Il Bardo di Ventura - Cap. 1
Scritto da Dancar 01 Giugno 2010
sezione Racconti categoria Racconti Fantasy

1.1 Tutto comincia in un dungeon
« Ma vuoi fare piano! Fai più rumore di un troll in calore! »
« Faccio quello che posso, porcaccia zozza, ma non sono un gatto! »
« Sei così imbranato, che faresti rumore anche se tu fossi un gatto, FERMO! »
Ciccio si bloccò di colpo, neanche fosse stato colpito da un incantesimo di pietrificazione, spauracchio dei disgraziati come loro e vanto dei maghi più potenti.
Ma non era magia: anche se immobile, il corpo scheletrico di Ciccio vibrava come una corda di violino, che pizzicata, cercava di tornare allo stato di quiete. Mentre il suo volto, complici le tenebre, la tensione e la sua fenomenale magrezza, sembrava quello di un morto animato da qualche folle negromante.
I lunghi capelli sfibrati, la barbetta smorta e gli occhi affossati in carnevalesche occhiaie, certo non contribuivano a migliorarne il quadro.
Dopo essere rimasto fermo per qualche tempo in silenzio, Ciccio si voltò nella direzione del bardo e con la sua insopportabile voce lagnosa gli chiese: « Ma che hai da guardarmi con quella faccia da pesce lesso? »
« Come che ho da guardati? Ti blocchi di colpo e ti metti a giocare alla statuina voodoo, cosa dovrei fare, scusa? » gli rispose il bardo stupito e scocciato.
« Parla piano, idiota, che non siamo in una taverna! » lo incalzò Ciccio con gli occhi che saettavano in tutte le direzioni, neanche volessero uscire dalle orbite.
« Mi sembrava di aver sentito qualcosa di strano, oramai ci dovremmo essere e non vorrei qualche brutta sorpresa per colpa del fatto che parli e ti muovi come un ogre ubriaco » aggiunse con una smorfia di disgusto.
« Io non mi muovo come » il bardo fece una pausa corrugando le sopracciglia e poi chiese: « Cosa cavolo è un un ogre? »
« Quanto sei ignorante, è come un orco, ma più grosso, più sporco e più cattivo » Ciccio sbuffò come se parlasse allo scemo del villaggio.
Il bardo abbozzò uno sguardo imbronciato e colpevole: anche se era ignorante, non era quello il modo più gentile per ricordarglielo.
Una volta chiarita la situazione, dopo un'ulteriore pausa di controllo, Ciccio fece un cenno secco con la testa al bardo per invitarlo a seguirlo, prima di riprendere a camminare nel cunicolo di pietra del dungeon.
Anche se non era proprio un invito, ma sembrava piuttosto l'ordine secco impartito da un burbero ufficiale all'ultimo recluta del suo reggimento, e se c'era una cosa che il nostro Gian Umberto, bardo di ventura e ladro per sventura, odiava: era proprio ricevere ordini in quel modo.
Oltre allo strisciare come un topo di fogna dentro un tetro dungeon puzzolente, in compagnia di una specie di vampiro scorbutico e straccione, quale era Ciccio.
« Per le mie mutande annaffiate, ma chi me lo ha fatto fare di infilarmi in questo pasticcio? » brontolò il bardo.
Ciccio, voltatosi con due occhiacci feroci, gli sibilò aspro: « Ti muovi o ti devo trascinare per le orecchie? »
A quelle parole il nostro Gian Umberto, inghiottita una bella fetta del suo orgoglio, iniziò a muoversi a testa bassa come se andasse al patibolo.
« Porcaccia zozza, cosa non si fa per racimolare un po' di quattrini » sbuffò il bardo.
« Non parlottare da solo come i vecchi! » lo sgridò Ciccio.
Il bardo sbuffò una seconda volta, quindi rimase in silenzio.
« Non sbuffare e guarda dove metti i piedi, il dungeon non perdona, specie agli imbranati » sibilò Ciccio, alternando sguardi rapidi davanti a sé e alle sue spalle, dove il bardo lo seguiva a testa bassa, reggendo una lanterna e masticando amaro.

1.2 Ma cosa è un dungeon? Pallosissimo inforigurgito sui dungeon
Questi labirinti sotterranei erano stati ribattezzati nel corso della loro lunga storia in vario modo: prigione sotterranea o segreta, catacomba, dungeon, budella di pietra o addirittura labi-tomba.
Le vere origini di queste misteriose costruzioni erano sconosciute, nessuno aveva ben chiaro chi li aveva costruiti e per quale motivo. Si conoscevano diverse storie al riguardo, le quali però si mescolavano alle leggende, ai miti e alle assurdità fantasy.
Alcune di queste raccontavano di una misteriosa civiltà di abilissimi costruttori, un tantinello sciroccati, che avevano creato labirinti su labirinti in preda a un qualche delirio mistico: per loro i labirinti rappresentavano le difficoltà e i misteri della vita, quindi, non contenti dei misteri e delle difficoltà già presenti, avevano pensato bene di aumentarne il numero.
Altre leggende raccontavano di un antico dio, oramai dimenticato, che aveva condannato una razza superba di semidei a costruire labirinti sempre più grandi, salvo poi farli perdere dentro. Come li avesse obbligati non era ben chiaro, ma sembrava esserci riuscito benissimo.
Altre ancora raccontavano di come i dungeon fossero dei percorsi di iniziazione per un antico popolo di maghi-guerrieri, forse elfi antichi. Iniziazioni che non ebbero proprio esito positivo, poiché degli elfi antichi si ricordava solo che erano antichi.
Altre addirittura imputavano quelle contorte costruzioni a un qualche clan di nani, i quali, si diceva, amavano stordirsi con potentissime droghe, facendo poi gara a chi ce l'aveva più lungo (il labirinto).
Addirittura un motto, molto popolare, affermava che in principio il dio dei nerd aveva creato il dungeon, poi il cielo e la terra fantasy.
Forse queste leggende avevano tutte un qualche fondo di verità, infatti alcuni tra i dungeon più antichi erano strutturati su più livelli, sfruttati da diverse civiltà in diversi periodici storici.
Comunque per farla breve, anche se oramai è tardi, questi labirinti si potevano trovare dappertutto, sotto le grandi città come nelle terre selvagge. Alcuni di questi erano enormi, ma le caratteristiche di forma e genere potevano variare anche di livello in livello all'interno dello stesso dungeon.
Il quale, spesso e volentieri, nascondeva un delirio sadico e contorto di trappole assurde, creature sanguinarie, avventurieri suicidi, armi da paura, arredamento di dubbio artigianato, montagne d'oro e cumuli di scheletri con tonnellate di ragnatele.
Nelle università delle varie razze conosciute si cercava di studiarli e catalogarli, ma non era impresa semplice, in quanto erano pochi gli avventurieri ad avere il coraggio di avventurarcisi. Inoltre, quando questi ultimi scoprivano qualcosa di nuovo e interessante, nonostante fossero obbligati per legge a denunciare le scoperte fatte, nella maggior parte dei casi cercavano di tenersi il segreto. Infatti, anche solo la scoperta di un passaggio segreto, poteva essere oggetto di interesse sia da parte della autorità sia da parte degli avventurieri o di chi li reclutava.
Ciccio era uno di questi avventurieri.
Avventurieri che erano stati ribattezzati con vari nomignoli, tutti volti a sottolineare quanto la categoria fosse amata dalle varie razze.
Alcuni tra i nomignoli più popolari erano: tombarolo, verme della pietra, topo da dungeon (saltate pure al prossimo paragrafo se vi stufate, mica siete tenuti a leggerli tutti), rosica-pietre, morto-che-striscia, tarlo delle segrete, stura-tombe, mangia-ragnatele, lecca-polvere, cibo per ratti, pipistrello da rapina, testa di muffa, taglieggia-mummie, succhia-ossa, bacia-serpenti, scarafaggio demolitore, scarraffone arraffone, carne da trappola, cibo per mostri, aspirante fantasma, aspirante zombie, bersaglio per maledizioni, bussola rotta, spazza-cunicoli ecc.
Insomma, tutti li odiavano o ne provano ribrezzo, ma per un motivo o per l'altro spesso li cercavano: erano pochi quelli disposti a infilarsi in quei postacci, ma erano molti quelli desiderosi di conoscerne i misteri.
Ragion per cui, i topi da dungeon venivano arruolati ufficialmente o ufficiosamente a seconda del caso, e se ogni tanto ne spariva uno, nessuno si faceva troppe domande.
Sudici, malvestiti, smunti e puzzolenti, dal temperamento ombroso e solitario, pronti a tutto e in competizione feroce tra loro, certo non godevano di un grande ascendente nelle loro scarse pubbliche relazioni.
Si raccontava che arrivassero a mangiare anche i topi e gli scarafaggi, quando si perdevano nei cunicoli dei dungeon, e probabilmente, detto tra noi, era pure vero.
Quei labirinti erano una terra di nessuno dove tutto poteva succedere, come se non bastasse, i tombaroli tra di loro certo non si amavano: spesso si spiavano a vicenda, si rapinavano o peggio. In quei cunicoli lontano dallo sguardo di tutti, ci voleva poco per ritrovarsi a incrementare la collezione di scheletri con il proprio.
Si diceva che soltanto i pazzi e i disperati entrassero in quelle labitombe.
Ciccio probabilmente era pazzo, il nostro Gian Umberto sicuramente disperato.
Tutto in ogni caso era cominciato quando Ciccio, durante una delle sue esplorazioni solitarie, aveva scoperto un passaggio segreto per la torre dove un signorotto locale teneva parte delle sue ricchezze.
Forse un'antica via di fuga nel dungeon oramai dimenticata, forse un passaggio celato da un qualche incantesimo, forse uno scherzo nerd del destino fantasy.
In ogni caso, per legge ogni nuovo passaggio andava comunicato al catasto locale, poiché questi, per questioni di sicurezza interna, cercava di tenere una documentazione dettagliata sui labirinti dove sorgeva la città. Ciccio invece se ne era guardato bene: l'idea di riempirsi un poco le tasche alle spalle di un arrogante carogna come era il signorotto, certo non gli dispiaceva.
Aveva fatto diversi sopralluoghi, spingendosi fino nel cuore della torre. Gli era sembrato un colpo facile e sicuro, però aveva bisogno di una spalla per trasportare il bottino. Una spalla che non fosse un verme della pietra come lui, capace cioè di tagliarti la gola al momento opportuno, ma piuttosto un imbranato dal cuore tenero, incapace di orientarsi senza la propria guida.
Il bardo sembrava fare al caso suo.

1.3 La strana coppia
Entrambi non avevano una lira, ma i soldi piacevano tanto ai vermi della pietra quanto ai bardi di ventura.
Se era vero che quel maledetto passaggio segreto portava nella torre dove il più ricco farabutto della città conservava le sue ricchezze, allora si poteva capire come mai questi due disgraziati arrancassero in quei lugubri corridoi, maledicendo a denti stretti tutti i repellenti animaletti che gli strisciavano addosso, mentre le loro narici disperate cercavano di respirare un po' di ossigeno in quell'aria impregnata di muffa.
Ciccio avanzava a grandi falcate piegato in avanti, come un trampoliere deciso a sfruttare al meglio la portata delle sue lunghe gambe. In una mano teneva un lungo pugnale dalla lama incrostata, ma con un filo tagliente come un rasoio.
Con l'altra mano reggeva una piccola lanterna, alla cui estremità era fissata una catenella arrugginita che gli correva intorno al collo: espediente per evitare di perdere o rompere quella fragile fonte di luce.
Qualche logoro straccio a coprire il corpo e una cintura di corda con qualche accessorio erano i suoi scarni indumenti. Sulle spalle, legato di traverso al busto, teneva un ampio sacco di ruvida tela, usato per trasportare il bottino o come sacco per dormire, in quanto i rosica-pietre erano soliti dormire dentro i loro ampi sacchi come grosse larve nel loro sordido bozzolo.
Leggero e silenzioso come un serpente, se si fosse messo a strisciare nel buio, come gli era anche capitato di fare in passato, Ciccio si sarebbe meritato in pieno uno dei nomignoli sopra elencati: bacia-serpenti.
Ciccio in ogni caso non era solo, aveva con sé uno di quei goffi e rumorosi "fessi di superficie" come li chiamava lui, e questo lo portava a perdere di continuo la concentrazione, oltre che la pazienza.
Infatti il bardo arrancava a testa bassa per la fatica, l'aria pesante, la tensione e soprattutto, il suo equipaggiamento.
Con i riccioli scapigliati, cicciotto di corpo e di viso, il naso a patata, il pizzetto spelacchiato, corto di gamba e di fiato. Vestito con rozzi pantaloni bracaloni e giubba di cuoio borchiato. Ai piedi stivalacci neri, avvolti in deliziose pantofoline di stracci, imbottite di paglia per attenuare il rumore dei suoi pesanti passi. Sull'ampia vita un cinturone, tipo collare rinforzato per orsi, a sorreggere sacchetti e salamini, oltre a un lungo pugnale che cozzava di continuo contro le pareti del cunicolo (il bardo non si fidava a tenerlo sguainato: temeva di autoinfilzarsi tipo pollo sullo spiedo). Sulle spalle uno zaino che conteneva la sua casa, ovvero una lurida copertina usata come tenda o mantello, mutande e calzetti sporchi di ricambio, qualche vivanda e i pentolini per cucinarsi quattro schifezze (di mangiare scarafaggi o topi, non gli passava neanche per l'anticamera del cervello).
Insomma per farla breve, anche se non lo è, il nostro bardo sembrava un bambinone che aveva rubato di nascosto l'inventario a un avventuriero, per poi tuffarsi in un'avventura più grande di lui.
Infatti, quando Ciccio lo aveva visto conciato in quel modo, si era rifiutato di portarselo dietro in quelle condizioni.
Così il bardo, dove aver supplicato in maniera indecorosa, si ritrovava a sostenere il ritmo, le occhiatacce e le sfuriate del compagno, cercando di non rinunciare a nessuno degli oggetti che gli gravavano oltre ogni aspettativa.

1.4 Bivi su bivi
Ciccio si era fermato all'ennesimo bivio, quanti ne avevano superati il bardo non se lo ricordava e il solo pensiero lo atterriva: aveva cercato di registrare mentalmente il percorso, ma non era valso a nulla. Il buio, la fatica, la paura e la fretta di Ciccio lo avevano fatto regredire a un stadio quasi infantile, nel quale si sforzava e preoccupava soltanto di riuscire a tenere il passo dell'adulto più forte ed esperto.
L'unica speranza, un poco vana detto tra noi, del bardo era che Ciccio non fosse un completo farabutto, altrimenti sarebbe finito in pasto ai topi a missione conclusa.
In ogni caso il verme della pietra, una volta decisa la direzione, si mosse e il bardo, docile come un asinello, lo seguì.
Il corridoio procedeva monotono con la sua fila di luride pietre ammuffite e le immancabili ragnatele, che al passaggio del pugnale di Ciccio, si mettevano a svolazzare in aria per poi finire, il più delle volte, nella bocca o nel naso del bardo.
« Per le mie mutande sbrindellate, se lo avessi saputo prima che sarei finito a mangiare tutte queste ragnatele, avrei fatto a meno di portarmi le provviste » borbottò il bardo.
Ciccio a quelle parole si girò di colpo con occhiacci spalancati da gufo inferocito e gli sibilò: « Tieni tappata quella boccaccia! ». Ciccio sapeva per esperienza come in un dungeon la preda fosse sempre quella che faceva più rumore.
Chiarito questo, la strana coppia si rimise in marcia per il cunicolo che sembrava scendere sempre di più nelle viscere della terra, attraverso una serie interminabile di bivi tutti uguali, da far perdere la pazienza anche a un santo.
Caratteristica tipica dei dungeon più fantasy.
Almeno fino a quando, dopo diversi inevitabili bivi, arrivarono nei pressi di una parete di pietra che sembrava in tutto e per tutto uguale alle altre. Ciccio ci si fermò davanti, quindi, voltandosi di scatto, lanciò al bardo un feroce sguardo d'intesa.
Riposto il sordido pugnale nel sudicio fodero, si decise a estrarre qualcosa dal suo sacco: una statuina in metallo raffigurante una lancia, lunga quasi 20 unghie, che trafiggeva una strana creatura a forma di stella, la cui pelle era ricoperta di scaglie e nella parte centrale aveva una grande bocca piena di denti.
La statuina sembrava vibrare nella mano di Ciccio, ma non per l'emozione. Il topo da dungeon la rimirò soddisfatto per qualche secondo, come sempre faceva da quando la aveva trovata.
Trovata per modo di dire: dopo una piccola scaramuccia con un altro topo da dungeon terminata con qualche pugnalata, gliela aveva tolta dalle mani, quando questi era ancora agonizzante.
Ciccio infatti lo aveva seguito e osservato mentre lo sventurato cercava una pietra dove inserire quella strana chiave.
Non ci era voluto un genio per capire che tutto ciò serviva per aprire una stanza o un passaggio segreto, e infatti ci arrivò anche Ciccio, il quale pensò bene di fare quello che qualunque topo da dungeon avrebbe fatto nei confronti di un rivale: prenderne il posto.
E adesso come allora, il cuore di Ciccio sussultò per un istante, quando la pietra giusta scivolò all'interno rivelando un foro a stella.
Adesso come allora, Ciccio deglutì per l'emozione, quando la chiave penetrò docile nella sua sede.
Adesso come allora, Ciccio trattenne il respiro nel contemplare la porzione di parete scivolare verso l'alto senza emettere suono.
Forse era tutto dovuto a una qualche sorta di magia: non solo non si udivano rumori, ma la chiave vibrava anche solo ad avvicinarsi alla serratura e continuava a farlo per tutta la procedura.
In ogni caso, un'apertura rettangolare apparve davanti al topo da dungeon e al suo compagno, rivelando un cunicolo immerso nelle tenebre.
Ciccio e Gian Umberto allora ci si infilarono dentro senza tanti complimenti e iniziarono a percorrere quel cunicolo dalla pendenza in salita piuttosto marcata: puntava verso una destinazione precisa.
Dopo una discreta camminata e dopo un'altra parete aperta nella medesima maniera, la strana coppia si ritrovò in una specie di pozzo dal diametro di due o tre braccia con delle lastre di pietra sporgenti dalle pareti, le quali a intervalli regolari salivano a spirale perdendosi nell'oscurità.
Il bardo guardò in alto e borbottò: « Porcaccia zozza, se cado da là sopra, faccio il buco! »
Inutile riferire dell'inevitabile occhiataccia di Ciccio a quelle parole.
Il topo da dungeon a quel punto, senza tante preamboli, si mise a salire sulle pietre veloce come un gatto, nonostante fosse scalzo o forse proprio per quello.
Il bardo invece rimase a contemplare quella che gli sembrava un'impresa impossibile, complici anche le deliziose pantofoline di stracci e paglia usate per attutire la suola dei suoi stivalacci.
Ciccio, salito di un paio di giri, si mise a fissare il bardo. Appollaiato su una lastra con gli occhiacci dilatati appariva proprio come un gufo, sempre più inferocito.
Il bardo a quello sguardo, dopo un pesante sospiro, si rassegnò a tentare l'impresa: il problema di quella scalata non erano solo le tenebre e la scivolosità di quelle pietre levigate, ma anche il fatto di dover fare il minor rumore possibile. La torre all'esterno era pattugliata dalla ronda notturna, la quale si diceva essere composta da galantuomini sempre pronti a sfondarti il cranio, prima ancora di interrogarsi se farlo o meno. Il bardo al contrario non amava la violenza, soprattutto quella rivolta contro di lui.
In ogni caso, dopo essersi arrampicati per un bel pezzo su per quello strano pozzo, la strana coppia iniziò a sentire rumori sinistri, o meglio, sinistri per loro: nelle vicinanze si percepivano dei passi, sommessi brontolii, dei colpi di tosse sporadici, qualcuno addirittura canticchiava a voce bassa.
I soldati del castello in un modo o nell'altro cercavano di affrontare la monotonia del loro turno di guardia.
All'udire quei suoni Ciccio iniziò a emozionarsi, se non a eccitarsi, per quella situazione di pericolo.
Il nostro bardo invece, bloccatosi di colpo, fu sul punto di farsela nei pantaloni bracaloni: sapeva bene che non ci si andava tanto leggeri con chi cercava di rubare ai nobili. I ricchi potevano rapinare i poveracci quando e come meglio preferivano, ma non era proprio tollerato il contrario.
In ogni caso, all'ennesima occhiataccia di rimprovero di Ciccio, il bardo si morse le labbra, strizzò le parti basse, e si sforzò di terminare quella pericolosa, in tutti i sensi, arrampicata.

1.5 La torre della speranza
Con fatica, in particolare per il bardo, i due arrivarono in cima all'insidiosa scala a spirale.
Ciccio quindi si mise in posizione d'attesa vicino alla parete, mentre il bardo cercava di riprendere fiato appollaiato a stento su uno dei gradoni.
Una volta appurato che che non vi erano suoni minacciosi nelle strette vicinanze, il topo da dungeon iniziò a cercare la pietra giusta per la misteriosa chiave. Una volta trovatala, ripeté la strana procedura di apertura.
Una sezione rettangolare davanti a Ciccio, senza fare il minimo rumore, iniziò a ruotare un lato verso l'esterno e uno verso l'interno, come una banderuola segnavento ruota sul suo asse verticale.
A quel punto Ciccio, dopo un breve sorriso d'intesa al bardo e una veloce occhiata al passaggio, scivolò nell'apertura rapido e silenzioso come uno scarafaggio, o meglio, uno scarraffone-arraffone.
Il bardo invece, sbuffando e ansimando, se ne stette buono buono ad aspettare: in caso di guai era pronto a scendere in picchiata per tutta la scala, anche a costo di rompersi la testa.
A un certo punto Ciccio fece capolino dall'apertura e con uno sguardo severo e minaccioso gli sibilò: « Ti muovi idiota o aspetti l'invito ufficiale su carta dorata? ».
Il bardo, aggrottando le ciglia e borbottando, decise di muoversi verso il passaggio. Una volta salito in qualche maniera sull'ultimo gradone, trattenendo un po' la pancetta, si infilò dentro l'apertura nella parete.
Superatala, comprese quanto gli aveva detto Ciccio a suo tempo: « La scala è dentro la scala ».
Avevano percorso infatti la scala a spirale della torre dall'interno, dal pozzo nelle profondità del dungeon fino alla sommità della torre. La sola, non proprio trascurabile, differenza consisteva nel fatto che la scala interna era molto più scomoda e pericolosa.
« Per le mie mutande ingiallite, ecco perché non finivano mai quelle maledette pietre, vanno dall'inferno al paradiso » si disse il bardo con un sorrisetto.
« Zitto, piantala di sprecare fiato! » lo rimproverò Ciccio, mentre armeggiava con strani arnesi la serratura della porta davanti a lui.
Il bardo lo guardò con un misto di curiosità e invidia: si era sempre chiesto come facessero gli scassinatori ad aprire le serrature con quei curiosi bastoncini di ferro dalle punte bizzarre. Tutto le volte che ci aveva provato il bardo, o si rompeva la serratura o si rompeva il ferro da scasso.
« Forse fanno delle scuole, le scuole dove impari a "ladrare": l'arte del borseggio, la nobile tecnica dello scassinamento, la danza del passo furtivo, il tuffo nelle ombre. Mica uno può imparare da solo tutta questa roba » pensò il bardo grattandosi il pizzetto.
A un certo punto la porta fece un suono curioso, una specie di singhiozzo metallico, quindi si aprì. Ciccio si voltò in direzione del bardo con un sorrisetto malizioso e compiaciuto di se stesso.
Il bardo lo guardò storcendo la bocca, provava invidia e vergogna allo stesso tempo: era stato bravo, non si discuteva, ma era pur sempre un borioso antipatico e maleducato.
La strana coppia quindi si decise a entrare nel cuore della torre, anzi nel suo cervello, la stanza mitica dove si raccontava ci fosse tanto oro da permettere al Duca Conte di nuotarci dentro. Infatti il battito cardiaco di entrambi aumentò il ritmo nel preciso istante in cui varcarono quella mitica porta.
Il bardo una volta entrato, ebbe però un singulto di sorpresa mista a delusione: si aspettava di trovare montagne di monete e pietre preziose sparse per tutta la stanza, come se fossero stati i giocattoli di un bambino annoiato, invece sembrava una stanza come un'altra. Dentro vi era un tappeto, un tavolo con una sedia di legno, una statua nell'ombra e qualche forziere sul pavimento.
Il bardo osservò il gran tappeto di color rosso con i suoi motivi floreali in filo dorato a incorniciare scene di vita di corte: era l'unico ad animare un poco quella spoglia e triste stanza di pietra. Dentro quel tappeto un nutrito gruppo di bella, almeno in apparenza, gente ballava, mangiava, beveva, suonava e cantava come fossero stati in una specie di carnevale.
« Questi sì che se la spassano, altro che dungeon, avventure spacca-ossa e situazioni pericolose » sospirò il bardo a quella vista, quindi passò ad ammirare il resto dell'arredamento.
Al contrario, Ciccio con i suoi grimaldelli aveva iniziato a lavorarsi uno dei forzieri, senza curarsi troppo dell'estetica del luogo. Aveva scelto il forziere più robusto e corpulento, quello in legno di noce rinforzato con lamine di metallo decorate in motivi che ricordavano la pianta della vite. Il legno invece era stato inciso con animali da selvaggina, quali lepri, fagiani, anatre, cinghiali, insomma tutta roba che si mangia, nel mezzo dei quali spiccava il nome del governatore "Duca Conte Gian Giorgione Filippuccio Triberti Roncolacci Spigolino delle Serbelloni" con deliziosi caratteri impreziositi in maniera tanto opulenta, da rendere quasi indecifrabile il lunghissimo nome.
Il bardo intanto, fermatosi vicino al tavolo, notò una pila di monete d'oro sopra a un foglio con alcune note e calcoli. Senza tanti complimenti si aprì la giubba di pelle e se le mise nella tasca interna, ribattezzata "Ultima Speranza".
Era la tasca più rinforzata della giacca, posta circa all'altezza della milza, con un robusto bottone a chiuderla, oltre al sacchettino interno chiuso con cordicelle. Il bardo ci infilava i quattro soldi necessari per i beni di prima e impellente necessità: pane, ma soprattutto, vino.
Ragion per cui, decise di riempirsela con quel gruzzoletto di monete d'oro, mentre Ciccio, distratto dal suo lavoro, si occupava di aprire il forziere, dove forse c'era il grosso del bottino.
« In fondo, mi basterebbero queste per sistemarmi per un po', magari aprire pure una piccola taverna » il bardo sospirando si diede dei colpetti all'Ultima Speranza.

1.6 La statua dello scoraggiamento
Ciccio lavorava senza sosta nel tentativo di aprire il forziere, allo stesso tempo si sforzava di non fare troppo rumore. Il bardo nell'attesa, incuriosito dal suo aspetto, si era avvicinato alla grande statua di pietra che si ergeva nell'ombra.
Alta quasi un braccio più del bardo, era di un nero lucido, animato da vivaci riflessi che guizzavano su tutta la sua superficie.
« Chissà come luccica al sole » disse il bardo avvicinando la lanterna per guardarla meglio. Il livello di dettaglio era stupefacente, così realistico da sembrare irreale, si poteva distinguere ogni piega della sua pelle, i dettagli più insignificanti del corpo e del volto.
Una caratteristica piuttosto fastidiosa data la natura del soggetto rappresentato: un mostro con il corpo simile a quello di un essere umano e la testa simile a quella di un grosso rapace con il becco armato di denti. Inoltre, a completare il quadretto, due sporgenza ossee sopra ciascun occhio si ergevano lungo tutta la fronte fin oltre la sommità del capo, decorandolo con due belle corna.
I muscoli del corpo si stagliavano netti, quasi l'essere fosse privo di grasso sottocutaneo, e nonostante il volume di questi non fosse eccessivo, grazie alle imponenti articolazioni e le ampie mani, armate con tre grossi artigli, la statua appariva forte e minacciosa.
Come se non bastasse, il mostro era nella posizione di compiere un balzo: piegato in avanti con le mani artigliate in bella mostra.
« Hanno gusti un tantinello gotici da queste parti » pensò il bardo grattandosi il pizzetto, mentre guardava la statua dritta negli occhi.
Anche se in realtà gli sembrava che fosse la statua a guardare lui. All'improvviso infatti, un lampo rossastro balenò sul fondo di quelle orbite di pietra.
Il bardo con la bocca a penzoloni, cercò di ripristinare la respirazione e il battito cardiaco a un livello normale, prima di provare a dire quello che voleva dire.
La statua allora ebbe come un sussulto e poi si mise a vibrare.
« Ciccio » disse il bardo con una voce asmatica, arretrando di qualche passo con gli occhi fuori dalle orbite, il cuore che gli sconquassava il petto e la bocca spalancata in una grottesca smorfia di stupore misto a terrore.
« CICCIO, PORCACCIA ZOZZA! » disse il bardo con maggiore decisione.
« Zitto, imbecille! Vuoi svegliare tutto il castello? » gli sibilò rabbioso Ciccio senza neanche voltarsi e continuando ad armeggiare con la serratura.
Il bardo intanto, pallido come un fantasma, aveva iniziato a indietreggiare in direzione della porta, mentre la statua, rilasciando un leggero e sinistro fumo grigiastro, sembrava vibrare sempre di più.
« CICCIO, PORCACCIA ZOZZA MAIALA BASTARDA LURIDA SCHIFIDA, C'È UNO STRAMALEDETTISSIMO GARGOYLE CHE STA PRENDENDO VITA IN QUESTA STRAMALEDETTISSIMA STANZA! » urlò tutto d'un fiato il bardo iniziando a correre.
Ma non appena ebbe terminato di dire quella frase, ci fu uno schianto, una specie di scoppio senza fiamme o scintille, quindi un fumo intenso avvolse la statua.
Ciccio fece cadere di colpo gli attrezzi, il bardo si voltò per vedere cosa era successo: una figura nera, con occhi brillanti come rubini, emerse dalla coltre di fumo, i muscoli in preda a un nervoso sussulto contorcevano le mani artigliate come grossi ragni affamati.
A quel punto un ruggito echeggiò per tutta la stanza.
Anzi, per tutta la torre.
Anzi, per tutta la città.
Anzi, chi più ne ha, più ne metta.
Quindi, una volta spalancato il grosso e tozzo becco irto di denti, il gargoyle balzò in direzione del bardo.
Questi, con un'agilità imprevista, si buttò su di un lato, portandosi fuori dalla traiettoria del mostro, il quale piombò dritto su Ciccio che a sua volta stava cercando di alzarsi per svignarsela. I due caddero a terra uno sull'altro: Ciccio urlando per il dolore e la disperazione, il mostro affondando i denti nelle carni del topo da dungeon con un ringhio feroce.
Il bardo a quella vista, con un secondo balzo altrettanto agile come il primo, si porto versò la porta per raggiungere il passaggio. Ciccio invece si mise a urlare per il dolore, la disperazione e la rabbia: lui che si riteneva tanto più furbo e scaltro di quello stupido bardo era finito nelle fauci del mostro, invece quel deficiente se la stava svignando.
Il dolore per il verme della pietra non era soltanto fisico, gli sembrava che anche il suo amor proprio venisse fatto a pezzi, ragion per cui urlava come un ossesso, imprecando e digrignando i denti mentre assaggiava il suo stesso sangue.

1.7 Morte tua, vita mia
Il bardo terrorizzato corse come un pazzo verso il passaggio, poi incurante del pericolo, si mise a saltare sui gradini interni di quella strana scala.
Le urla di Ciccio echeggiavano per tutta la torre, ragion per cui il bardo si sforzava di scendere il prima possibile senza rompersi l'osso del collo.
Infatti a un certo punto, in risposta a quelle grida, nelle vicinanze della torre iniziarono a farsi sentire il frastuono e le imprecazioni delle prime guardie accorse sul posto.
Allora l'angoscia del bardo aumentò: se le guardie fossero sopravvissute al mostro, si sarebbero lanciate con tutta probabilità al suo inseguimento, ragion per cui doveva cercare di distanziarle il più possibile, nonostante lo aspettasse l'avventura di affrontare il dungeon da solo.
Al bardo però la discesa in quel maledetto pozzo sembrava non finire mai, almeno quanto le urla di Ciccio e il fracasso generato dalle guardie che gli rimbombavano fin dentro il cranio. Chiudeva di continuo gli occhi, forse sperando di svegliarsi da quel incubo, ma ci voleva ben altro. In ogni caso, digrignando i denti, aggrappandosi fino a conficcare le unghie nelle esili fessure tra pietra e pietra, saltando in maniera avventata, alla fine riuscì a raggiungere il fondo del pozzo.
Senza rompersi niente.
A quel punto il bardo si accasciò su se stesso per riprendere fiato: boccheggiava disperato, il suo cuore sembrava sul punto di scoppiare e sentiva un sudore freddo per tutto il corpo, dovuto più alla paura che alla fatica.
Ma per qualche istante non si udirono rumori.
Il bardo cercò di approfittarne per riprendere il controllo, poi un trambusto lo fece trasalire ancora una volta: imprecazioni e colpi echeggiarono per tutto il pozzo.
Il bardo si sforzò di alzarsi: non era ancora finita, in qualche maniera le guardie avevano neutralizzato il mostro, forse con una parola magica o qualche altra diavoleria, quindi si erano messi a indagare il pozzo, infatti si udì una voce urlare: « C'è una luce in fondo a questo buco maledetto! »
Per il bardo fu come una freccia rovente nel sedere: in un balzo fu in piedi, e dopo qualche imprecazione di riscaldamento, si mise a correre come un coniglio impazzito nel cunicolo.
« Se trovo il vecchio braccio del dungeon, forse ce la faccio » si ripeteva durante quella corsa a rotta di collo, e lo ripeté così tante volte, da farlo diventare una specie di mantra, tra un respiro rauco e l'altro. Infatti una volta sbucato dove Ciccio aveva aperto il primo passaggio nascosto, spinto dalla paura di finire in mano alle guardie e ai loro strumenti di tortura, il bardo si tuffò in quei fetidi corridoi senza starci troppo a pensare.
A quel punto si mise a correre come una lepre isterica nel tentativo di raggiungere un punto familiare. Purtroppo per lui, oltre i tavoli delle taverne cui era solito frequentare, non vi era molto altro che gli era familiare.
Correndo a perdifiato in quei corridoi in apparenza tutti uguali, con gli occhi annebbiati, il cuore che gli martellava nel petto, la testa che gli girava per il panico, il bardo finì per mettere un piede in fallo: giusto dentro a un pozzo nascosto nella penombra.
Dopo una secca imprecazione, il suo piede si tirò dietro tutto il resto e il bardo iniziò a cadere a corpo morto. Il bardo, spalancando la bocca, gli occhi e le mani, si mise a urlare come uno squilibrato inghiottito dalle tenebre.
La caduta sembrò non terminare mai, ragion per cui il bardo si coprì il volto con le braccia, nonostante fosse già tutto buio. Come se non bastasse, un freddo sempre più intenso iniziò a mordergli il corpo, tutto questo per un tempo che al bardo sembrò sempre più lungo e angosciante.
Poi all'improvviso scomparve.
Prima le braccia, poi la testa e infine tutto il resto, come se fosse stato inghiottito dal nulla.

1.8 Colpo di coda
Mentre il bardo andava incontro al suo destino, il signorotto della torre venne svegliato da un suo fedelissimo.
« Duca Conte, scusate se vi sveglio, ma due topi sono caduti nella trappola » disse la figura nell'ombra, dopo essersi inginocchiata.
« Gaudio e tripudio Mio Carissimo. Adesso fate spostare l'oro, fate ammazzare le guardie per incompetenza e fate scrivere una lettera a sua Maestà Eccellentissima per informarla che le tasse sono andate rubate da due manigoldi » disse la figura a letto, tra uno sbadiglio e l'altro.
« Come ordinate Duca Conte » rispose la figura inginocchiata facendo un rapido inchino.
Una volta alzatosi, dopo un secondo inchino, tornò da dove era venuta.
Il Duca Conte si riavvolse nelle coperte.
« Cribbio, proprio stanotte che dormivo così di gusto » il Duca Conte chiuse gli occhi tastando il sedere di una delle sue amanti.

Il Bardo di Ventura Cap. 1 Scritto da Dancar 01 Giugno 2010 sezione Racconti categoria Racconti Fantasy 1. 1 Tutto comincia in un dungeon « Ma vuoi fare piano! Fai più rumore di un troll in calore! » « Faccio quello che posso, porcaccia zozza, ma non sono un gatto! » « Sei così imbranato, che faresti rumore anche se tu fossi un gatto, FERMO! » Ciccio si bloccò di colpo, neanche fosse stato colpito da un incantesimo di pietrificazione, spauracchio dei disgraziati come loro e vanto dei maghi più potenti. Ma non era magia: anche se immobile, il corpo scheletrico di Ciccio vibrava come una corda di violino, che pizzicata, cercava di tornare allo stato di quiete. Mentre il suo volto, complici le tenebre, la tensione e la sua fenomenale magrezza, sembrava quello di un morto animato da qualche folle negromante. I lunghi capelli sfibrati, la barbetta smorta e gli occhi affossati in carnevalesche occhiaie, certo non contribuivano a migliorarne il quadro. Dopo essere rimasto fermo per qualche tempo in silenzio, Ciccio si voltò nella direzione del bardo e con la sua insopportabile voce lagnosa gli chiese: « Ma che hai da guardarmi con quella faccia da pesce lesso? » « Come che ho da guardati? Ti blocchi di colpo e ti metti a giocare alla statuina voodoo, cosa dovrei fare, scusa? » gli rispose il bardo stupito e scocciato. « Parla piano, idiota, che non siamo in una taverna! » lo incalzò Ciccio con gli occhi che saettavano in tutte le direzioni, neanche volessero uscire dalle orbite. « Mi sembrava di aver sentito qualcosa di strano, oramai ci dovremmo essere e non vorrei qualche brutta sorpresa per colpa del fatto che parli e ti muovi come un ogre ubriaco » aggiunse con una smorfia di disgusto. « Io non mi muovo come » il bardo fece una pausa corrugando le sopracciglia e poi chiese: « Cosa cavolo è un un ogre? » « Quanto sei ignorante, è come un orco, ma più grosso, più sporco e più cattivo » Ciccio sbuffò come se parlasse allo scemo del villaggio. Il bardo abbozzò uno sguardo imbronciato e colpevole: anche se era ignorante, non era quello il modo più gentile per ricordarglielo. Una volta chiarita la situazione, dopo un'ulteriore pausa di controllo, Ciccio fece un cenno secco con la testa al bardo per invitarlo a seguirlo, prima di riprendere a camminare nel cunicolo di pietra del dungeon. Anche se non era proprio un invito, ma sembrava piuttosto l'ordine secco impartito da un burbero ufficiale all'ultimo recluta del suo reggimento, e se c'era una cosa che il nostro Gian Umberto, bardo di ventura e ladro per sventura, odiava: era proprio ricevere ordini in quel modo. Oltre allo strisciare come un topo di fogna dentro un tetro dungeon puzzolente, in compagnia di una specie di vampiro scorbutico e straccione, quale era Ciccio. « Per le mie mutande annaffiate, ma chi me lo ha fatto fare di infilarmi in questo pasticcio? » brontolò il bardo. Ciccio, voltatosi con due occhiacci feroci, gli sibilò aspro: « Ti muovi o ti devo trascinare per le orecchie? » A quelle parole il nostro Gian Umberto, inghiottita una bella fetta del suo orgoglio, iniziò a muoversi a testa bassa come se andasse al patibolo. « Porcaccia zozza, cosa non si fa per racimolare un po' di quattrini » sbuffò il bardo. « Non parlottare da solo come i vecchi! » lo sgridò Ciccio. Il bardo sbuffò una seconda volta, quindi rimase in silenzio. « Non sbuffare e guarda dove metti i piedi, il dungeon non perdona, specie agli imbranati » sibilò Ciccio, alternando sguardi rapidi davanti a sé e alle sue spalle, dove il bardo lo seguiva a testa bassa, reggendo una lanterna e masticando amaro. 1. 2 Ma cosa è un dungeon? Pallosissimo inforigurgito sui dungeon Questi labirinti sotterranei erano stati ribattezzati nel corso della loro lunga storia in vario modo: prigione sotterranea o segreta, catacomba, dungeon, budella di pietra o addirittura labitomba. Le vere origini di queste misteriose costruzioni erano sconosciute, nessuno aveva ben chiaro chi li aveva costruiti e per quale motivo. Si conoscevano diverse storie al riguardo, le quali però si mescolavano alle leggende, ai miti e alle assurdità fantasy. Alcune di queste raccontavano di una misteriosa civiltà di abilissimi costruttori, un tantinello sciroccati, che avevano creato labirinti su labirinti in preda a un qualche delirio mistico: per loro i labirinti rappresentavano le difficoltà e i misteri della vita, quindi, non contenti dei misteri e delle difficoltà già presenti, avevano pensato bene di aumentarne il numero. Altre leggende raccontavano di un antico dio, oramai dimenticato, che aveva condannato una razza superba di semidei a costruire labirinti sempre più grandi, salvo poi farli perdere dentro. Come li avesse obbligati non era ben chiaro, ma sembrava esserci riuscito benissimo. Altre ancora raccontavano di come i dungeon fossero dei percorsi di iniziazione per un antico popolo di maghiguerrieri, forse elfi antichi. Iniziazioni che non ebbero proprio esito positivo, poiché degli elfi antichi si ricordava solo che erano antichi. Altre addirittura imputavano quelle contorte costruzioni a un qualche clan di nani, i quali, si diceva, amavano stordirsi con potentissime droghe, facendo poi gara a chi ce l'aveva più lungo (il labirinto). Addirittura un motto, molto popolare, affermava che in principio il dio dei nerd aveva creato il dungeon, poi il cielo e la terra fantasy. Forse queste leggende avevano tutte un qualche fondo di verità, infatti alcuni tra i dungeon più antichi erano strutturati su più livelli, sfruttati da diverse civiltà in diversi periodici storici. Comunque per farla breve, anche se oramai è tardi, questi labirinti si potevano trovare dappertutto, sotto le grandi città come nelle terre selvagge. Alcuni di questi erano enormi, ma le caratteristiche di forma e genere potevano variare anche di livello in livello all'interno dello stesso dungeon. Il quale, spesso e volentieri, nascondeva un delirio sadico e contorto di trappole assurde, creature sanguinarie, avventurieri suicidi, armi da paura, arredamento di dubbio artigianato, montagne d'oro e cumuli di scheletri con tonnellate di ragnatele. Nelle università delle varie razze conosciute si cercava di studiarli e catalogarli, ma non era impresa semplice, in quanto erano pochi gli avventurieri ad avere il coraggio di avventurarcisi. Inoltre, quando questi ultimi scoprivano qualcosa di nuovo e interessante, nonostante fossero obbligati per legge a denunciare le scoperte fatte, nella maggior parte dei casi cercavano di tenersi il segreto. Infatti, anche solo la scoperta di un passaggio segreto, poteva essere oggetto di interesse sia da parte della autorità sia da parte degli avventurieri o di chi li reclutava. Ciccio era uno di questi avventurieri. Avventurieri che erano stati ribattezzati con vari nomignoli, tutti volti a sottolineare quanto la categoria fosse amata dalle varie razze. Alcuni tra i nomignoli più popolari erano: tombarolo, verme della pietra, topo da dungeon (saltate pure al prossimo paragrafo se vi stufate, mica siete tenuti a leggerli tutti), rosicapietre, mortochestriscia, tarlo delle segrete, sturatombe, mangiaragnatele, leccapolvere, cibo per ratti, pipistrello da rapina, testa di muffa, taglieggiamummie, succhiaossa, baciaserpenti, scarafaggio demolitore, scarraffone arraffone, carne da trappola, cibo per mostri, aspirante fantasma, aspirante zombie, bersaglio per maledizioni, bussola rotta, spazzacunicoli ecc. Insomma, tutti li odiavano o ne provano ribrezzo, ma per un motivo o per l'altro spesso li cercavano: erano pochi quelli disposti a infilarsi in quei postacci, ma erano molti quelli desiderosi di conoscerne i misteri. Ragion per cui, i topi da dungeon venivano arruolati ufficialmente o ufficiosamente a seconda del caso, e se ogni tanto ne spariva uno, nessuno si faceva troppe domande. Sudici, malvestiti, smunti e puzzolenti, dal temperamento ombroso e solitario, pronti a tutto e in competizione feroce tra loro, certo non godevano di un grande ascendente nelle loro scarse pubbliche relazioni. Si raccontava che arrivassero a mangiare anche i topi e gli scarafaggi, quando si perdevano nei cunicoli dei dungeon, e probabilmente, detto tra noi, era pure vero. Quei labirinti erano una terra di nessuno dove tutto poteva succedere, come se non bastasse, i tombaroli tra di loro certo non si amavano: spesso si spiavano a vicenda, si rapinavano o peggio. In quei cunicoli lontano dallo sguardo di tutti, ci voleva poco per ritrovarsi a incrementare la collezione di scheletri con il proprio. Si diceva che soltanto i pazzi e i disperati entrassero in quelle labitombe. Ciccio probabilmente era pazzo, il nostro Gian Umberto sicuramente disperato. Tutto in ogni caso era cominciato quando Ciccio, durante una delle sue esplorazioni solitarie, aveva scoperto un passaggio segreto per la torre dove un signorotto locale teneva parte delle sue ricchezze. Forse un'antica via di fuga nel dungeon oramai dimenticata, forse un passaggio celato da un qualche incantesimo, forse uno scherzo nerd del destino fantasy. In ogni caso, per legge ogni nuovo passaggio andava comunicato al catasto locale, poiché questi, per questioni di sicurezza interna, cercava di tenere una documentazione dettagliata sui labirinti dove sorgeva la città. Ciccio invece se ne era guardato bene: l'idea di riempirsi un poco le tasche alle spalle di un arrogante carogna come era il signorotto, certo non gli dispiaceva. Aveva fatto diversi sopralluoghi, spingendosi fino nel cuore della torre. Gli era sembrato un colpo facile e sicuro, però aveva bisogno di una spalla per trasportare il bottino. Una spalla che non fosse un verme della pietra come... (testo interrotto).
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