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Poesia. Clinica(poesia, brevissimo, per tutti)Opera visionata 321 volte dal 18/10/2011, l'ultima volta: 4 ore fa.
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Davvero singolare il tema: la degenza in una clinica. Di vita ospedaliera avevano parlato solo i Crepuscolari quando, agli inizi del Novecento, la tubercolosi era ancora una malattia mortale che esigeva un assoluto isolamento per evitare il contagio. Non è dato capire di cosa soffra il personaggio protagonista di questa descrizione di sensazioni, oggetti, ambienti dove è costretto a vivere e a prendere per buona quella frase di un visitatore: "Ti trovo meglio". I malati, al pari di "condomini muti" in una "convivenza forzata", si guardano diffidenti. Il carrello trasporta le medicine in una ritualità quotidiana. Bella l'immagine del caffè definito "sangue di un dio pagano", o "eucaristia" che nutre lo spirito, come pure quella del "giardino in gabbia". C'è una sconfortante malinconia in questo "malato" che scrive, sa che qualcosa si è rotto (nella mente? Nel corpo?). Non importa quale sia la malattia di cui è afflitto, quello che resta è una sensazione di rassegnazione e di impotenza, una sconfitta della vita dove non brilla più la luce della speranza e non s'avverte il calore dei sentimenti dentro e fuori se stessi. L'impianto formale è volutamente spigoloso, disarmonico, asintattico ma arriva al lettore tagliente e diretto, amaro e caustico allo stesso tempo. |
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