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Cala il sipario per un vecchio clown(poesia, brevissimo, per tutti)Opera visionata 606 volte dal 08/03/2011, l'ultima volta: 1 giorni fa.
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Non è nuova l'immagine di un clown che dietro il volto variopinto nasconde la sua identità invisibile, le sue origini, la complessa dimensione umana che sembra sparire dietro una maschera ridente e ridicola. Il poeta ha la ventura di assistere allo spettacolo in un luogo dove risa e risate del pubblico si incrociano in un clima festoso di divertimento collettivo, mentre il pagliaccio esegue il suo numero come sempre. Ma accade qualcosa di inatteso: il clown si accascia a terra come una marionetta a cui un destino improvviso ha tagliato le fila. Una morte in diretta fra lo stupore, la meraviglia e l'incredulità generale degli astanti che non capiscono, non sanno cosa dire o cosa fare. La festa si trasforma in tragedia, la comicità in pietà, mentre il sipario cala sul vecchio clowm che è morto come è vissuto, strappando al suo pubblico l'ultimo sorriso. Un componimento molto intenso, ben costruito e dotato di una una struggente musicalità. Un piccolo suggerimento: nel verso "obliata ormai da tutti i suoi affanni" toglierei l'avverbio "ormai" e nel verso finale aggiungerei l'aggettivo "ultimo" accanto alla parola "saluto". |
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La morte di un clown diventa la chiave per mettere a fuoco il passaggio fra la vita e la morte. In questi versi delicati e puliti, l'autore ci propone una figura simbolo, il clown girovago venuto "chissà da dove / chissà perché". Il suo spettacolo può essere sovrapposto al percorso di vita di ogni uomo che, anche se non se ne rende conto, ricopre sempre un ruolo di una pièce in un teatro immaginario "Venne/e stette lì a giocare/o, come dicea lui,/a recitare." In un reciproco scambio di sensibilità straordinarie si instaura questo dialogo muto fra il poeta e il clown. Chi narra in versi si rende conto, guardando di là dagli occhi, della fine prossima imminente. Bello, per contrasto, l'atteggiamento di qualche altro spettatore in una parodia cinica "Qualcuno rise,/qualcuno pianse,/qualcuno stette lì senza capire". I bellissimi versi finali svelano infine l'essenza dell'uomo oltre la morte. Ciò che ha speranza di sopravvivere è puramente immateriale, un saluto, un sorriso, un ricordo, ma non per questo meno reale, emozioni di pura essenza vitale, appunto immortali. | ||||
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Giuseppe Novellino |
Il clown triste e ammalato intrattiene il pubblico, a lungo, forse per l'ultima volta. La sua performance è quanto mai irresistibile: il suo canto del cigno. Bella poesia, molto commovente (come commovente è in genere il repertorio narrativo che si è costruito intorno a questo comico circense). Mi è piaciuta soprattutta la musicalità liquida, quasi da filastrocca, che ben si amalgama con alcune coloriture arcaicizzanti, ben dosate e discrete, come quel "parea". Stupendo ho trovato il finale e quel verso struggente ed enigmatico: "qualcuno stette lì senza capire" | ||||
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Bellissima e commovente poesia, descrive l'ultimo spettacolo di un vecchio pagliaccio. Appare sulla scena, non si capisce da dove venga, sembra sbucato dal nulla e senza un perché. Recita il suo spettacolo lenendo gli affanni degli astanti. Lui però ha gli occhi stanchi, d'un tratto si accascia, "qualcuno rise, qualcuno pianse, qualcuno stette li senza capire" annichilito. Andò via esattamente come era venuto lasciando al suo pubblico il suo sorriso e il suo saluto. Il poeta osserva gli occhi stanchi del clown quando questi gli allunga 2 colombi bianchi. Dopo alcune ore osservandolo il poeta capisce che il clown ha "lo sguardo strano di chi sta a morire". Quando questi poi si accascia guarda ancora i suoi occhi e questi sono spenti. |
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