartenere a una delle tribù dell’entroterra, perché aveva tatuaggi diversi rispetto a quelli delle tribù che avevano incontrato. A parte gli animali totemici, alcuni parevano costellazioni, astri nascenti. Qualcuno le aveva tagliato la lingua e l’aveva lasciata legata e agonizzante vicino a un nido di formiche. Il motivo di tanta crudeltà era incomprensibile data la giovane età, e Stephan si prese cura di lei, nonostante il parere contrario delle guide indios che la ritenevano uno spirito maligno.
Quando Stepan si ammalò, poiché era l’unico occidentale rimasto - dopo che gli altri si erano dati per vinti e avevano deciso di tornare indietro, o erano deceduti durante i numerosi incidenti - non costituiva più una minaccia, e i portatori pensarono bene di dileguarsi, lasciandolo agonizzante nel bel mezzo della giungla.
"Subirò la stessa sorte di Percy, divorato da un luogo lussureggiante e misterioso, bellissimo e mortale" pensò Stephan. La fumosa Inghilterra era lontana, con i suoi cieli grigi e la pioggia fitta che avvolgeva la brughiera e ne cancellava i confini.
La ragazzina nel frattempo aveva riacquistato le forze e benché la pietà non fosse nella natura indigena, forse più per curiosità, si prese cura di lui procacciando i pasti, spalmando unguenti, recitando preghiere mute, bruciando erbe, proteggendolo dagli animali, dal freddo, da se stesso.
Molti anni dopo, quando Stephan si trovava nella residenza per anziani di Brighton, tra la vita e la morte, ritrovò Taïs, la piccola indios. Quasi completamente occidentalizzata, vestita alla moda, con i capelli raccolti in una veletta, non aveva perduto lo sguardo animale e quel modo di respirare così vicino alla bocca, quasi per carpirne i segreti e infondere energie.
- Ne hai fatto di strada, piccola indigena – disse Stephan accennando a un sorriso. – Non abbiamo trovato Percy ma, quel viaggio, è stata la cosa migliore della mia vita. Ne sono uscito rafforzato ed è stato come se avessi percorso l’intero Universo.
Taïs tirò fuori dalla borsa un sacchetto di erbe, versò un po' d'acqua nel bicchiere e le fece galleggiare, controllando che andassero per il verso giusto con soffi regolari.
Fuori il vento portava il suono degli uccelli che accorrevano a frotte per nascondersi dalla bufera.
Stephan chiuse gli occhi grigi come il cielo d'Inghilterra e immaginò l’Amazzonia, le scimmie che saltavano sugli alberi, i pappagalli che s’affollavano sui rami e il rumore dei tronchi sul fiume, scintillante serpente indomito e fecondo.
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Ser Stefano
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Re: Gara 65 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Ser Stefano » 15/07/2017, 11:20

UN ATTIMO
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Carlo ha sedici anni e una sola cosa in testa, anzi due. Le sta fissando proprio in quel momento e quasi non riesce a deglutire. Guarda ipnotizzato la goccia di sudore che scivola nella camicetta di Silvia, aperta di un bottone oltre il lecito. La carrozza è sprovvista di climatizzazione e fa un gran caldo. Lei ha almeno dieci anni più di lui, lo sguardo perso fuori dal finestrino e un sorriso compiaciuto appena accennato: dal riflesso nel vetro vede l’espressione del giovane sconosciuto che le guarda il seno e questo la rincuora. Quella stessa mattina ha modificato il proprio stato social da “fidanzata” a “single”, il giorno prima ha sorpreso il fidanzato con la migliore amica in atteggiamenti molto più che ambigui. Questo viaggio è solo la naturale irrazionalità di allontanarsi dal luogo e dai problemi, dal dolore e dalla vergogna.
A fianco del ragazzino che la mangia con gli occhi, siede quella che probabilmente è la madre. Sembra una donna determinata e sicura di sé. Niente di più sbagliato. Almeno tre volte alla settimana viene picchiata dal marito. Quattro, se riesce. Lo fa arrabbiare apposta, cucina male, nasconde le magliette preferite, rompe sbadatamente piatti e bicchieri. Non lo ammetterà mai a nessuno, neanche a sé stessa, adora essere picchiata.
Una logora moquette bordeaux sul pavimento divide le due file di sedili come una spada medievale. Dall’altra parte Giulio ascolta musica dall’auricolare del telefonino e legge un libro di fisica applicata. In realtà sta pensando alla chimica, cioè a quello che succederà nel corpo quando stasera fumerà uno spinello con l’abituale cricca di amici. Gli esami sono alle porte, deve pure scaricare la tensione in qualche modo.
Tutti i sedili davanti sono vuoti, evento più unico che raro.
Abderraim è in piedi, vicino all’uscita della carrozza, concentrato a vedere quando arriverà la prossima stazione e, soprattutto, se salgono controllori. Non ha il biglietto. Al suo paese non l’ha mai fatto, non concepisce che senso abbia iniziare ora.
Sullo stipite della porta, accanto alla sua mano c’è un disegno osceno che non riporterò. Tra lo spazio vuoto dei due vagoni si può notare con la coda dell’occhio un pettirosso che si allontana precipitosamente, spaventato.
La carrozza davanti è climatizzata, ma sembra funzionare al minimo e l’aria fresca che produce è quasi impercettibile.
Sul sedile di destra Vanni e Lucia si stanno baciando. Vanni l’ama alla follia, è sicuro di aver trovato la ragazza perfetta, non vorrà nessun’altra. Lucia sta pensando di lasciarlo. Ha scoperto di essere innamorata di un compagno di classe, ma non sa come scaricare Vanni che è diventato improvvisamente scomodo e orribile.
Sui sedili dall’altra parte del separé, ci sono proprio i suoi compagni di scuola, due ragazze e tre ragazzi. Uno di loro sta tirando una bottiglietta di acqua verso l’altro, ma nella traiettoria colpirà una ragazza. L’amica potrebbe avvertirla, ma la considera una smorfiosa quindi non lo farà. Il terzo ragazzo guarda Vanni e Lucia avvinghiati e freme d’invidia. Sa che Lucia prova qualcosa verso di lui, lo sente, ma finché ci sarà di mezzo Vanni non potrà succedere niente.
Davanti alla porta di fine carrozza c’è Maria Giovanna, ottantasei anni. Da oltre sei prende quel treno per andare a trovare i nipotini in città. Per lei è stata una giornata fantastica, i nipotini le danno tutta la gioia che sembrava perduta dopo la morte del marito. Eppure le iridi di Giovanna si stanno dilatando. Sta guardando qualcosa davanti a sé, oltre i due spessi plexiglass di divisione.
Nell’intercapedine tra le due carrozze, guardando in basso, noteremo che il rivestimento del pavimento è curvato, quasi che il giunto di collegamento sia piegato. A dir la verità, tutto il vagone davanti è inclinato verso il basso, la sensazione dell’inizio discesa delle montagne russe.
Paolo è in pedi, più o meno al centro della vettura, parla al cellulare isterico. Sta discutendo con l’assicuratore che non lo vuole rimborsare perché al momento del tamponamento non aveva la cintura di sicurezza. Ah sì, è sollevato di venti centimetri da terra.
Tutti i presenti non sono più seduti sui sedili, sono come sospesi, alcuni verso l’alto, altri verso il sedile davanti. A Carlo piacerà andare contro il sedile davanti. C’è anche un neonato, sta prendendo il volo con culla, ciuccia e pupazzetto giallo di un sole che ride. La madre sembra non accorgersene, intenta ad aggrapparsi a qualcosa. Un grosso signore stava bevendo da una bottiglietta, gli è scivolata dalle mani e ora disegna criniere cristalline nell’aria.
Oltre a quel vagone c’è solo la motrice. Quando vi entriamo veniamo accolti da turbine di fogli di carta, penne, qualche borsa di plastica e un panino mezzo mangiato. Andranno a sbattere verso la parte posteriore perché la motrice è quasi in posizione perpendicolare.
Roberto è avvinghiato alla manopola dell’acceleratore e la tira come fosse un pilota di un aereo in decollo. Sta urlando, il viso deformato in un’espressione folle, impossibile da replicare. La certezza che oggi morirà. Gli mancano solo due anni alla pensione.
Sotto la motrice, diverse rotaie di acciaio si librano nel cielo, ancora intatte. Non hanno ceduto loro. Dalla percentuale di pezzi di cemento e tondini di ferro che volano sotto e intorno al mezzo è ovvio che l’armatura era sottodimensionata. La conseguenza non era questione di “se” ma di “quando”.
Duecento metri più sotto, tra le rocce umide e ricoperte di muschio, la lucertola ha scorto una gustosa preda e si sta avvicinando con circospezione. Vi rinuncia, avvertita da un innato sesto senso e da un’ombra che si allarga velocemente tutto intorno. Si prepara a correre veloce sulle zampette per salvare, se non il pasto, almeno la propria vita.

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Angelo Manarola
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Re: Gara 65 - Bando e racconti

Messaggio da leggere da Angelo Manarola » 18/07/2017, 12:19

MONA SENZA LISA MA CON SCARPE, CALZONI E CAMICIA TUTTI RIGOROSAMENTE BIANCHI
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mona-lisa-parodies-08.jpg (61.77 KiB) Visto 49 volte




Il viaggio sognato da una vita è ormai prossimo. Le istruzioni parlano chiaro: check-in due ore prima dell’orario di decollo con destinazione il paradiso: l’isola di Zanzibar.
Partenza da casa che il sole non è ancora sorto; dopotutto, si sa, anche se occorrono meno di due ore per raggiungere l’aerostazione, bisogna sempre calcolare qualche imprevisto.
Viaggio perfetto con le uniche soste -pipì- della fedele compagna di vita che, come tutte le donne, pare sempre colpita dalla sindrome da “vescica iperattiva” ogni volta che si intraprende un viaggio con orario di arrivo prefissato.
La macchina improvvisamente inizia a sbandare e lo sterzo diventa più rigido. Freccia e sosta sulla piazzola d’emergenza.
Mannaggia la pupazza impestata del chissà che: pneumatico forato.
“Arriveremo tardi in aeroporto?” mi raggiunge la vocina preoccupata di mia moglie, come al solito semi addormentata al mio fianco, escludendo ovviamente gli imprescindibili pit stop da -se non ti fermi subito, te la faccio sul sedile-.
“A tutto c’è rimedio” rispondo calmo.
Non sono assolutamente un tipo tranquillo ma, almeno, evito che lei inizi a cercare di calmarmi con noiose massime di dottrina yoga.
Bestemmiando dentro di me come un turco imbufalito, estraggo cric e ruota di scorta; tre litri di sudore e qualche escoriazione alle dita dopo, posso ripartire.
Parcheggiata l’auto, entriamo nella hall dell'aeroscalo e prima di avvicinarci al desk della compagnia aerea, mi reco in bagno per lavarmi le mani ancora sporche per la sosta d’emergenza precedente. Accanto me c’è un tizio vestito come se fosse estate nonostante il mese invernale.
E’ abbigliato con scarpe, calzoni e camicia tutti rigorosamente bianchi. Ovvio sia anch'esso in attesa di volare in una qualche destinazione tropicale.
Mi osserva distrattamente e poi esclama un:
“Boia can, che fredo”
-Grazie al piffero; fuori nevischia e tu sei vestito come un gelataio di Rimini a ferragosto.- rifletto tra me e me.
Raggiungo mia moglie, presentiamo i vauchers, consegniamo le valigie da stiva e ci rechiamo al bar per la solita colazione speciale che offrono tutti gli aeroporti: il solito cappuccino e brioche come ovunque, ma con i prezzi da aragosta al ristorante Biffi di Milano.
La voce metallica dell’altoparlante echeggia:
“DLIN DLON. Avvertiamo i passeggeri del volo numero AKGL e pure HM tre per due uguale sei e diretto a Zanzibar, che l’orario del decollo avverrà con due ore di ritardo”
Subito dopo interviene una voce da un tavolino dietro il nostro:
“Zio can, averlo saputo, mi saria alzato alle quattro e non alle due”
Era il tipo di bianco vestito, incontrato nei servizi igienici.
Due ore sono lunghe; mentre mia moglie girovaga tra boutique free tax e toilette denominate: -non sia mai che mi scappi di nuovo-, mi collego col portatile in internet: vediamo che dice Baglione a proposito della sua rivista letteraria chiamata -E basta guardare donne nude in rete: leggete ogni tanto, che non vi ammazza!-
Trascorsi quasi novanta minuti di attesa, ecco di nuovo la voce gracchiante dello speacker:
“DLIN DLON. Avvertiamo i passeggeri del volo numero AKGL e pure HM tre per due uguale sei e diretto a Zanzibar, che l’orario del decollo avverrà con ulteriori due ore di ritardo, siamo dispiaciuti per l’inconveniente.”
“E vorria veder se g’avean anco da eser contenti. Averlo saputo mi saria alzato alle sei” esclama la voce del gelataio gondoliere qualche sedia più in là.
Altre due ore. Mentre mia moglie prosegue a farsi dissanguare nei negozi, mi ricollego nuovamente a B.A. così curioso un po’ nel forum. Chi avrà postato?
Uno dei due fratelli?
Oppure ci sarà Skyla in preda a un orgasmo per aver trovato un errore di ortografia in un racconto della gara?
Forse c’è anche Lodovico col suo occhio gelido che pare dirti: “Che cacchio scrivi a fare? Tanto vinco io”
Ah no, ci sono Ida e Angela (da scrivere senza d eufonica) che se la raccontano e se la ridono mentre Ser Stefano posta il suo solito:
“Vabbeh, miseri mortali, magnanimamente parteciperò alla gara tanto per passare il tempo” mentre tutti gli altri, invece, se lo immaginano già mentre smadonna come un camionista al termine della competizione, dopo aver constatato che non ha vinto neppure stavolta.
“DLIN DLON. Avvertiamo i passeggeri del volo numero AKGL e pure HM tre per due uguale sei e diretto a Zanzibar, che l’orario del decollo avverrà con un ulteriore ritardo di due ore, ma poi parte sicuramente sennò ci fate un coso grande così”
E subito dopo l’eco del bianco vestito:
“Vorria ben veder. Ostregheta, averlo saputo, no g’avrei meso neppure la sveglia e mi saria alzato all'ora che volevo io.”
Scambio qualche messaggio con Carlocelenza che mi risponde immediatamente. Due risate e quattro battute tra e su di noi ma anche riguardo a Mastronxo, Mirta, Daniele e Fabrizio, mi fanno passare il tempo di attesa allegramente.
Finalmente l’urlo dei reattori ci porta in cielo.
Viaggio lunghissimo ma, appena scesi dalla scaletta, la felice sensazione di non aver volato per chilometri ma per mesi: siamo decollati in una fredda giornata di dicembre e atterrati in pieno luglio.
Purtroppo, evidentemente, questo primo giorno di vacanza lo è anche per la signora Sfiga che sicuramente ha approfittato anche lei di quell'irrinunciabile offerta turistica, al caldo tepore equatoriale.
Non contenta di forature e ritardi, uno dei pulmini anteguerra che ci stanno portando al villaggio si blocca come un asino recalcitrante.
Dopo aver aperto il cofano e aver finto di capirci qualcosa, i due autisti propongono la più ovvia delle soluzioni:
-Donne e bambini sulla vettura ancora miracolosamente funzionante e i maschi adulti ad attendere il ritorno del pulmino superstite, dopo aver scaricato la prima parte di passeggeri e bagagli alla meta -
Rimasti soli, la voce del -lagunare candido- propone:
“Ohi putei, possiamo fumarci una sigaretta de fora, mentre attendemo che quèli tornino”
Non l’avesse mai detto; di lì a poco, un violento acquazzone tropicale ci costringe a tornare immediatamente all’interno del minibus in panne, mentre lo sterrato si trasforma in poltiglia.
Non contento, l’immacolato, finiti i dieci minuti canonici di temporale e uscito nuovamente il sole, propone una soluzione fai da te:
“Porca l’oca, andemo tutti da drio a spingere, magari questa ferraglia se mette in moto”
Mentre l’autista si siede al volante, noi tutti iniziamo a spingere poggiando le mani sul lato posteriore (del pulmino intendo, dato che le signore erano tutte ripartite). Purtroppo il “venexian”, in quanto tale, è evidentemente poco pratico di ruote, autoveicoli e strade sterrate inzuppate; infatti si mette a spingere proprio dietro le ruote e in corrispondenza del tubo di scappamento.
Dopo un rantolo, un paio di colpi di tosse e un rumore di cinghie allentate, la furgonetta parte sgommando sul terreno bagnato spruzzando fango e sputando una nuvola di fumo da fare invidia alle ciminiere della rivoluzione industriale.
Soddisfatti, risaliamo tutti a bordo assieme a qualche incomprensibile parola in veneto.
Dopo un’oretta in balia degli ammortizzatori scarichi e più shakerati di un Daiquiri, entriamo nella hall del villaggio.
Ci accoglie un inspiegabile silenzio e l’assenza totale di persone; rimaniamo tutti immobili, zitti e sconcertati finché, improvvisamente, tutte le porte che danno sul grande ingresso si aprono contemporaneamente e una moltitudine di ragazzi e ragazze dell’animazione ci accoglie festanti al grido:
“Benvenuti nei viaggi del Ventaglio!”
Uno solo risponde; è abbigliato con scarpe, calzoni e la parte inferiore della camicia color fango putrido mentre quella superiore assieme a collo, viso e capelli sono di un’allegra tinta -fumo di nafta- che lascia intravedere solo il bianco degli occhi:
“Andei tutti in mona! Voi e il vostro ventaglio”.
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