Felinità

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Lodovico
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Felinità

Messaggio da leggere da Lodovico » 04/06/2018, 22:01

Felinità
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Wanda Wulz - io+gatto

IERI.
Aurora arrivò al bivio. Rimase per dieci minuti lì ferma, massaggiandosi il mento con la mano e l’espressione indecisa che le confondeva il volto. Guardò a destra, poi si morse leggermente le labbra. S’immaginò dietro l’angolo un’immensa gelateria con le pareti di cioccolato bianco e meringa. Si leccò le piccole labbra rosate, sorrise e quasi si decise a svoltare. Ma poi ci ripensò. Spiò sulla sinistra e sognò un’altalena. Sentì il cigolio della catena ripetersi nei timpani deliziati, il fruscio delle scarpe che scorrevano sulla terra bruna e pensò alla meraviglia di danzare sul seggiolino spinta dal vento. Desiderava un gelato alla fragola, enorme, con il goloso cono di cialda e una vorticosa spirale rossa al centro. D’altra parte la attirava anche l’idea di un eccitante giro in giostra. Si sedette imbronciata al centro del viale con le ginocchia incrociate, poi si alzò di scatto e iniziò a camminare freneticamente avanti e indietro a dimostrare tutta la sua indecisione e il timore di compiere un imperdonabile errore. Aggrottò la fronte e si fermò. Sbuffò, si gettò sconfitta sulle foglie secche e guardò i brandelli di nubi che nascondevano il sole cocente. E le strade la chiamavano, la interrogavano e la tentavano. La gelateria a destra e l’altalena a sinistra. La gola e il brivido. Il gusto e l’emozione. E se una delle due strade avesse nascosto insidie? Se nel suo peregrinare avesse incontrato un drago o uno stregone malvagio? Del resto, nella sua mente di bambina, tutto sarebbe stato possibile.
Il gatto, grigio come l’asfalto, la osservava da tempo. Con quello sguardo indifferente come solo i gatti sanno essere. Aurora vide il movimento. Una zampa cenerina passava davanti alla lingua e poi dietro le orecchie dell’animale. La mamma le diceva sempre che, quando i gatti si lavavano così, a breve la pioggia sarebbe arrivata. Maledetta bestiaccia. Niente giostra, niente gelato se avesse iniziato a piovere. Il movimento di Aurora fu lento, lentissimo. Sarebbe scappato, altrimenti. Gli occhi verdi dell’animale la fissavano, attenti. La bestia estese le zampe posteriori per alzarsi e allontanarsi da quella bambina dagli occhi fiammeggianti. Fu troppo tardi. Il sibilo del bastone sembrò rompere il silenzio perfetto della campagna. Un fiotto di sangue sorprendentemente rosso uscì dalle narici del gatto per finire a terra a creare un piccolo lago. La testa del felino penzolava di lato, in una posizione innaturale. Tutto il suo corpo grigio si rattrappì con un movimento isterico. Aurora, il bastone insanguinato saldamente in mano, il respiro affannoso, il sorriso trionfante, lo sovrastava. Con un calcio lanciò il corpo dell’animale morente tra l’erba alta a fianco della strada.

OGGI.
La donna si sveglia in un mare di sudore. La notte la avvolge nella sua coltre nera come la morte. È successo di nuovo. Prega di non vedere ciò che si aspetta. E invece è lì. Le dita appiccicose le si avvolgono sul viso. Sente sulle guance il tiepido sentore del sangue e quell’odore dolciastro che ha già provato tante volte. L’ombra vicino a lei è immobile, praticamente invisibile nel buio della stanza. Non è necessario vedere, sa benissimo cosa si trova sotto quelle lenzuola macchiate. E sa cosa dovrà fare, come le altre volte, come sempre.
È difficile trovare un luogo adatto. Il bosco è fitto, in quel punto. Un luogo nuovo, ogni volta. Porta, faticosamente i sacchetti fino al bordo dello strapiombo e poi giù, lontano dal lei, lontano dalla sua mente, ma fino a quando? Dieci sacchi, circa sette chili l’uno. Dividere il corpo dell’uomo in modo quasi uniforme è, per lei, ormai diventata quasi un’arte. Pochi tagli nella carne ben distribuiti le permettono, ogni volta, di ottimizzare i pesi.
L’automobile la sta aspettando al bordo del bosco. Osserva il sedile posteriore. Niente sangue. Meglio delle altre volte. E ora deve semplicemente dimenticare. Come sempre.

IERI.
Aurora lasciò che, a decidere, fosse la sorte. L’unica moneta che aveva in tasca brillò mentre saltava verso il cielo e poi si faceva guidare dalla forza di gravità di nuovo sulla terra. Testa. Il gelato la aspettava dietro la curva della strada di destra, dove i rami delle piante, illuminati dal sole, disegnavano ghirigori incomprensibili. La bambina era convinta che fosse una scrittura, a lei sconosciuta, con cui il sole le voleva comunicare i suoi segreti. Calpestò le ombre con passo svelto mentre si dirigeva verso il gelato alla fragola, che la attendeva impaziente di essere leccato da quella lingua bambina.

OGGI.
L’entrata del bar è sovrastata da un neon invadente che sporca di rosso il marciapiede davanti a lei. Le gambe, finalmente libere dalle coprenti calze d’inverno, brillano sotto la minigonna. Incerta sugli alti tacchi apre la porta e si sente osservata. Si sente sempre così, sempre.

IERI.
Aurora non comprò il gelato. Semplicemente perché, alla gelateria, sempre che esistesse davvero, Aurora non vi arrivò mai. Era pigra, Aurora, tanto. L’automobile si fermò al suo fianco. La carrozza da principessa che l’avrebbe portata alla dolce tentazione. L’uomo era pacioccone, gentile, la tipica persona di cui non ci si dovrebbe fidare. Ma il dolce era lontano e i piedi della bambina in fiamme. Salì, se ne pentì, o forse no. Le mani dell’uomo erano forti e indiscrete, i riflessi dei bambini sono veloci. Non ne bastò una. La testa di un uomo, scoprì Aurora, era molto più dura di quella di un gatto. Due, tre, dieci bastonate, ma, alla fine il corpo pacioccone non respirò più. Il viso dell’uomo si confuse con quello del gatto, che si confuse con quello dell’uomo in un’umana felinità e in una felina umanità. Le era passata la voglia di gelato. Aurora sarebbe andata a casa, in fondo l’ora di cena non era così lontana.

OGGI.
Il profumo dozzinale le violenta le narici. Un fremito che conosce bene, troppo bene le attraversa il corpo morbido e desiderabile coperto solo di una canottiera di seta e di una minigonna. Sente salire l’eccitazione dalle gambe, il cuore le scaraventa fiotti di sangue fino al cervello. Si volta verso l’uomo che le sta parlando. Lo vede. Né gatto né uomo. Peloso. Le lunghe vibrisse incorniciano un naso rosa perso nel grigio come un’isola nell’oceano. Né uomo né gatto. Sfiora il rigido e pesante manganello celato nella borsa di corda. La voce maschile si trasforma, nella mente della donna in un suono felino.
— Ciao, bella, che fai stasera?
— Ho capito, bella, vuoi che ti accompagni a casa? Magari prima beviamo qualcosa.
— A proposito, come ti chiami? Io Marco.
— Aurora, che bel nome!
— Miao, Miao, Miaooooooo…
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Messaggio da leggere da Ida Dainese » 01/08/2018, 2:14

Un racconto che ti regala un brivido con le azioni della bambina di ieri e della donna di oggi. L'alternarsi del passato e del presente lasciano immaginare il lettore, gli permettono di "vedere" tutta la storia non raccontata negli intervalli. Buono lo stile di scrittura che alterna i gesti della bambina e quelli del gatto fondendoli poi nella donna, come se lo spirito del gatto si fosse mescolato all'anima umana. La felinità sembra qui una punizione per un gesto antico, una dote non voluta, apprezzata per vendicarsi, sfogare gli istinti, sentirsi potenti, ma che rende in un certo qual modo prigionieri, solitari, isolati.
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Messaggio da leggere da carlocelenza » 05/08/2018, 16:00

Mamma mia quante e
“ si alzò di scatto e iniziò a camminare”
“ aggrottò la fronte e si fermò”
“ si gettò e guardò”
forse “ si alzò di scatto iniziando a camminare sarebbe meglio, come in tutti gli altri casi.
Nel pezzo ci sono forse troppe congiunzioni, non è sbagliato ma non è piacevole. Racconto piuttosto Dark nel quale il rapporto della protagonista con gli animali rimane oscuro, ma si sa che io comprendo male i sottintesi.
Voto
per aver partecipato 5 per aver descritto solo gli atti di una pluriomicida senza averne approfondito le motivazioni 1 per aver poco curato la stesura 3
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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli » 28/08/2018, 14:24

scritto piuttosto bene, anche se a tratti perde scorrevolezza. in compenso non ho notato errori, a parte qualche virgola di troppo. nulla di particolare, insomma.
abbastanza buone anche le descrizioni visive, mentre quelle emozionali lasciano un segno minore.
bella la storia e gradevole l'alternarsi delle due vicende, cosa che spesso faccio anche nei miei racconti.
è vero che non ci sono spiegazioni, ma non mi pare ce ne sia bisogno.
è interpretabile, certo, comunque vedo anch'io il tutto come una sorta di punizione
una vendetta postuma da parte del gatto, che segnerà Aurora per tutta la vita
l'unico modo per non rimpiangere il passato e non pensare al futuro è vivere il presente

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Messaggio da leggere da Daniele Missiroli » 09/09/2018, 14:53

Un racconto inquietante, in cui l'ossessione inizia da lontano.
Interessante l'idea di passare dalla forma passata del "ieri" al presente del "oggi".
Belle le frasi corte che rendono bene l'idea della "felinità".
Da adulta non ne ha ucciso solo uno ("come le altre volte").
Forse ci stava bene anche un'altra coppia ieri-oggi.

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Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti » 14/09/2018, 18:52

La protagonista è un mostro cinico e spietato fin da bambina, anche le molestie non sembrano turbarne la malvagia lucidità. Lo spirito del gatto, supponendolo autore di una qualche forma di vendetta, non ha scatenato la sua ferocia, le ha semplicemente donato una patina esotica e soprannaturale che sarebbe cara a Stephen King. Ben scritto, anche nelle parti mancanti (passatemi il paradosso), quelle che il lettore deve immaginare, come ha detto giustamente Ida Dainese.
Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è la fatica. (Gesualdo Bufalino)

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Messaggio da leggere da Laura Ruggeri » 20/09/2018, 17:55

Ciao Lodovico. Mi congratulo per il bellissimo racconto scritto a mio parere splendidamente. Interessanti i salti temporali dall'ieri all'oggi che sono funzionali alla costruzione di una storia spietata e violenta. Quello che mi è piaciuto di più è come hai saputo incarnare nella bambina/donna la brutalità dell’istinto felino che non ammette a nessuno di ritardare il godimento del piacere ricercato. La perversa protagonista dall’apparenza innocua nasconde un animo selvaggio, opportunista, sempre all’erta perché guidata da un fremito che le impone di annientare gli assalitori (il maniaco grassone dell’infanzia) e di fare piazza pulita dei seccatori (il povero micio che lavandosi annuncia aria di temporale) con il suo bastone onnipresente. La pericolosa felinità della femmina alla fine emerge nella sinuosità del suo corpo di donna che annusa nell’aria il profumo della sua prossima preda da fare a pezzettini. Le perfidia del gatto.

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Draper
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Messaggio da leggere da Draper » 21/09/2018, 15:48

E' un racconto che prende alla pancia, come i film di David Lynch. Refusi a parte, che qualcuno avrà sicuramente già segnalato prima di me, la cosa che più mi ha colpito è la velocità crescente del racconto, il suo ritmo che si fa sempre più serrato. L'unico consiglio che posso darti è di osare di più, in alcuni punti mi è sembrato ti stessi trattenendo, ma forse mi sbaglio. Al tuo prossimo racconto! :)
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Alexis Nikitin
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Re: Felinità

Messaggio da leggere da Alexis Nikitin » 22/09/2018, 22:15

Impressionante, in tutti i sensi. Non so perché ma il racconto mi ricorda moltissimo l'immaginario e lo stile del grand guignol.

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