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http://www.amazon.it/Lettere-dal-buio-e ... _ecc_rvi_2Questo è un raccontino intitolato
Mors tua vita mea, inserito nella raccolta, che comprende 10 racconti medio-lunghi e 6 brevissimi, intitolati "istantanee di un racconto".
«Sveglia, dormiglioni! Forza!» urlò ai due ragazzi battendo le mani ritmicamente.
Aleister sussultò contro lo schienale di metallo della sedia, strizzando gli occhi più volte alla luce accecante del neon a pochi centimetri dalla sua testa: «Ma che ca…?» balbettò storcendo la bocca in una smorfia di disgusto. Riuscì a mettere a fuoco la figura in bretelle consumate e pantaloni alla zuava che aveva parlato e gli sciorinò addosso un secco «E tu chi diavolo sei?». Istintivamente si sporse in avanti ma le braccia, molli e penzoloni lungo i fianchi, non rispondevano ai comandi. Spiazzato provò ad alzarsi in piedi, ma anche le gambe non davano segni di vita. «Perché non riesco a muovermi, cosa mi è successo?»
Seduto davanti a lui sulla stessa linea del pavi-mento, Stuart era ancora alle prese con le nebbie da dipanare e riuscì a borbottare solamente: «Ma che ore sono? Non mi sento tanto bene…» aggiunse sbrodolandosi addosso un po’ di saliva. «E voi chi siete?»
«Oh, ben svegliati, ragazzi! – riattaccò lo sconosciuto girando attorno alle loro sedie - Abbiamo poco tempo e devo darvi subito una brutta notizia: uno di voi deve morire. Lo so, che volete farci? – finse di schermirsi stringendosi nelle spalle, coi palmi delle mani alzati - questioni di contabilità!»
«Come, scusa?»
«Cos’è, uno scherzo? - intervenne Aleister provando a divincolarsi - Mi hai drogato per caso?»
«Però non voglio essere io a decidere chi dei due uccidere – riprese quello come se niente fosse - Vi lascio soli una mezzoretta, a pensare a una serie di motivi per cui dovreste vivere, e chi sarà più originale e convincente vince, ok?»
«Cosaaa?» fece Stuart in leggero falsetto, stra-buzzando gli occhi.
«Ah, dimenticavo… fossi in voi non spre-cherei i prossimi trenta minuti a tentare di scappare. A più tardi, bambocci!» concluse l’uomo arricciando il naso soddisfatto e facendo schioccare le bretelle. Un attimo dopo sparì dietro una piccola porta antipanico in fondo alla stanza.
«Ok, guys, bello scherzetto, adesso però venite fuori, forza!» urlò Aleister senza perdere la cal-ma.
«Ma con chi ce l’hai?» gli chiese Stuart con la voce spezzata dalla palpitazione.
«È uno scherzo dei miei amici del college, no?!»
«Se lo fosse, cosa c’entrerei io? Vado ancora al liceo, idiota!» lo insultò.
«Ma vaffanculo!»
Entrambi fissarono la porta per alcuni secondi, in attesa. Dall’esterno non provenivano rumori né tantomeno voci o risatine trattenute. Aleister deglutì un paio di volte, la salivazione fuori controllo non era un buon segno.
«Oh no…» ruppe il silenzio Stuart.
«Che c’è?»
«Su internet c’era scritto.»
«Cosa?»
«Usano una nuova tecnica nei sequestri di persona: rapiscono due ostaggi alla volta, ne am-mazzano uno così la famiglia dell’altro paga il riscatto senza battere ciglio. Non è possibile…»
«Ma non dire cazzate!»
«Non hai sentito quello che ha detto? Vuole ucciderne uno, ci ha immobilizzati, questioni di contabilità… tutto torna!»
«È impossibile, i miei genitori non sono ricchi…» sentenziò Aleister deciso, dando un’occhiata in giro e dietro di sé da sopra la spalla.
Si trovavano seduti ciascuno su una piccola botola circolare in rilievo sul pavimento. Stuart provò a spostarsi con un colpo del bacino, ma la sedia non si mosse di un centimetro. Le mattonelle alle pareti, bianche e asettiche, arrivavano fino ad altezza uomo e nell’angolo in penombra si intravedeva un lunghissimo lavello di acciaio. Tutta la stanza era disseminata di tubi di scarico e tombini di scolo.
«Sembra un mattatoio.»
«O una specie di cella frigorifera.»
«Sei sicuro?» gli domandò Aleister comin-ciando ad abbracciare lo scenario paventato dal compagno.
«Non lo so, spero tanto di essermi sbagliato. Magari è davvero uno scherzo.»
«O peggio ancora siamo finiti in uno snuff mo-vie…»
«Non vedo telecamere da nessuna parte, pe-rò.» obiettò l’altro.
Rimasero di nuovo in silenzio per alcuni se-condi. Si sentiva soltanto il tonfo ovattato delle gocce che cadevano dalla fontana nel lavello.
«Come ti chiami?»
«Stuart. Tu?»
«Aleister. Aleister Huskin.»
Adesso erano i battiti del cuore martellanti fin nelle orecchie a coprire ogni altro rumore.
«Ho paura, non voglio morire – crollò Stuart singhiozzando - Come si fa in mezzora a trovare dei motivi convincenti per non farsi ammazza-re?»
«Non lo so…»
Il neon sopra le loro teste cominciò a ronzare e un attimo dopo uno dei led si spense, per poi riaccendersi a intermittenza.
«A cosa stai pensando?»
«A come diavolo ha fatto a rapirmi» rispose Aleister aggrottando la fronte. «Mi ricordo che ero alla festa di iniziazione degli OmegaTau, nella sala della confraternita: avevo appena superato la prova d’ingresso, tracannando birra direttamente dal tubo di gomma senza riprendere fiato. Stavo tornando a casa in macchina, ho acceso lo stereo a palla e poi … ho un vuoto. Deve avermi sorpreso alle spalle, il bastardo, forse si è nascosto sui sedili posteriori.»
«Hai ragione, non c’avevo pensato. L’ultima cosa che ricordo io è che ero al lago George con la mia famiglia, stavo facendo il bagno, mia madre prendeva il sole e mio padre pescava. Poi niente. Sono sicuro che ero in costume: perché abbiamo addosso questa canotta bianca?»
«Che ne so… fa freddo qui dentro… oh, ci senti? – urlò l’altro col naso per aria – portaci dei vestiti, pervertito del cazzo!»
In quello stesso istante la porta antipanico si spalancò verso l’interno e l’uomo che li teneva in ostaggio fece il suo ritorno nella stanza con una scivolata teatrale sul pavimento. Si bloccò in mezzo ai ragazzi giocherellando con le bretelle, poi prese a passeggiare avanti e indietro con le braccia conserte e alla fine spezzò quel silenzio surreale con un semplice: «Allora, avete pensato abbastanza?»
«È già passata mezzora? È impossibile!» protestò Aleister.
«Il tempo è relativo, ragazzo, come la vita umana…» gli rispose ammiccando.
«Aspetta, aspetta, ti prego, non farlo – lo implorò Stuart – siamo solo dei ragazzini!»
«Te l’ho già spiegato, giovanotto, questioni di contabilità.»
«Se è solo una questione di soldi, allora chiedi prima il riscatto a entrambe le fami…»
«È più complicato di quanto pensi, figliolo, non insistere.» lo interruppe.
«Sei un bastardo!» lo insultò Aleister.
«Me lo dicono in tanti…» fece spallucce l’uomo. «Bando alle ciance, sta scadendo il tempo, ditemi almeno un paio di motivi a testa per cui meritereste di vivere: convincetemi, su!»
«Non puoi dire sul serio, ho solo diciassette anni, cazzo!»
«Tic tac, tic tac! Comincia tu, Aleister…» lo esortò tirando fuori dal taschino del gilet una clessidra in miniatura. «Un minuto da adesso, via!»
«Cosa? Aspetta, aspetta… e va bene… voglio vivere perché… sì, ecco, voglio cambiare questo schifo di società, rendere il mondo un posto migliore… lasciare il segno insomma. Mi iscriverò a scienze politiche e mi candiderò alle elezioni: la gente si ricorderà di me come di uno che ha fatto la storia. Non è giusto che muoia adesso, ok?, ho un sacco di progetti per il futuro! Uccidi lui…» concluse senza farsi tanti scrupoli.
«Bene, bene!, senza peli sulla lingua… tocca a te, Stuart… Stuart?»
Il ragazzo teneva la testa bassa, imbarazzato. Sentiva la bocca impastata come gli succedeva a scuola quando non trovava le parole e finiva per balbettare. Si inumidì le labbra e tenendo sempre gli occhi fissi sulle ginocchia, parlò con un filo di voce:
«Non sono riuscito a pensare a un solo motivo per cui dovresti scegliere me. Non ho piani per il futuro, non so nemmeno cosa voglio fare da grande. I miei genitori mi hanno programmato per filo e per segno gli ultimi sedici anni della mia vita: scuole private, conservatorio, equita-zione, golf… senza mai chiedermi cosa volevo davvero o se ero felice. Per cosa dovrei vivere? Per diventare primo violino all’orchestra di New York? Essere il più giovane cavaliere a vincere la gara di salto ostacoli? O magari per la coppa interregionale al master di golf? Pfff! - sbuffò Stuart disgustato - nessuno di questi mi sembra un motivo convincente per salvare me e ammaz-zare lui. Uccidi me…»
«Oh oh oh, questa proprio non me l’aspettavo! Meglio così, mi rendi le cose più facili – confessò il rapitore, tirando fuori da un’altra tasca una specie di telecomando con due grossi tasti rossi per azionare l’apertura delle botole a distanza. «Ci siamo allora!» annunciò trionfante senza mettere tempo in mezzo.
Stuart chiuse gli occhi aspettando che spingesse il suo bottone, facendolo sprofondare nel pozzo sottostante. Sentì improvvisamente l’adrenalina risvegliargli ogni muscolo e inon-dargli ogni fibra del corpo come una scarica elettrica, ma qualcosa, una specie di forza impalpabile ed eterea, lo immobilizzava ancora. Aleister gongolava in preda all’euforia e parlava da solo, ripetendo a fil di labbra “sì, cazzo, sono salvo, sono salvo”.
«And the winner is…» recitò l’uomo sollevando il telecomando come fosse un trofeo.
«Nooooo!»
A quell’urlo disumano Stuart riaprì gli occhi di scatto: la sedia di Aleister non c’era più. Il neon illuminava a malapena le pareti laterali di un quadrato nero nel pavimento, là dove un attimo prima c’era la botola. La profondità del pozzo si intuiva dalla lunghezza agghiacciante dell’eco che non accennava a spegnersi.
«Perché? Perché hai ucciso lui, ti avevo detto di prendere me! – gli urlò addosso col petto che sobbalzava – Bastardo! Era solo un ragazzo!»
«Diciamo che mi piace la musica classica e non la politica.» replicò l’uomo senza battere ciglio. «Adesso vai, ti resta pochissimo tempo.»
«Cosa?»
«Ho detto vai, sei libero, non fartelo ripetere due volte.»
«Ma…»
«Muoviti, la porta è quella. Sbrigati, prima che ci ripensi.»
«Ma il riscatto, i soldi… ti ho visto in faccia, come puoi lasciarmi andare sapendo che ti arresteranno?»
«Oh, ragazzo, quella è l’ultima cosa che mi preoccupa: tanto non ti crederebbero! Allora, devo prenderti a calci nel culo per farti uscire di qui?»
Stuart si alzò in piedi in equilibrio precario e si avviò più in fretta che poté verso la porta antipanico. «Per quello che può valere… grazie.»
Spinse la maniglia verso il basso e una luce accecante lo investì in pieno viso.
Presbyterian Hospital, NY
«Fibrillazione ventricolare, non c’è polso. Saturazione in calo!» annunciò l’infermiera Anderson alla dottoressa Farming, di turno quel pomeriggio al pronto soccorso.
«Da quanto tempo non c’è attività cardiaca?» chiese lei.
«Almeno venti minuti.» rispose sconsolata la caposala mentre continuava a premere l’ambu per pompare ossigeno nella trachea del paziente.
«Quanto a lungo è rimasto sott’acqua?» domandò la dottoressa alla madre del ragazzo, ferma sulla soglia della sala d’emergenza con le mani sulle labbra.
«Non lo so… l’ho perso di vista un attimo e mi sono avvicinata al bagnasciuga per chiamarlo. Ho visto delle bollicine al largo e mi sono tuffata immediatamente… gli ho fatto la respirazione bocca a bocca, ma non ha mai riaperto gli occhi… oddio la prego, lo salvi, la scongiuro!»
«E durante il trasporto in ambulanza ha mai ripreso conoscenza?»
«I paramedici mi hanno detto di no.» rispose l’infermiera.
«Proviamo un’ultima volta, dategli un altro milligrammo di adrenalina e caricate le piastre a 300! Libera!» urlò la dottoressa per assicurarsi che il campo operatorio fosse sgombro. Diede la scossa col defibrillatore sui pettorali del paziente e si voltò verso il monitor: la linea dell’elettrocardiogramma rimase piatta.
«Carica a 360!»
Fissò di nuovo il display con le piastre a mezz’aria, perché l’infermiera ci versasse sopra dell’altro gel conduttivo, quando dall’angolo sinistro dell’apparecchio spuntò un flebile, timido picco triangolare. Poi un altro. Poi un al-tro ancora.
«Lo abbiamo ripreso! – urlò soddisfatta - Somministrate un milligrammo di dopamina e monitorate l’ossigeno. Aggiornatemi ogni quindici minuti.» ordinò precipitandosi a salvare altre vite nella sala accanto.
La madre del ragazzo chiese impaziente alla caposala se poteva avvicinarsi, la donna acconsentì raccomandandole di non affaticarlo troppo e li lasciò soli.
«Stuart, amore mio! Sono la mamma, mi senti? Riesci a parlare?»
Il figlio aprì gli occhi lentamente, si portò una mano alla bocca e scostò leggermente la mascherina per l’ossigeno.
«Mamma…»
«Sì, tesoro, sono qui! Sei andato sotto e hai bevuto, ti ricordi? Siamo in vacanza al lago… mi hai fatto spaventare!»
«Mamma.»
«Sì, caro, dimmi!»
«A Dio piace la musica…»
«Sì, sì, adesso però riposati, vedrai che starai meglio, non sforzar…»
«No, non hai capito, mamma – la interruppe Stuart senza smettere di sorridere – ho visto Dio, c’ho parlato, è lui che mi ha rimandato indietro. Ero morto, vero? Quanto tempo sono stato mor-to?»
«Non lo so, tesoro, ma adesso sei qui con me, andrà tutto bene. Io vado a parlare con la dottoressa, ci vediamo di sopra, ok?» finse di sorridere di incoraggiamento sua madre, preoccupata invece che la privazione di ossigeno gli avesse inficiato le funzionalità cerebrali.
«Gli piace la musica – ripeteva lui, ridendo nervosamente mentre ripercorreva nella mente tutta la scena – e porta le bretelle!» esclamò col petto che sobbalzava a ogni colpo di tosse. «Che figlio di puttana!»
«Oddio… dottoressa! Dottoressa!» urlava sgo-menta la donna, uscendo di corsa dalla sala d’emergenza del pronto soccorso.
Il quotidiano locale il mattino dopo riportò la notizia della tragica morte di un ragazzo di diciassette anni, vittima di uno scontro frontale in automobile per guida in stato di ebbrezza. I soccorritori accorsi sul luogo dell’incidente avevano tentato la rianimazione artificiale e il massaggio cardiaco, ma il giovane purtroppo era deceduto durante il trasporto in ospedale.
Stuart Accleston è diventato il più giovane primo violino alla Philharmonic Orchestra di New York.
Periodicamente si reca al cimitero di Green-Wood per far visita alla tomba di Aleister Hu-skin.