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Intervista a Giancarlo Gasponi, autore di "Nati d'inverno" - Edizioni Indaco
1) Sei un fotografo di fama. Quali sono le ragioni, i percorsi esistenziali e professionali che ti hanno condotto a scegliere questo tipo di espressione?
Sin da bambino ho sempre amato realizzare “composizioni” che avessero in sé un’armonia estetica ma anche un significato razionale. Mi accorsi che solo un’organica fusione di questi due elementi aveva il potere di sprigionare autentiche emozioni. Sicché mi sono trovato a rincorrere questa magia dapprima attraverso la pittura, e in prossimità dei 30 anni, attraverso la fotografia, una passione che nutro tuttora. Il mio rapporto con l’arte somiglia molto a quello di Francesco, il pittore romano protagonista di Nati d’inverno. Una sorta di contatto con il mistero, sfiorato nell’appagamento degli occhi e dell’animo, quell’appagamento che guida l’artista nella sua realizzazione. Ma ci voleva appunto un romanzo, una prosa narrativa, per esprimere quello che immagini statiche non avrebbero mai potuto raccontare.
2) Puoi spiegarci quale è il lato artistico della fotografia? Tutti sanno che è un mezzo per documentare la realtà, ma non tutti sanno distinguere una foto chiara, ben fatta, da una espressiva. Non ti pare?
Esistono diversi modi e scopi per usare una fotocamera e ognuno rappresenta un mondo a sé, con regole proprie e canoni estetici del tutto differenti. Lo still life o il mondo della moda, ad esempio, non hanno nulla a che vedere con il reportage documentaristico. Così come la foto di paesaggio ha poco in comune con la foto di teatro o di cerimonia. Per me la macchina fotografica è soprattutto un mezzo per interpretare e raccontare la bellezza dell’arte e del paesaggio attraverso i miei libri fotografici. Non mi interessa la fotografia in sé stessa, ma solo come mezzo per avere un rapporto creativo con l’arte, con la natura, con ciò che già amo di per sé. Allora ogni clic diventa un atto d’amore, quasi un bacio all’immagine che vedo nel mirino. Per quanto non sia insensibile alla foto perfetta, al capolavoro unico, prediligo il racconto fotografico che si snoda attraverso le pagine di un fotolibro. Quest’ultimo, a suo modo, ha molti punti in comune con il racconto letterario.
3) Quali sono i tuoi rapporti con il cinema? La fotografia e il cinema vanno a braccetto.
Per fotografia, nel mondo del cinema, s’intende soprattutto l’uso delle luci. Proprio la peculiarità dell’immagine fotografica, la sua fissità espressiva, rappresenta un rischio continuo per un operatore cinematografico. Non pochi registi, indugiando troppo a lungo su un’inquadratura molto bella, finiscono col rallentare il flusso narrativo perdendo presa sullo spettatore. Questo non significa che sia impossibile trovare un giusto equilibrio tra belle inquadrature e narrazione. Basta citare alcuni capolavori in tal senso, come Barry Lyndon oppure 2001: Odissea nello spazio, entrambi di Kubrick. Anche alcuni recenti film iraniani mostrano una splendida cura dell’inquadratura perfettamente funzionale al flusso narrativo. È un talento particolare che pochi registi possiedono.
4) Ci vuoi dire qualcosa sullo spettacolo in multivisione, riguardante Roma, che hai realizzato con il famoso regista francese Marcel Carnè?
Si era a metà degli anni ’80 e una società francese stava allestendo degli spettacoli stabili in multivisione dedicati a città e località famose. Si trattava di impianti grandiosi che contavano 48 proiettori di diapositive per le immagini fisse e 6 proiettori cinematografici, il tutto gestito da un computer centrale. L’effetto d’insieme era stupefacente, grazie anche alle splendide musiche quadrifoniche. Per lo spettacolo su Roma la regia venne affidata a Carné il quale adorava i miei fotolibri quanto io i suoi film, sicché mi affidò la parte fotografica “di qualità”. Ne uscì uno spettacolo assai suggestivo che fu replicato per molti mesi in una sala cinematografica romana.
5) “Nati d’inverno” è un robusto romanzo, di grande impegno. Mi sembra il frutto di un’esperienza consumata di narratore, eppure è l’unico romanzo da te pubblicato. Ci vuoi fornire una spiegazione?
Ero consapevole di possedere una buona attitudine alla scrittura sin dai tempi della scuola media, ma l’occhio ha sempre giocato una parte preponderante, direi quasi prepotente, nel portarmi a preferire i pennelli o la macchina fotografica. Solo quando si è fatta chiara dentro di me l’esigenza di esprimere qualcosa di più complesso sono ricorso alla penna. Non ero tuttavia totalmente a digiuno nello scrivere. Già in alcuni miei libri fotografici avevo realizzato il testo o l’introduzione, scritto articoli per qualche rivista di settore e altre cosucce del genere. Non trascurerei, come elemento formativo, neppure la fitta corrispondenza tenuta negli anni con diverse persone su argomenti che richiedevano una certa cura anche nella composizione.
6) Perché hai deciso di esprimerti con un romanzo?
Il soggetto dell’opera non era rappresentato soltanto dai grandi perché della vita, ma da come questi intervengono nella vita stessa, sia nella sua quotidianità che in occasione di quegli eventi eccezionali che scandiscono l’esistenza di ognuno. Desideravo che queste eterne domande – e i tentativi di risposta succedutesi nei secoli – uscissero dalla fredda trattazione filosofica per incontrare i comuni sentimenti umani, scontrarsi con il caos e le contraddizioni del nostro vivere. Il romanzo mi avrebbe consentito non solo di mettere a fuoco i diversi temi, ma soprattutto di raccontare il coinvolgimento emotivo dei personaggi, il dolore e la gioia luminosa che si alternano nella nostra vita in una continua altalena mantenuta in moto, si chiede stizzito il protagonista, non si sa bene da chi.
7) “Nati d’inverno” è un’opera avvincente e interessante per le sue tematiche psicologiche e religiose. Nel leggerla, ho avuto il sospetto che ci fosse in Francesco qualcosa di autobiografico (se non altro per il suo essere romano e per l’impegno nell’arte figurativa). Che genesi ha avuto quest’opera?
Nati d’inverno è un romanzo autobiografico non tanto per quanto riguarda gli accadimenti esteriori quanto per i pensieri che si muovono nella testa dei personaggi. Francesco, tormentato da dubbi e perplessità, e Leonardo, lucido e implacabile con le sue pronte risposte, erano due voci che dialogavano nella mia testa da un pezzo. Col tempo avevano spontaneamente assunto una loro connotazione sempre più caratterizzata sino a divenire dei veri e propri personaggi, dei compagni di viaggio che avevano perfino i loro momenti preferiti per le loro discussioni: ad esempio mentre ero sotto la doccia o mentre prendevo sonno, quando non al risveglio. Li ho ascoltati conversare per anni fino a quando mi sono reso conto che erano giunti a un punto di stallo e si stavano ripetendo. Desideravo invece che proseguissero sino a giungere ad una conclusione significativa. Così gli ho creato attorno un ambiente dove muoversi, fornito una realtà dove mettere alla prova le loro rispettive tesi affinché il nodo dialettico proseguisse per la sua strada. In poche parole, l’idea di scrivere questo romanzo aveva il solo scopo di mettere ordine nella mia testa. Solo in un secondo tempo, sollecitato da coloro che ne avevano letto alcune parti, decisi di pubblicarlo apportandovi gli opportuni adattamenti.
8) In quale personale posizione ti ritrovi nei riguardi della discussione sulle possibili grandi trasformazioni che ci dovremmo aspettare in questo scorcio iniziale del terzo millennio?
Se do uno sguardo agli ultimi due secoli, vedo che diverse forme di governo e ideologie si sono susseguite fino a quando ognuna di esse ha evidenziato la propria incapacità ad adattarsi ai tempi in rapido cambiamento ed è decaduta. Il problema è che quando un’ideologia scopre i suoi limiti non se ne va chiedendo scusa ma cade sempre dopo una sanguinosa resistenza. È sempre stato così. Solo dopo la prima guerra mondiale sono scomparsi i grandi imperi centrali che avevano dominato la scena per secoli. E ci sono voluti gli orrori ancora più grandi della seconda guerra mondiale per cancellare i nazionalismi che avevano entusiasmato le folle di molti paesi. Anche le sinistre hanno dovuto fare i conti con la storia e prendere le distanze dai loro primitivi ideali, ma anche questo non è stato un processo indolore. Oggi domina la logica del profitto, il Capitalismo e il suo figlio maggiore: il consumismo di massa. Che esso rappresenti un’ideologia o meno conta poco. Quello che conta è che appare anch’esso in gran difficoltà. Il credente non ha dubbi sul suo valore etico e sociale: il Capitalismo è in totale antitesi non solo con l’insegnamento del Cristianesimo ma anche con quelli delle altre religioni. Il non credente, invece, deve guardare alla scena internazionale e farsi i conti da solo. Non è una scena molto rassicurante. Proprio mentre si scopre che i problemi dei vari paesi sono profondamente collegati e necessitano di interventi concertati, i governi esitano intralciati dagli interessi nazionali. L’uomo stesso sembra aver perso le redini del proprio destino, chiudendosi in posizioni egoistiche sempre più incapaci di fronteggiare i gravi problemi che minacciano il futuro. Sicuramente siamo alle soglie di grandi mutamenti sociali a livello planetario, ma la storia ci insegna che un grande cambiamento non sempre si identifica con un grande miglioramento. Dunque, se guardo al futuro a breve termine ho qualche incertezza nell’essere ottimista. Lo sono senza dubbio, invece, sul futuro a medio e lungo termine. Sono pienamente d’accordo con il personaggio di Leonardo quando afferma che l’umanità sta vivendo e superando le burrasche di una fase adolescenziale per divenire finalmente adulta e più saggia.
9) Dalle pagine del tuo libro traspare una fine dimensione spirituale, ma anche una posizione critica nei confronti della religione tradizionale. Ci vuoi precisare il tuo pensiero in merito?
Sono, anzi cerco d’essere perché non sempre è facile, un baha’í, una persona che cerca di liberare il proprio sguardo dal passato, dai pregiudizi acquisiti, dalla cultura del tempo, per cogliere realtà che altrimenti sfuggono. Per chi non sapesse cos’è la Fede Baha’i, il web non manca certo di siti al riguardo. In questo breve spazio posso accennare che si tratta della più recente delle religioni monoteistiche rivelate nel corso della storia (è nata nell’800 in Oriente) e che porta con sé insegnamenti adatti ai nostri tempi e a quelli che verranno. Di questo, almeno, sono convinti i suoi seguaci. Il suo rapporto con le grandi religioni storiche che l’hanno preceduta lo si coglie bene in uno dei suoi principi più importanti, quello, appunto, dell’unità e della progressività delle religioni. I grandi fondatori di religioni come Gesù, Mohammed, Krishna, Budda, Mosé, Abramo, fino a risalire a profeti i cui nomi si sono persi nella notte dei tempi, sono considerati ognuno portatore di insegnamenti specifici, adatti per quella popolazione e per quell’epoca in cui tali profeti sono apparsi. Questo per rispondere alla tua domanda circa la mia posizione nei confronti delle religioni tradizionali. La nuova religione di cui Leonardo parla nel romanzo è la Fede baha’í, e le sue parole, i concetti, le metafore che egli consegna a Francesco provengono in gran parte, almeno per come io li ho compresi, dagli scritti di questa nuova fede planetaria. Nel romanzo ho preferito non citarne esplicitamente il nome perché non lo trovavo affatto necessario ai fini del racconto, anche se per i più curiosi ho lasciato un indovinello... Quello che più mi affascinava descrivere, invece, era il viaggio interiore che può compiere un uomo qualunque dal buio dell’ignoranza e del dolore verso un’illuminazione spirituale capace di conferire un senso al tutto, di guarire le ferite del cuore e abbracciare l’anima smarrita nel vuoto dell’odierna società.
10) In “Nati d’inverno” vive Roma con i suoi palazzi, le sue piazze, le sue chiese. Quale rapporto hai con quella città?
Ho realizzato fotolibri sulle più belle città e regioni d’Italia ed ogni volta è stata una sorta di innamoramento. Per questo ho voluto scrivere delle introduzioni che sono delle vere lettere d’amore a queste mie “fidanzate”. Roma invece è come una madre, e non si scrivono lettere d’amore alla propria madre. Infatti i miei libri su Roma non hanno mai una mia introduzione. Ma sono ben sette. La ricchezza di Roma è insondabile e non basta una vita. Ma è un vero dolore assistere impotenti alla sua lenta trasformazione, alla perdita della sua irripetibile identità per divenire una semplice vetrina turistica come già accaduto per Venezia e altre città d’arte. Proprio per condividere le diverse opinioni su questo argomento ho creato una pagina su Facebook dove appaiono le mie foto dell’Urbe. Sono immagini che contengono gli ultimi sprazzi di autentica poesia che la città sa ancora sprigionare in momenti sempre più rari che mi sforzo di catturare.
11) Mi risulta che sei titolare della casa editrice Indaco. Svolgi dunque anche un’attività di editore?
Non si campa con i libri fotografici, in compenso si suda parecchio per realizzarli. Sicché nel 1986 ho fondato questa piccola editrice per veicolare sul mercato soprattutto turistico le mie fotografie. Non ho lo spazio né la struttura aziendale idonea per aggiungere edizioni letterarie. Difatti prima di pubblicare il libro col mio marchio ho contattato un centinaio di editori ma senza cavare un ragno dal buco. D’altronde la situazione degli esordienti è ben conosciuta. Sono riuscito a distribuire il volume in diverse librerie romane, senza avere un distributore, perché già mi conoscevano vendendo da tempo i miei libri fotografici.
12) Quali generi letterari prende in considerazione la Indaco? Ha qualche progetto per gli esordienti?
Credo d’aver già risposto al punto precedente.
13) Scrivi molto bene, quindi ti chiedo: hai qualche altra cosina nel cassetto?
Sicuro, ma il problema è sempre lo stesso: il tempo. Ho bisogno di silenzio e solitudine per scrivere, ed essendo ancora nel pieno del mio lavoro (ho un’azienda con dei dipendenti e devo fronteggiare una feroce concorrenza) mi è piuttosto difficile trovarli. Per la stesura di Nati d’inverno ho impiegato tre anni, pur avendolo già tutto in testa da tempo. Inoltre devo accuratamente evitare di pensare a cosa mi aspetta ad opera conclusa. Ti fa passare la voglia di scrivere. Invidio bonariamente la pace di chi può scrivere avendo già la garanzia d’essere pubblicato. Credo ne benefici molto anche l’opera stessa.
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