Anatomia di un primo piano

Spazio dedicato alla Gara stagionale di primavera 2019.

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Gabriele Ludovici
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Anatomia di un primo piano

Messaggio da leggere da Gabriele Ludovici » 13/04/2019, 16:19

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Photo by Afroz Nawaf on Unsplash

Pè continuava a fare su e giù nell’ampio salone. In altre circostanze si sarebbe divertito un mondo a udire l’eco dei propri passi; un suono inedito, poiché fino al giorno prima quello stanzone era stipato di vecchi mobili, ampi divani e un lungo tavolo. La connotazione “gigante” che solo una casa abitata da tre rami della stessa famiglia può assumere.
Le ante delle finestre, spalancate sul golfo, sembravano accompagnare gentilmente fuori uno degli ultimi inquilini invisibili della casa, ovvero l’odore di fumo. Pè se ne accorse e chiuse gli occhi; sapeva isolarsi dal mondo, proiettando nella propria mente ciò che gli aggradava. Si concentrò su quell’odore e per qualche secondo rivide i tre uomini della famiglia fumare la pipa del dopocena: boccate lente e assopite dal vino, un rito al quale Pè si sarebbe unito di lì a qualche anno.
«Ancora così stai?» lo folgorò la madre. «Sicuro di aver preso tutto?».
Pè fece una rapida panoramica delle poche cose che possedeva e annuì. La donna, uscendo per un attimo dall’isteria della modalità-trasloco, gli carezzò la testa.
«Ti abituerai presto alla nuova casa. In città avremo tutti più spazio, sai? Tu e tuo fratello avrete una stanza tutta vostra».
Il bambino la fissò con feroce e sarcastica perplessità. Nei suoi occhi apparvero delle corse in spiaggia, uno scoglio e una piccola canna da pesca.
«Il mare, be’… potrai rivederlo quest’estate».
Pè serrò le palpebre e si allontanò da quel sepolcro senza mobili.

Città, periferia del centro storico. Un primo piano, separato dalla strada da pochi metri. Là sotto ci stava un negozio in cui, come recitava il cartone appeso al vetro, “S’impagliano sedie”. A Pè, sceso dal camioncino di zio Nuto, sembrò assurdo poter scorgere la finestra di casa nuova alzando di pochi centimetri il mento.
«Levati, sei in mezzo alla strada!» gli gridò un signore a bordo di una bici.
Pè sudò freddo. Non riusciva a scorgere gli sbocchi di quella stretta strada, si sentiva imbottigliato. Il passaggio dei rari veicoli a motore sollevava dei polveroni che rendevano l’aria torbida per interi minuti. In quelle nuvole, il piccolo intravedeva le sagome dei passanti che si fermavano a chiacchierare con coloro che si affacciavano dalle case. Specie dai primi piani.
Funzionava così? Sarebbe diventato anche lui una sentinella appostata alla finestra, col compito di scandire il flusso della via? Niente a che vedere con casa vecchia, dove il suo sguardo veniva assorbito dall’azzurro, dalla salsedine, dalle barche.
«E sali!».
L’invito della mamma fu l’ultimatum.

La palazzina, di tre piani, era malandata. Pè venne accolto da un odore di tabacco ben diverso da quello che conosceva; era stantio, mitigato parzialmente da una leggera brezza di sugo e un soffio di aceto passato sulle scale. Il buio avvolgeva il pianerottolo, una cupezza ancestrale di mura rassegnate all’assenza di luce.
Pè inspirò forte, udì la voce di Mino, il fratello, già all’interno della casa. Varcò l’ingresso e si ritrovò in uno stretto corridoio dalle pareti bianco sporco. La loro stanza si trovava sulla destra; era piccola e illuminata da una fragile lampadina, un ragno elettrico che scendeva dal soffitto. Il fratello era seduto a gambe incrociate sulla rete del letto. Si guardarono senza parlare finché Mino fece spallucce e si alzò per raggiungere il resto del parentado che stava sacramentando appresso ai bagagli.

Il trasloco occupò una giornata sana e solo a lavori conclusi Pè si decise a fare capolino dalla stanza. I grandi erano scesi in strada, stavano improvvisando un brindisi sul cofano del camioncino di zio Nuto. Il nonno, già brillo, offriva bicchieri di casereccio ad alcuni coetanei che si aggiravano per impicciarsi degli affari dei nuovi arrivati.
Pè poggiò i gomiti sul davanzale della cucina, sporcandosi di bianco. Sembrava sfarinarsi tutto, là dentro. Erano le sette di sera e per la prima volta in vita sua non avrebbe visto il tramonto, schermato dai palazzi.
Le prime lacrime di Pè vennero battezzate da una pallonata in faccia, accompagnata dal grido «Mazzolaaa!». La sfera, un satellite di stracci e nastro adesivo, si fermò sul pavimento della cucina. In basso, sotto la finestra, Dino e altri tre bambini lo stavano fissando con aria impaziente.
«Pè, vuoi calarti con una fune o pensi di usare le scale?».
Tutti risero, ma era goliardia e un invito a unirsi a loro. Il bambino raccolse il “pallone”, attraversò il corridoio, scese gli scalini di corsa – protetto dal dio delle ossa del collo – e si ritrovò nel viale.
«Altafiniii!» gridò calciando la sfera verso il fratello e gli altri ragazzini. Il palleggio riprese rapido sotto lo sguardo delle sentinelle dei primi piani. I loro rimbrotti per il caos divennero cori d’incitamento, i panni stesi garrirono come bandiere colorate, i lampioni acquisirono la potenza dei riflettori. Per quel momento, nella mente di Pè il golfo rilucente si dissolse; il primo passo verso l’accettazione di quella nuova situazione.

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Fausto Scatoli
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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli » 13/04/2019, 21:00

molto bello. istantanea di una situazione che moltissimi bimbi hanno vissuto.
molto ben scritto e descritto, riesci a far vedere le scene in maniera splendida.
allo stesso modo, fai vivere l'emozione di Pè, che passa dalla nostalgia alla gioia in un lasso di tempo minimo. avrà altri momenti, certamente, ma intanto è partito.
complimenti.
l'unico modo per non rimpiangere il passato e non pensare al futuro è vivere il presente

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Messaggio da leggere da Laura Traverso » 14/04/2019, 0:39

E' bellissimo e molto tenero questo racconto. Hai veramente una capacità descrittiva fuori dal comune e una sensibilità grande a narrare storie molto vere, quotidiane. Il tuo scritto, già dalle prime righe, mi ha ricordato "Il ragazzo della via Gluk" - non so se il nome della via è scritto giusto ma, mi capirai... -. L'angoscia di Pè nel dover lasciare la sua casa con le ambientazioni particolari e tutti i suoi ricordi è talmente tangibile che pare di viverla. E poi, come quasi sempre succede, la disperazione fa gia intravedere l'accettazione.
Alcune frasi, tipo "protetto dal dio delle ossa del collo" son davvero degne di nota. Bravo, e ancora una volta il mio punteggio è al massimo.

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Re: Anatomia di un primo piano

Messaggio da leggere da Gabriele Ludovici » 15/04/2019, 14:46

Vi ringrazio moltissimo ^_^

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Messaggio da leggere da Isabella Galeotti » 17/04/2019, 9:07

Delicato, gentile, tenero. Hai una potenza nelle descrizione non comune. Sei riuscito a farmi entrare in punta di piedi in questa casa, dove questo ragazzino era preoccupato per il futuro. La preoccupazione, il ricordo di come era la casa, di chi l'abitava, è stata sapientemete da te spiegato in modo divino. Poi la mamma naturalmente schizzata per il trasloco, lo porta alla realtà. Ed anche in questo caso con due parole l'hai esposto al lettore. Poi l'incontro con la casa nuova, la nuova vita...
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Messaggio da leggere da AACiola » 17/04/2019, 15:03

Ottima le descrizioni degli ambienti, anche il ragazzo protagonista è ben descritto e questo suo cambiamento di vita coinvolge anche il lettore. Mazzola era anche il primo soprannome di Altafini (quando non era ancora diventati importanti i figli Sandro e Ferruccio, e l'unico Mazzola conosciuto era il mitico Valentino, al quale, per la somiglianza di gioco, venne associato in Brasile Jose Altafini, e tuttora in Brasile Altafini è conosciuto come Mazzola). Non so nel racconto a quale Mazzola si associa il riferimento ma, naturalmente, non ha importanza.
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Messaggio da leggere da Namio Intile » 17/04/2019, 16:20

Ottimo racconto. Complimenti.
Solo il periodo finale:
Per quel momento, nella mente di Pè il golfo rilucente si dissolse; il primo passo verso l’accettazione di quella nuova situazione, a mio parere non funziona.
Magari avrei chiuso in questo modo: E in quel momento nella mente di Pe' il golfo rilucente si dissolse.
A presto

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Gabriele Ludovici
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Messaggio da leggere da Gabriele Ludovici » 17/04/2019, 23:14

AACiola ha scritto:
17/04/2019, 15:03
Ottima le descrizioni degli ambienti, anche il ragazzo protagonista è ben descritto e questo suo cambiamento di vita coinvolge anche il lettore. Mazzola era anche il primo soprannome di Altafini (quando non era ancora diventati importanti i figli Sandro e Ferruccio, e l'unico Mazzola conosciuto era il mitico Valentino, al quale, per la somiglianza di gioco, venne associato in Brasile Jose Altafini, e tuttora in Brasile Altafini è conosciuto come Mazzola). Non so nel racconto a quale Mazzola si associa il riferimento ma, naturalmente, non ha importanza.
Grazie! Mi riferisco a Sandro Mazzola; so di questa "doppia identità" di Altafini ma sinceramente non ci avevo pensato mentre scrivevo il racconto, sono i primi due campioni dell'epoca che mi sono venuti in mente :)

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Roberto Bonfanti
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Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti » 18/04/2019, 0:09

Racconto molto bello, con poche frasi colori istantanee di un mondo che immaginiamo in bianco e nero. La tristezza di Pè per la vecchia casa e lo sguardo sul mare ormai perduto si muta rapidamente nella scoperta di una nuova vita, con la naturalezza che è propria solo dei bambini. Notevole l’immagine finale della via che si trasforma in uno stadio festante. Complimenti.
Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è la fatica. (Gesualdo Bufalino)
https://chiacchieredistintivorb.blogspot.com/
Intervista su Bravi Autori https://www.braviautori.com/forum/viewt ... =76&t=5384
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